Fuori tema n. 6: Origami (poesie di carta)

La gru dell'immortalità (che dedico a mio padre)

La gru dell’immortalità (che dedico a mio padre)

(Articolo originale già apparso qui http://caffebook.it/societa/item/864-origami-creativita-precisione-e-un-augurio-di-speranza)

Origami: creatività e precisione (e un augurio di speranza)

Se volessimo stupire una persona che ci sta a cuore con qualcosa di speciale (e, per una volta, senza l’ausilio del poco romantico smartphone) potremmo scrivere un pensiero d’amore o anche semplicemente la data per un appuntamento su un pezzo di carta quadrato, ripiegarlo più volte seguendo le regole dell’origami, per trasformarlo ad esempio  in un fiore o in una colomba, e quindi farne dono a questa nostra persona da stupire. Potrebbe succedere (e ve lo auguro) proprio come si legge in un libro, scritto attorno all’anno 1000 d.C. dal titolo La storia del principe Genji, che in Giappone ha lo stesso valore della Divina Commedia o de I Promessi Sposi  per gli italiani, e dove si parla  per la prima volta proprio dell’origami: “La risposta di Nyosan scritta su carta sottile di color rosso carminio, piegata in maniera così ricca di significato e piena di grazia, faceva battere più forte il cuore di Genji (…)”.

L’ origami  è dunque  l’arte giapponese di piegare la carta (anche se l’invenzione della carta avvenne in Cina, l’origine di quest’arte risale al periodo Heidan del Giappone, 714-1185 d.C.): il termine deriva dall’unione di oru, che vuol dire piegare, con kami, che significa carta. Però la  parola kami, con un ideogramma diverso ma con la stessa pronuncia, vuol dire anche spiriti, divinità e questa sovrapposizione di significato sembrerebbe legare  l’arte degli origami alla spiritualità e alla ricerca del divino, dando così a questa tecnica una certa valenza sacrale.
L’origami quindi può essere considerato come  la trasformazione di una cosa materiale (la carta e in origine la carta di riso, dunque un prodotto della terra) in qualcosa di diverso, di superiore. Perciò, dietro quest’arte apparentemente “leggera” e divertente, sarebbe possibile riconoscere i principi shintoisti del ciclo vitale e dell’accettazione della morte come parte di un tutto: nulla si distrugge o va perduto, ma tutto può rinascere eternamente. Alcune fonti invece riconducono l’origine di questa tecnica all’astuccio di carta che conteneva il noshi, una porzione di molluschi essiccati, che veniva regalato ai samurai come simbolo dell’immortalità (del resto l’abitudine di ripiegare la carta veniva in origine applicata anche all’uso civile: alla Corte Imperiale era considerato indice di buon gusto saper modellare in varie forme le comunicazioni ufficiali).

I primi modelli di origami (una farfalla maschio e una farfalla femmina stilizzati) venivano applicati al collo delle bottiglie di saké durante le cerimonie nuziali (usanza ancora viva). Ed è tuttora in uso anche la tradizione di legare all’esterno dei templi alcune strisce di carta piegate a zig-zag (go-hei) contenenti preghiere, affinché il vento, muovendole, porti le richieste  più vicino alle orecchie degli dei.

La tecnica moderna dell’origami utilizza pochi tipi di piegature, combinate in una infinita varietà di modi per creare forme anche molto complicate. In genere si parte da un foglio quadrato che viene piegato senza fare tagli alla carta (l’origami tradizionale era invece  molto meno rigido nelle regole e faceva frequente uso di tagli, prevedendo tra l’altro anche fogli di partenza non necessariamente quadrati).
L’unico materiale che serve per la realizzazione di un origami è quindi la carta: per quelli più semplici può essere utilizzato qualsiasi tipo, anche quella da fotocopie,  ma se ne possono  utilizzare tantissimi altri, dalla carta velina alla carta di riso, fino a quella fatta in casa con materiali di recupero.

