Ricette poetiche

In primo piano

purple

Tre etti di libertà e due di fantasia, un bicchiere di pioggia viola, una manciata di nuvole (meglio se quelle del tardo pomeriggio) e un pizzico di follia (meglio se inguaribile): mescola con leggerezza e fai lievitare le parole nell’aria.

 

Prendete una parola? prendetene due
fatele cuocere come se fossero uova
scaldatele a fuoco lento
versate la salsa enigmatica
spolverate con qualche stella
mettete pepe e fatele andare a vela.

Ora dove ve n’andrete?
A scriver davvero? A scriver?

Raymond Queneau (Le Havre, 1903 – Parigi, 1976), da Il cane con il mandolino, 1965

 

 

La materia della poesia

                                      Per Salah Stétié

C’è una sostanza delle cose che non
si perde quando le ali della bellezza
la toccano. La perdiamo di vista, talvolta,
girando gli angoli della vita; ma
lei ci insegue con il suo desiderio
di permanenza, e viene a contaminarci
con l’infezione divina di una febbre di
eternità. I poeti lavorano
questa materia. Le loro dita estraggono
il caso da dentro chi va
loro incontro, e sanno che l’improbabile
si trova nel cuore dell’istante,
nell’incrocio di sguardi che
la parola della poesia traduce. Leggo
ciò che scrivono; e dalla fiamma che
i loro versi alimentano si leva
un fumo che il cielo disperde, in
mezzo all’azzurro, lasciando appena un
eco di ciò che è essenziale, e permane.

Nuno Júdice, da La materia della poesia, 2015, traduzione Chiara De Luca, Ed. Kolibris

*ascoltando Peter Green – The Supernatural https://www.youtube.com/watch?v=YoasUjXBkm8

Un po’ fuori (o forse no) da tutto

scrivereperchèedadove

Due intense riflessioni (tratte dal libro di Franco Arminio, Cedi la strada agli alberi, 2016, Chiarelettere) sulla poesia e  su chi la scrive (due soggetti un po’ scomodi e generalmente poco appetibili, secondo gli standard dell’oggigiorno).

L’embargo della poesia

Il poeta è quella creatura che non può stare in questo mondo ed è la persona che più ha bisogno delle cose del mondo. La sua è una bulimia spirituale e, proprio perché è spirituale, non conosce limiti e confini.

È molto grave che il mondo abbia dichiarato un vero e proprio embargo verso i poeti. Il mondo dei disperati che vogliono distrarsi odia i disperati che invece cantano la loro disperazione. Fra le tante guerre in corso, strisciante e non dichiarata, c’è quella che vede i poeti come vittime.

Ogni giorno una cenere sottile cade, attimo dopo attimo, sulle spalle degli spiriti più luccicanti. Lo scopo è opacizzare tutto, rendere tutto intercambiabile, omologabile, smerciabile.

Questa è una società totalitaria e come tale non può che essere ferocemente ostile al grido solitario del poeta, alla sua natura irrevocabilmente intangibile. Il poeta è fuori dall’umano e come tale è un pericolo. Gli uomini non possono tollerare che esistano creature che hanno gli occhi, il cuore e le parole, ma che nulla hanno da spartire con loro.

Poesia è malattia

Poesia è malattia, diceva Kafka. Il poeta che manda in giro le sue poesie manda in giro i suoi virus, le sue fratture, i suoi tessuti infiammati. Il poeta anela alla cura, o almeno alla consolazione, ma dall’altra parte si pensa a difendersi dal contagio.

La poesia dice sempre del tentativo di riparare un lutto e, quando viene spedita, fa un po’ l’effetto di un afflitto che va in giro a chiedere le condoglianze. E questo movimento rende dubbio il lutto stesso, come se ci trovassimo davanti a qualcuno che volesse venderci le azioni del suo dolore, azioni destinate inevitabilmente al ribasso in una società in cui tutti piangono e dove i morti senza lutto si confondono con i lutti senza morto.

Il poeta è alla guida di un’impresa fallimentare perché ogni suo prodotto resta invenduto e la ragione dell’impresa consiste esattamente in questo. Anche se il prodotto risultasse smerciabile, al poeta non può venirgli nulla, non ci sono rendite, bisogna subito ricominciare da capo. La poesia è radicalmente anticapitalista, non prevede nessuna forma di accumulazione. Un dolore antico è sempre un dolore fresco di giornata.