In Occidente l’arte del piegare la carta si diffonde tra il XVI e il XVII secolo, soprattutto in Spagna (tramite gli arabi): il primo modello europeo è la pajarita, un passero che muove le ali quando gli viene tirata la coda. Il poeta Garcia Lorca (1898-1936) ha dedicato proprio a questa figura una poesia intitolata Uccellino di carta (Pajarita de papel, 1920). Ma la tecnica era stata bene accolta anche in altri paesi europei: il pedagogo tedesco Friederich Fröbel (1782-1852) per esempio, intuì le enormi potenzialità dell’origami in campo educativo per sviluppare la creatività dei bambini fin dall’età dell’asilo, e per insegnare varie regole di geometria elementare. L’ esperienza di Fröbel  venne poi riproposta proprio in Giappone, dove fu riconosciuta e applicata su larga scala nell’educazione dei bambini. Un’altra esperienza molto importante, che in qualche modo “modernizzò” l’origami, fu portata avanti dalla scuola d’arte del Bauhaus (in Germania), dove questa disciplina fu insegnata per almeno una decina d’anni dal 1920 al 1930.
Con il tempo poi, le applicazioni dell’origami nella vita quotidiana sono diventate sempre più frequenti: gli airbag delle automobili, per esempio, derivano da un’applicazione origami (piegare nel minimo spazio una data superfi­cie in modo che si espanda con il minimo sforzo e alla massima velocità).

Venendo alle figure che si possono realizzare, due degli origami tradizionali giapponesi più noti, sono sicuramente quello della rana,  per il doppio significato del termine: in giapponese rana si pronuncia kaeru  ma questo termine significa anche ritorno a casa (rappresenta quindi un augurio per coloro che stanno per intraprendere un viaggio), e quello della gru, simbolo di immortalità. Tra le varie leggende legate a questa figura vi è anche quella secondo la quale chiunque riesca a piegare mille origami raffiguranti la gru, potrà  esprimere un desiderio che gli dei esaudiranno. Una statua nel Parco della Pace di Hiroshima  ricorda proprio questa tradizione: la statua (che ogni anno viene decorata con migliaia di corone formate da mille gru) è dedicata alla piccola Sadako Sasaki, ritratta con le braccia aperte protese verso il cielo mentre una gru spicca il volo dalle sue mani. Sadako aveva undici anni quando si ammalò di leucemia a causa delle radiazioni della bomba atomica di Hiroshima. Da allora iniziò a piegare le gru con la speranza di arrivare a mille  per poi vedere esaudito il suo desiderio più grande, ovvero che nessuno soffrisse più a causa delle guerre. Purtroppo Sadako morì il 25 ottobre 1955, all’età di dodici anni, dopo avere piegato 644 gru. Il suo corpo verrà sepolto assieme ai suoi origami e a quelli realizzati dai suoi amici, e il suo nome diventerà il simbolo di una struggente e disperata ricerca della pace. Ai piedi della statua di Sadako è scritto così: “Questo è il tuo pianto. La nostra preghiera. Pace nel mondo”.

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Statua nel Parco della Pace di Hiroshima dedicata alla piccola Sadako-Sasaki.

E proprio come messaggio di speranza, oggi gli origami vengono utilizzati anche da un’artista francese, Mademoiselle Maurice, che ha iniziato nel 2011 in Giappone a costruire con le forme di carta colorata delle enormi installazioni sui palazzi, per portare una nota di colore all’interno delle città.

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foto da Mademoiselle-Maurice-www.marketingcreativo.it

L’origami quindi è un’attività creativa e con un forte potenziale educativo, sa regalare figure leggere e divertenti ma anche cariche di messaggi profondi e universali.

P.S. Una gru l’ho piegata anch’io, ma in nome di questa pace che sembra essere ormai perduta continuerei volentieri fino a mille… ci proviamo?

Credits per le foto: installazione colorata  in città –  da www.marketingcreativo.it/mademoiselle-maurice-tra-origami-e-street-art/;statua di Sadako Sasaki a Hiroshima – da www.marketingcreativo.it/mademoiselle-maurice-tra-origami-e-street-art; origami: foto di Irene Marchi

 

 

Fuori tema (acido) n. 5 – “Esclusivo”: un aggettivo (che mi sta) antipatico

Renato Guttuso - Particolare da La Vuccirìa, 1974

Renato Guttuso – Particolare da La Vucciria, 1974 (particolare di immagine tratta dal web)

Quello che scrivo sotto non c’entra nulla con la poesia (e infatti lo metto in Fuori tema), ma c’entra con le parole che (personalmente) considero davvero NON poetiche. L’ aggettivo in questione è una di queste.