Franco Arminio, Cedi la strada agli alberi – Poesie d’amore e di terra, 2016, Chiarelettere

*ascoltando Rachmaninov piano concerto no 3 Mvt 1. Soloist: David Helfgott
https://www.youtube.com/watch?v=2tRZ4ZLZ31Ehttps://www.youtube.com/watch?v=VffzZXniMsg

 

Trova il poeta

“La poesia è il diario di un animale marino che vive sulla terra, desideroso di volare nel cielo.” Carl Sandburg

Illustrazione tratta dal libro "Incontri-Disincontri", Jimmy Liao, Terre di Mezzo editore, 2017

Illustrazione tratta dal libro “Incontri-Disincontri”, Jimmy Liao, Terre di Mezzo editore, 2017

Dove vivono i poeti, come si vestono, come si muovono? Inciampano davvero nei sassi guardando le nuvole o sono anche loro dei quasinormali? (Chi sarà l’anima poetica nel disegno qui sopra?)

Solitudini intersecate

Esistono molte solitudini intersecate – dice – sopra e sotto
ed altre in mezzo; diverse o simili, ineluttabili, imposte
o come scelte, come libere – intersecate sempre.
Ma nel profondo, in centro, esiste l’unica solitudine – dice;
una città sorda, quasi sferica, senza alcuna
insegna luminosa colorata, senza negozi, motociclette,
con una luce bianca, vuota, caliginosa, interrotta
da bagliori di segnali sconosciuti. In questa città
da anni dimorano i poeti. Camminano senza far rumore, con le mani conserte,
ricordano vagamente fatti dimenticati, parole, paesaggi,
questi consolatori del mondo, i sempre sconsolati, braccati
dai cani, dagli uomini, dalle tarme, dai topi, dalle stelle,
inseguiti dalle loro stesse parole, dette o non dette.

Ghiannis Ritsos (Monemvasià 1909 – Atene 1990), da Ghiannis RitsosPoesie (Gesti)traduzione di Nicola Crocetti

* ascoltando Litfiba – Straniero https://www.youtube.com/watch?v=T7UXdNxX55U

Una poesia non mente, sente

dal saggio "Quello che resta da fare ai poeti", inviato da Umberto Saba alla rivista fiorentina "La Voce" nel febbraio 1911

dal saggio “Quello che resta da fare ai poeti”, inviato da Umberto Saba alla rivista fiorentina “La Voce” nel febbraio 1911

Una poesia non può mentire, ma solo sentire. Non è opportuno indagare troppo, chiedere  con insistenza – che caspita volevi dire, poeta? – va bene anche un senso sfumato, non del tutto afferrato. Ma  una cosa è certa: chi ha scritto quelle righe andate a capo troppo spesso (citando Erri De Luca) non si è inventato nulla, perché è impossibile inventarsi una poesia, le parole sarebbero orfane di emozione.  Una poesia nasce perché si sente. Le parole scritte in una poesia  potranno essere giuste o sbagliate per chi legge, ma per il poeta erano senz’altro vere, nel momento in cui le ha scritte.

Lo zen e l’arte della poesia

Abbandono la mente,
lascio che penna, respiro,
il movimento delle immagini dentro
e fuori la bocca
sia calmo, sia ritmico
come il sollievo e il reflusso dell’onda
come uno seduto in posizione del loto
sopra il mondo
muove la penna tanto piano
da appena macchiare il foglio,
fermo il respiro
nella gabbia luminosa del costato
finché il cuore
è solo la vivida lucerna
che il respiro aumenta
e la penna scrive
quel che il cuore detta
e il mondo intero scurisce,
s’oscura,
tranne le dure, le chiare stelle
laggiù.