Cena esclusiva. E poi vacanza esclusiva, scuola esclusiva, circolo esclusivo: tutto esclusivo ovvero, letteralmente, che esclude qualcuno. Perché deve essere per pochi privilegiati (di solito dai soldi o dalle conoscenze). E allora? Tutto qui? Che gran merito ci sarà a partecipare a qualcosa solo perché ho abbastanza soldi da poterne comprare l’ingresso? In fondo, se tutti fossimo esclusivi alla fine non lo sarebbe più nessuno.  E dopo che avrò frequentato asili, scuole, licei esclusivi, dopo che avrò presenziato a cene, feste, progetti esclusivi per arrivare lì, in quel posto davvero esclusivo, poi che me ne faccio di tutta questa esclusività? Quanto, di vita (tutta, non quella esclusiva) ho escluso nel frattempo? Esclusivo è un aggettivo usato (e abusato soprattutto dalla pubblicità) pensando di dire qualcosa di meraviglioso, ma in realtà significa solo che qualcuno pensa di meritare il meglio (rispetto a cosa poi? e rispetto a chi?), e quindi tornando al punto di partenza: cena esclusiva = cena per soli tipi presuntuosi (come minimo). Personalmente preferisco una buona cena comune. E tu?

* ascoltando Paul Young –  Love of the Common People https://www.youtube.com/watch?v=PggVRHqOOO4

Fuori tema n. 4: perdersi tra i colori

 

Claude Monet, Sentiero sull'Ile St. Martin, Vetheuil, olio su tela

Claude Monet, Sentiero sull’Ile St. Martin, Vetheuil, olio su tela

Particolare da Vincent Van Gogh, Gelsi potati al tramonto, 1888, Otterlo, Kroller-Muller Museum, The Netherlands

Particolare da Vincent Van Gogh, Gelsi potati al tramonto, 1888, Otterlo, Kroller-Muller Museum, The Netherlands

Particolare da Gustav Klimt, Oberosterreichisches Bauernhaus, 1911/1912, Osterreichische Galerie, Wien

Particolare da Gustav Klimt, Oberosterreichisches Bauernhaus, 1911/1912, Osterreichische Galerie, Wien

Pareti indaco

Sono nella sua camera, nessuno mi ha vista entrare.
L’emozione è fortissima, quasi non respiro e il caldo di questo agosto si fa sentire anche qui. Dall’interno lo spazio sembra più piccolo di quanto pensassi, ma mi piace: il colore delle pareti è lo stesso  di quello della stanza di mia figlia, un indaco delicato, mi ricorda la lavanda di montagna. É tutto ordinato, non c’è nulla fuori posto e lui si è perfino rifatto il letto, con la coperta scarlatta sistemata in modo perfetto.
Ma il caos, quello che lui ha portato sempre dentro di sé, c’è, lo sento, anche se non capisco da dove provenga. Quanto vorrei parlargli, chiedergli cosa veramente lo spaventi, se la sua angoscia è nera o ha un altro colore.
Cammino in punta di piedi e mi avvicino all’angolo dove si trova il letto: ci sono dei quadri alle pareti, due ritratti e un paesaggio, più altri due di cui non riconosco il soggetto. Le sue tele incantano il mondo, ma lui non lo sa, non lo saprà mai. Questo pensiero è troppo pesante: è così ingiusto che la sua sensibilità non sia stata compresa; vorrei potergli dire  quanto lui sia apprezzato e che il suo tormento si è trasformato in qualcosa di meraviglioso, ma ormai è troppo tardi. Vorrei potermi sedere su quella sedia gialla di paglia:  sembra che aspetti qualcosa, qualcuno.
Ora però mi manca l’aria, la finestra è appena socchiusa e c’è una luce verde che filtra all’interno: è una luce calma, forse troppo calma e non riesco a vedere nulla oltre i vetri. Continua a mancarmi l’aria. Che ore sono? Mi gira la testa, all’improvviso le pareti mi sembrano sul punto di cedere, i quadri e i pochi oggetti della stanza danno l’impressione di piegarsi verso di me e  anche il pavimento mi pare si stia inclinando. Mi avvicino allo specchio appeso alla parete, dietro al tavolino, ma non vedo la mia immagine riflessa, solo luce bianca… perché? Respiro angoscia, la sua angoscia, la calma della stanza era solo apparente, devo uscire in fretta…
Nous informons nos visiteurs que le Musée d’Orsay sera fermé  à 18 heures. Merci.
We inform our visitors that the Museum d’Orsay will close at 18 o’clock. Thank you.
«Ilaria, che fai? Ancora imbambolata davanti a quel quadro di Van Gogh? Ma sei fissata! E andiamo… che a momenti ci buttano fuori!».

(Irene Marchi)

*Riferimento a: Vincent Van Gogh (1853-1890) – La camera di Van Gogh ad Arles, 1889, Olio su tela, (Musée d’Orsay).

Vincent Van Gogh, la chambre de Van Gogh à Arles, Paris, Musée d'Orsay

Vincent Van Gogh, La chambre de Van Gogh à Arles, Paris, Musée d’Orsay

 E tu? In che quadro vorresti perderti?

* ascoltando (e guardando il video) Gotye (feat. Kimbra) – Somebody That I Used To Know

Fuori tema n. 3: una storia di speranza

Foto (elaborata) da archivio fotografico di www.parada.it

Foto (elaborata) da archivio fotografico di www.parada.it

Un fuori tema che ha come protagnista la speranza. Perché la speranza  è fondamentale per vivere.

Come nasce una speranza: il clown Miloud e i bambini di Bucarest

Miloud Oukili, di origini franco-algerine, ha vent’anni quando nel 1992 arriva a Bucarest (la Romania è uscita solo tre anni prima dal regime di Ceauşescu).

È un clown itinerante e con la valigia dei trucchi è pronto a portare la sua arte per le strade della capitale rumena. E proprio in queste strade incontra quello che sarà il suo destino.

Il destino per lui ha il volto dei bambini e dei ragazzi che sono soli e allo sbando: scappati dagli orfanotrofi o da deleterie situazioni familiari, vivono nelle fogne e tra le tubature dell’acqua calda della città, arrabattandosi tra furti, violenze, elemosina,  prostituzione e sniffando la colla per stordirsi.

Sono parecchie centinaia (e ancora oggi ce ne sono circa 1500). Miloud non parla la lingua di questi ragazzi, ma sono loro ad avvicinarlo, attirati dai suoi trucchi da clown. Quello che lui propone con umiltà e generosità è uno scambio: se gli insegneranno il rumeno, lui insegnerà loro i trucchi della sua arte.

In questo modo Miloud si fa accettare (pur non essendo né un operatore sociale né un educatore) e riesce a creare con questi ragazzi una sorta di famiglia. Realizza dal nulla uno spettacolo e una scuola di arti circensi (nel 1994 Miloud e i ragazzi partecipano al festival di arte medioevale di Sighisoara, raggiungendo con l’esibizione un reale successo) e soprattutto riesce a far nascere in loro l’idea di un sogno: sfuggire a quella disperante realtà.

Quattro anni dopo il suo arrivo a Bucarest, Miloud fonda Fondation Parada con cui aiuta questi ragazzi di strada a crescere e a superare il senso di emarginazione, occupandosi della loro istruzione e svolgendo il recupero sociale mediante l’insegnamento delle tecniche di espressione artistica e circense (per dare poi vita a spettacoli rappresentati in tutta Europa).

Da questa esperienza, nel 2008 è nato anche un film: il lungometraggio di Marco Pontecorvo intitolato Pa-ra-da, esistente anche in dvd.

Sono davvero tanti i bambini salvati grazie a questo generoso impegno di Miloud (molti si sono reinseriti nelle famiglie d’origine, altri si sono creati un futuro attraverso l’istruzione e un nuovo lavoro, altri ancora sono diventati educatori e artisti e hanno contribuito a far conoscere e a combattere il problema, ora aggravato dalla diffusione delle droghe pesanti) e ancora, ogni giorno, la sua fondazione opera in Romania per il recupero sociale di moltissimi minori. Purtroppo questa situazione non è stata risolta del tutto: nel sottosuolo di Bucarest e di altre città della Romania si nasconde tuttora un inferno per tantissime persone.