Erica Jong, da Blood & Honey, a cura di Rosaria Lo Russo,  Bompiani, 2001

* ascoltando https://www.youtube.com/watch?v=Phk_o91gzEU dal film “La tigre e la neve”; https://www.youtube.com/watch?v=dtx5IKB4wTw dal film “Il postino”

Troppe spiegazioni

non spiegare una poesia

Qualche giorno fa, mia figlia (che ha sedici anni) ha esclamato sbuffando: “Che noia questa letteratura! Ma perché si ostinano a farci analizzare ogni singola parola di una poesia pretendendo di sapere esattamente cosa voleva dire l’autore?” Le ho dato ragione: anche per me non ha molto senso studiare la poesia solo “dissezionandola”,  dimenticandosi  di farla leggere veramente e liberamente per ricavare il messaggio unico che ad ognuno può arrivare. Perché la poesia non è improvvisazione, ma nemmeno una scienza esatta. Così le ho fatto leggere questa poesia di Billy Collins che trovo molto eloquente riguardo alla questione voler spiegare una poesia. “Forte questo Collins!” ha detto lei.

(Di questo argomento ho parlato anche qui http://lapoesianonsimangia.myblog.it/2015/11/27/vaso-rose-poesia-la-si-deve-spiegare/.) 

Chiedo loro di prendere una poesia
e di tenerla in alto controluce
come una diapositiva a colori
o di premere un orecchio sul suo alveare.
 
Dico loro di gettare un topo in una poesia
e osservarlo mentre cerca di uscire,
o di entrare nella stanza della poesia
e cercare a tentoni l’interruttore sul muro.
 
Voglio che facciano sci d’acqua
sulla superficie di una poesia e salutino
con la mano il nome dell’autore sulla spiaggia.
 
Ma la sola cosa che loro vogliono fare
è legarla con una corda a una sedia
e torturarla finché non confessi.
 
La  picchiano con un tubo di gomma
per scoprire che cosa davvero vuol dire.
 
Billy Collins, da Introduzione alla poesia, in A vela, in solitaria, intorno alla stanza, traduzione di  F. Nasi, Medusa, Milano 2006

* ascoltando Jimi Hendrix (The Jimi Hendrix Experience) – Stone Free (un po’ come se a cantare fossero le parole di  una poesia: “Listen to me,/ you can’t hold me down/I don’t want to be tied down/ I gotta be free“).

 

Serve un passaggio?

duecavallicielo

Poesie ispirate da un’automobile o da un viaggio in auto? A essere sincera non lo sapevo, ma ne sono state scritte tantissime, da scrittori italiani e non. Da quelle che esaltano la velocità e il movimento (per esempio le poesie futuriste di Filippo Tommaso Marinetti), a quelle  degli autori americani per i quali molto spesso l’automobile è il mezzo per compiere “il viaggio” alla ricerca di spazi ed esperienze di libertà. Dalle poesie dove vi è quasi un’erotizzazione dell’auto,  sentita come una creatura sessuale in simbiosi con chi guida (E.E.Cummings, per esempio),  fino a quelle in cui l’auto viene denigrata, come questa riportata sotto di W.H.Auden. Tantissime anche le canzoni che parlano di automobili, e a proposito… tu di solito cosa ascolti, lì, proprio lì, nella tua auto?

Una maledizione

Nero fu il giorno in cui Diesel
concepì il suo truce motore che
generò te, vile invenzione,
più perversa, più criminale
perfino della macchina fotografica,
mostruosità metallica,
afflizione e infezione della nostra Cultura,
principale sciagura della nostra Comunità.

Come osa la Legge proibire
l’hashish e l’eroina e al tempo stesso
autorizzare il tuo uso, tu che gonfi
tutti i deboli Io inferiori?
I drogati danneggiano soltanto
la loro vita: tu avveleni
i polmoni degli innocenti,
il tuo fracasso sovreccita i pacifici,
e su strade intasate ne muoiono
ogni giorno a centinaia nel guazzabuglio del caso.

Agili tecnici, certamente dovreste
per la vergogna abbassare la testa.
Il vostro ingegno produce meraviglie,
ha sbarcato degli uomini sulla Luna,
sostituito i cervelli coi computer,
e può forgiare una “magnifica bomba”.
È uno scandalo che grida vendetta
che non riusciate mai a trovare il tempo
o a darvi la pena di costruirci
ciò che il buon senso sa che ci occorre,
una piccola carrozza elettrica,
inodore e silenziosa.

Wystan Hugh Auden (1907-1973), da Grazie, nebbia!

 

Ritratto di automobile

È un’auto snella… un’auto come un cane dalle zampe
lunghe… un’auto aquila fantasma grigia.
Le sue zampe mangiano la polvere di una strada…
Le sue ali mangiano le colline.
Danny il guidatore la sogna quando nel sonno
vede donne in gonna rossa e calze rosse.
È nella vita di Danny e gli scorre nel sangue… un’auto
snella fantasma grigia.

Carl Sandburg, da “Poesia”, anno XV, Luglio/agosto 2002, n. 163, traduzione di Massimiliano Morini

tratta dada "Poesia", anno XV, Luglio/agosto 2002, n. 163, traduzione di Massimiliano Morini

tratta da “Poesia”, anno XV, Luglio/agosto 2002, n. 163, traduzione di Massimiliano Morini

* ascoltando (in auto e non solo): Chuch Berry – No Particular Place to Go; Eagles – Take It Easy; Deep Purple – Highway Star; Bruce Springsteen – Thunder Road; Janis Joplin – Mercedes Benz; Paul McCartney – Drive My Car;  …

 

“Saudade” anche tu?

saudade - foto di Irene Marchi

Deve chiamarsi tristezza
questo che non so cosa sia
che m’inquieta senza sorpresa,
nostalgia che non desidera.

Sì tristezza – ma quella
che nasce dal sapere
che lontano v’è una stella
e vicino v’è il non averla.

Sia quel che sia, è quel che ho.
Tutto il resto è solo tutto.
E lascio andar la polvere che prendo
dalle mani piene di polvere.

Fernando Pessoa da Il mondo che non vedo. Poesie ortonime

Se vi è mai capitato di provare un sentimento di malinconico desiderio verso qualcosa che non c’è più, una nostalgia struggente intrisa di tristezza ma anche di dolcezza (restando così in bilico tra una lacrima e un sorriso di accettazione) verso una persona o un luogo ormai lontani, verso  una terra, una casa, un amore ormai persi o anche verso un luogo mai visitato o un’esperienza che avete desiderato ma che non potrà mai essere, potete forse dire di aver provato quella che in portoghese viene chiamata “saudade” (anche se non siete portoghesi o brasiliani).

Ma quel sentimento indefinito non potrà essere chiamato in altro modo se non saudade, in portoghese, appunto, perché, come scrive Antonio Tabucchi (narratore, saggista, docente di letteratura portoghese e traduttore, nato a Pisa nel 1943, morto a Lisbona nel 2012) nel  libro Il gioco del rovescio, “La  Saudade, […], non è una parola, è una categoria dello spirito, solo i portoghesi riescono a sentirla, perché hanno questa parola per dire che ce l’hanno“. E saudade è in effetti una parola assolutamente intraducibile in altre lingue (e comunque non traducibile in modo un po’ semplicistico con malinconia o nostalgia): si pronunciasawˈdadi” in portoghese europeo, “sawˈdadʒi in portoghese brasiliano, “sawˈdade in gagliego (o galiziano); è un termine che deriva dalla cultura lusitana, ed etimologicamente sembrerebbe derivare dal latino solitùdo, solitudinis, solitudine, isolamento e anche da salutare, salutatione, saluto (infatti nel sud del Portogallo, mandar saudades significa mandare saluti, felicitazioni; invece l’espressione matar a saudade o matar saudades è utilizzata per esprimere la scomparsa di questo sentimento, per esempio rincontrando una persona, rivedendo un luogo o rivivendo una situazione). L’uso del termine risale probabilmente all’epoca del colonialismo portoghese, quando iniziò ad essere usato per definire sia  la nostalgia di casa che i navigatori provavano quando erano in viaggio o in una terra straniera, sia la nostalgia del mare che sentivano invece quando erano a casa).

Lo stesso Tabucchi cerca di dare una spiegazione a questa parola, nella raccolta di racconti Viaggi e altri viaggi: “La saudade è parola portoghese di impervia traduzione, perché è una parola-concetto, perciò viene restituita in altre lingue in maniera approssimativa. Su un comune dizionario portoghese-italiano la troverete tradotta con “nostalgia”, parola troppo giovane (fu coniata nel Settecento dal medico svizzero Johannes Hofer) per una faccenda così antica come la saudade. Se consultate un autorevole dizionario portoghese, come il Morais, dopo l’indicazione dell’etimo soidade o solitate, cioè “solitudine”, vi darà una definizione molto complessa: «Malinconia causata dal ricordo di un bene perduto; dolore provocato dall’assenza di un oggetto amato; ricordo dolce e insieme triste di una persona cara» […] È dunque qualcosa di straziante, ma può anche intenerire, e non si rivolge esclusivamente al passato, ma anche al futuro, perché esprime un desiderio che vorreste si realizzasse. E qui le cose si complicano perché la nostalgia del futuro è un paradosso. Forse un corrispettivo più adeguato potrebbe essere il “disìo dantesco che reca con sé una certa dolcezza, visto che «intenerisce il core». Insomma, come spiegare questa parola?“.