 – In Italia è nata nel 2006 la Parada Italia Onlus che sostiene le attività di recupero e istruzione dei minori a Bucarest e organizza sul territorio nazionale gli spettacoli circensi dove i ragazzi di Miloud si esibiscono.

(articolo già apparso nel 2015 qui http://caffebook.it/societa/item/188-come-nasce-una-speranza-il-clown-miloud-e-i-bambini-di-bucarest).

Fuori tema n. 2: ancora un nuovo cellulare?!

Rifiuti

«Sul marciapiedi, avviluppati in tersi sacchi di plastica, i resti della Leonia d’ieri aspettano il carro dello spazzaturaio. Non solo tubi di dentifricio schiacciati, lampadine fulminate, giornali, contenitori, materiali d’imballaggio, ma anche scaldabagni, enciclopedie, pianoforti, servizi di porcellana: più che dalle cose che vengono fabbricate vendute comprate, l’opulenza di Leonia si misura dalle cose che ogni giorno vengono buttate via per far posto alle nuove. […] Dove portino ogni giorno il loro carico gli spazzaturai nessuno se lo chiede: fuori della città, certo; ma ogni anno la città s’espande, e gli immondezzai devono arretrare più lontano; l’imponenza del gettito aumenta e le cataste s’innalzano, si stratificano, si dispiegano su un perimetro più vasto. Aggiungi che più l’arte di Leonia eccelle nel fabbricare nuovi materiali, più la spazzatura migliora la sua sostanza, resiste al tempo, alle intemperie, a fermentazioni e combustioni. È una fortezza di rimasugli indistruttibili che circonda Leonia, la sovrasta da ogni lato come un acrocoro di montagne…» (da Italo Calvino, Le città invisibili)

 Rifiuti

Babu cammina a piedi nudi nel fango nero, tra frammenti di plastica e vetri rotti. Zoppica: la ferita di due giorni fa continua a fargli male e il piede è gonfio.
Ma  oggi è felice. In bocca nasconde un segreto, un segreto solo suo. Un piccolissimo animaletto di plastica, giallo e sorridente.
Pensa sia un gatto: ne ha visto uno uguale quella volta che ha seguito il fratello maggiore in città per vendere con lui alcuni pezzi di metallo e dei fili di rame. C’era un bambino bianco con quello stesso animaletto disegnato sulla maglietta.
Oggi Babu è davvero felice, ma non parla con nessuno, non può rischiare di far cadere dalla bocca il suo segreto. Per questo evita suo fratello e il gruppo dei ragazzi più vecchi che stanno bruciando una matassa di cavi vicino al fossato grande.
Bandele, suo cugino, continua a rovistare con i piedi nella melma scura  e schiumosa per recuperare altri fili elettrici: tiene lo sguardo fisso in quell’acqua e non si accorge di lui che sta tornando al suo posto dopo aver svuotato ancora una volta  la scatola del metallo alle bilance. Babu pensa che forse dopo il lavoro, in baracca,  mostrerà almeno a Bandele il suo tesoro. Vuole bene al cugino: è un po’ più grande di lui, ma non lo tratta male come fa il fratello ed è più sveglio dei bambini di cinque o sei anni con cui è costretto a lavorare.
Raggiunge il suo gruppo e ricomincia a spaccare con una pietra le carcasse dei computer e dei telefonini  ammassate davanti a lui. Poi cerca nella fanghiglia ogni piccolo pezzo di metallo e lo deposita nella scatola che tiene accanto a sé.
Proprio in questo modo ha trovato il suo segreto: era attaccato con un elastico a un telefono ed era  quasi completamente coperto di fango. Ma Babu non ci ha pensato un attimo, ha rotto il laccio e si è messo in bocca quel pezzo di plastica. Il fumo denso che avvolge tutto, lì ad Agbogbloshie, brucia gli occhi e la gola e annulla la percezione di ogni sapore: nessun problema quindi mettersi in bocca quell’oggetto lurido. L’importante, per Babu, è che nessuno se ne accorga fino a quando potrà uscire dalla discarica e godersi in pace quella meraviglia.
Continua a spaccare la plastica dei rifiuti e ogni tanto  sputa l’animaletto in una mano per controllare se è ancora giallo.
Il vento della sera spinge il fumo puzzolente oltre il recinto della discarica, lì dove pascolano alcune vacche scheletriche che ora muggiscono placide.
Babu le sente e pensa alla madre che poco più in là sta vendendo la verdura al mercato. Decide di non dire nulla nemmeno a lei, come non le dirà nulla del taglio al piede anche se fa tanto male, male da piangere.
Quasi non resiste, ma continua a battere con la pietra: non si lascerà sfuggire un solo singhiozzo adesso. Deve proteggere il suo tesoro.
Sa che presto il  vento della sera porterà anche il buio.