Con la saudade quindi, le sensazioni diventano fluide, si allargano in più dimensioni temporali: il vissuto nel tempo presente può riportare nostalgicamente al passato facendo ripensare a oggetti, cose, persone, situazioni ormai perdute e irripetibili. Ma lo stesso elemento presente può connettersi  ad un tempo futuro, facendo pensare a quando in quel momento sarà assente ciò che ora sta accadendo o che invece si sarebbe desiderato ma non è mai accaduto, né nel presente né in passato: uno struggimento sincronico, quindi. Un po’ come scrive Fernando Pessoa (ne Il Libro dell’Inquietudine): “I sentimenti più dolorosi e le emozioni più pungenti, sono quelli assurdi: l’ansia di cose impossibili, proprio perché sono impossibili, la nostalgia di ciò che non c’è mai stato, il desiderio di ciò che potrebbe essere stato, la pena di non essere un altro, l’insoddisfazione per l’esistenza del mondo“. Fernando Pessoa è infatti un altro autore (tra i moltissimi poeti e scrittori che a partire dal 1400 fino ad oggi hanno parlato di questo particolare sentimento) che ha scritto moltissime pagine intrise di saudade. Portoghese di nascita (nasce a Lisbona nel 1888 e muore nel 1935), ma  sradicato da Lisbona all’età di sette anni in un momento di disgregazione per la sua famiglia,  rimarrà per sempre legato a quei primi anni felici e a quell’armonia ormai persa esprimendo nei suoi scritti (sempre in lingua portoghese) tutta la nostalgia per il suo mondo perduto, il desiderio indefinito di qualcosa che manca, come è evidente in questi  versi:

Ah, ogni molo è una nostalgia di pietra!
E quando la nave salpa
e subito ci accorgiamo che s’è aperto uno spazio
tra il molo e la nave,
non so perché, mi coglie un’angoscia mai provata,
una nebbia di sentimenti di tristezza
che brilla al sole delle mie angosce rifiorite
come la prima finestra sulla quale riverbera l’alba,
e mi avvolge come il ricordo di un’altra persona
che fosse misteriosamente mia.

(da Ode marittima)

Ma la poesia portoghese non è l’unico ambito dove viene espressa e descritta la saudade: anche la musica ne è profondamente influenzata e in particolare il Fado portoghese e la Bossa Nova brasiliana (ma anche la Morna di Capo Verde che nasce dalla fusione di ritmi africani con il Fado e canta di amore e nostalgia).

Il Fado è l’espressione più conosciuta, a livello internazionale (nel 2011, è stato dichiarato Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità), della musica portoghese: è una canzone “triste” (quasi un blues europeo), il cui nome deriva dal latino fatum, ovvero fato, destino. Con il Fado (Amália Rodrigues ne è la più conosciuta interprete) si raccontano i momenti difficili della vita e, appunto, il sentimento portoghese della saudade. Generalmente è cantato da una sola persona, accompagnata dalla chitarra portoghese. I documenti certificano l’esistenza del Fado a partire del 1838, ma la tradizione ritiene che le sue origini siano collegate ai canti dei marinai, ispirati alla solitudine, alla nostalgia e al dondolio delle barche nell’acqua.

Anche nella musica brasiliana, saudade è la parola chiave di tantissime canzoni, soprattutto nella Bossa Nova, il cui primo brano di successo fu proprio Chega de Saudade (Basta con la nostalgia), composta nel 1958 da Tom Jobim e da Vinicius de Moraes. In particolare grazie ai testi di  Moraes (paroliere, ma anche poeta), le canzoni brasiliane iniziarono ad abbandonare i temi tragici del periodo precedente (quello del samba cançao, in cui dominavano l’amore non corrisposto, la perdita dell’amore), diventando in qualche modo più ottimistiche: la saudade è ancora rivolta al passato e al presente, ma anche al futuro, che, per quanto incerto o irrealizzabile, è comunque pieno di speranza.