(©Irene Marchi)

*Agbogbloshie, in Ghana, è la più grande discarica al mondo di rifiuti elettronici. Qui arrivano cellulari e computer, frigoriferi e forni, lavatrici e lavastoviglie da tutto il Pianeta; vengono distrutti e bruciati, spesso con manodopera minorile e senza alcuna protezione, per recuperare rame e metalli preziosi poi rivenduti. Piombo, metalli pesanti e diossina vengono respirati continuamente oltre a depositarsi sulla merce del mercato poco distante dalla discarica. Circa dieci anni fa Agbogbloshie era una bellissima laguna.(http://caffebook.it/tecnologia/item/210-cos-e-uno-smartphone-per-i-bambini-del-ghana.html)

Sto ascoltando Gorillaz – Plastic Beach https://www.youtube.com/watch?v=9qhchE6rEZE

Fuori tema: numero 1

*Apro con questo post la sezione “Fuori tema”. In questo spazio potrà trovare posto qualcosa che non ha a che fare direttamente con la poesia,  ma che  in qualche modo è legata al mondo della lettura o della scrittura o dell’arte in generale, complici magari alcune frasi “folgoranti” lette nei libri che poi danno origine a varie considerazioni… In sostanza, in questa sezione, troveranno posto le mie inutili divagazioni al di fuori del tema poesia.*

bookcrossing

(Articolo originale già apparso qui http://caffebook.it/societa/item/657-bookcrossing-liberare-e-condividere-i-libri.html)

Bookcrossing: “liberare” e condividere i libri

«Leggo libri usati perché […] ogni copia di un libro può appartenere a molte vite e i libri dovrebbero stare incustoditi nei posti pubblici e spostarsi insieme ai passanti che se li portano dietro per un poco e dovrebbero morire con loro, […], insomma ovunque dovrebbero morire tranne che di noia e di proprietà privata, condannati a vita in uno scaffale».
Così scrive Erri De Luca in Tre cavalli e penso che abbia assolutamente ragione. Inoltre ultimamente, leggere libri che sono appartenuti ad altri è un’esperienza che può capitare con facilità.
Infatti, al di là delle classiche e assolutamente indispensabili biblioteche pubbliche, si sta diffondendo sempre di più anche in Italia il Bookcrossing.
Di cosa si tratta? Il nome inglese (in Italia questa attività è nota anche come Giralibri, Liberalibri, Libri in libertà, Libri Liberi, sebbene in realtà tutte queste denominazioni indichino anche metodologie di condivisione leggermente differenti) deriva dall’unione di book con crossing ovvero passaggio ed è un’iniziativa  di libera e gratuita condivisione dei libri tra le persone. Il bookcrossing nasce nel 2001, negli Stati Uniti, da un’idea dei coniugi  Ron e Kaori Hombaker che, prendendo spunto da alcuni sistemi di tracciamento in rete, lanciarono il loro sito per lo scambio libero dei libri. Cito dal sito italiano (www.bookcrossing-Italy.com, a cui ad oggi sono iscritti -gratuitamente- più di 500.000 utenti che si definiscono BookCrossers o bookcorsari): “L’intenzione è quella di condividere un libro con il mondo, liberandolo[…] se l’idea di abbandonare un libro in giro ti sembra strana, per un bookcorsaro il libro è il mezzo per trasmettere un’emozione e questa non smette di esistere quando il libro non c’è più”.
I libri possono essere semplicemente lasciati in un luogo pubblico (in stazione, su una panchina, su una sedia di un bar, in una sala d’attesa, in un albergo, in un museo, in un rifugio di montagna o in qualsiasi altro luogo pubblico) e quindi trovati casualmente da altri (e questa è forse la modalità più romantica). Ma possono anche essere scambiati in zone ufficiali (e si parla di Official Crossing Zone, OCZ), ovvero luoghi registrati formalmente e segnalati sulle mappe presenti nei vari siti interessati: qui sono a disposizione i libri  “liberati” da altri bookcorsari e chiunque può a sua volta prendere o, appunto, liberare altri libri. Sempre grazie a internet è possibile inoltre seguire il percorso del proprio libro assegnandogli un codice unico (BCID) che viene applicato con delle etichette; chi poi trova il libro può, tramite il sito di riferimento, annotare il luogo dove lo ha trovato, commentarlo e soprattutto indicare dove lo ha successivamente rilasciato.
Intorno a questo progetto, nel corso degli anni sono nate molte altre iniziative: comunità di bookcorsari, forum dove è possibile scambiare suggerimenti e sono molti i Comuni italiani che sostengono l’iniziativa nei loro siti o in quelli dei relativi Informagiovani (di recente sono nate alcune varianti di questa attività: bookrings, bookrays e bookboxes, ovvero liste di utenti che si scambiano, anche da un continente all’altro i libri via posta). Inoltre questa pratica di scambio  dei libri non esclude necessariamente un contatto diretto tra i partecipanti: l’avere alle spalle una comunità che condivide il metodo e l’esperienza di questo scambio porta infatti molto spesso all’organizzare dei ritrovi virtuali ma anche concreti.
Simili come filosofia ma differenti come modalità sono poi le Little Free Libraries. Si tratta di piccole casette di legno artigianali che contengono una certa quantità di libri in continuo cambiamento. I libri infatti possono essere presi e depositati da chiunque, anche se di solito queste piccole librerie  sono  pensate soprattutto per le persone del quartiere dove sono poste. I luoghi più adatti per l’installazione di una Little Free Library sono parchi, giardini, cortili, spazi comuni di condomini, ma anche bar o ristoranti. La regola fondamentale di queste librerie è prendere un libro e donarne un altro (“Take a book. Return a book“). Anche in questo caso l’idea è partita dagli Stati Uniti, dove Todd Bol ha costruito nel 2009 la prima Little Free Library: con un altro americano, Rick Brooks, ha creato la prima rete che cataloga e associa tutte le librerie di questo tipo e che si sono diffuse in tutto il mondo.
A Berlino, per esempio, le Little Free Libraries sono state ricavate nei tronchi degli alberi morti, mentre un po’ dappertutto si stanno convertendo a questo scopo le vecchie cabine telefoniche.
Per istituire una di queste piccole librerie basta scegliere il posto, costruire o acquistare la casetta per i libri, chiedere autorizzazione al Comune per posizionarla, riempirla di volumi e poi registrarla sul sito americano (littlefreelibrary.org) in modo che venga geolocalizzata. In Italia il primo esempio risale al 2012, quando l’insegnante Giovanna Iorio ha installato la casetta nel parco dell’Inviolatella Borghese, a Roma. Oggi in Italia se ne contano ormai centinaia.
Il fatto molto bello e importante è che alla base di tutti questi particolari “traffici letterari” c’è un’emozione (quella regalata da un libro) e la voglia di metterla in circolazione e quindi condividerla scambiando fisicamente e liberando quel libro, invece di tenerlo riposto in uno scaffale. E l’emozione, si sa, è un qualcosa che riesce a mettere in contatto le persone anche senza che queste si vedano, quindi questi scambi sono in realtà molto più di quello che sembrano.  In ogni caso sarà bello anche solo provare a immaginare il viaggio del libro che abbiamo liberato e le persone che potrebbero trovarlo: una sorta di narrazione immaginaria  della vita di un libro.
Con il Bookcrossing quindi, la parola “condividere” non sarà solo un’opportunità (ormai un po’ svuotata del suo vero significato) offerta da facebook, ma un reale scambio di emozioni. E forse, per le strade,  potrebbe rivelarsi più interessante cercare il libro che “ci aspetta” invece di dare la caccia a un pupazzetto virtuale (e non me ne vogliano i Pokemon!).

(Irene Marchi)