Gilberto Gil, altro grande interprete della musica brasiliana, scrive così nella sua canzone Toda Saudade:
Ogni saudade è la presenza dell’assenza / Di qualcuno, un luogo o un qualcosa, infine / Un improvviso no che si trasforma in sì / Come se il buio potesse illuminarsi. / Della stessa assenza di luce / Il chiarore si produce, / Il sole nella solitudine. / Ogni saudade è una capsula trasparente / Che sigilla e nel contempo porta la visione / Di ciò che non si può vedere / Che si è lasciato dietro di sé / Ma che si conserva nel proprio cuore“. (https://www.youtube.com/watch?v=hKnF293ERNA)
Mi sembra possa essere un’ottima descrizione per questo sentimento comunque mai definibile completamente, ma in ogni caso molto intenso e poetico.

(Irene Marchi – articolo originale già apparso qui http://caffebook.it/cultura/item/841-un-sentimento-indefinibile-ma-intenso-la-saudade)

Poesia “in movimento”

poesia in movimento

Articolo originale qui: http://caffebook.it/cultura/item/774-la-poesia-viaggia-anche-nella-metro

La poesia “viaggia” (anche) nella mètro

Avevo già parlato dei “libri liberati” attraverso il bookcrossing (qui http://caffebook.it/societa/item/657-bookcrossing-liberare-e-condividere-i-libri) e della piacevole ed evocativa sensazione che può regalare l’imbattersi in una poesia di strada (qui http://caffebook.it/cultura/item/727-la-poesia-e-di-tutti-quando-la-poesia-agisce-nelle-strade). Adesso  vorrei parlare di un particolare tipo di poesia  “in movimento”. No, non si tratta di una nuova”app” da scaricare sul nostro smartphone (e poi, davvero ci sarebbe ancora spazio in queste scatolette da cui non ci stacchiamo mai?), ma di un’esperienza reale  caratterizzata dalla stessa idea di base del bookcrossing e della poesia di strada: i libri, la poesia, e tutto il buono che da questi  può nascere, non devono per forza restare “fissi” negli scaffali di una libreria o di una biblioteca convenzionale, ma possono “muoversi”, arrivare in luoghi inconsueti (per dei libri) e raggiungere anche le persone che stanno viaggiando o semplicemente si stanno spostando per andare al lavoro.

A Poem On the Underground Wall” cantavano Simon & Garfunkel… e proprio a Londra,  già nel 1986,  è nato il progetto Poems on the Underground, ancora oggi vivissimo e bene accolto dall’utenza (proprio l’anno scorso ne è stato celebrato il trentesimo anniversario): si tratta di una iniziativa (nata da un’idea condivisa da un gruppo di scrittori, Judith Chernaik, Gerard Benson e Cicely Herbert, e realizzata in collaborazione con la metropolitana di Londra)  che consiste nel disporre alcuni pannelli sui vagoni della metropolitana, con la trascrizione di poesie al posto (meraviglia!) delle inserzioni pubblicitarie. Le poesie, selezionate dagli ideatori, appaiono nei vagoni tre volte all’anno e danno voce sia a poeti molto famosi, sia a quelli meno conosciuti.

Questa iniziativa si è poi diffusa in molte città del mondo e tra queste c’è anche New York dove i vagoni e le stazioni delle principali linee della metropolitana vengono decorati, con i versi di autori giovani e anche non particolarmente noti, fin dal 1992. Il merito di questa diffusione poetica  si deve alla Poetry Society of America e alla Metropolitan Transportation Authority (MTA, la società di trasporti cittadina) che con il loro progetto Poetry in Motion hanno dato la possibilità a centinaia di poesie di “catturare” lo sguardo di milioni di passeggeri. Poesia “in motion” quindi, e proprio di vero movimento si tratta: con l’attuazione di questi progetti le poesie perdono infatti la staticità dei libri e acquistano la dinamicità delle metropolitane e del mondo che vi ruota attorno, rendendo gli spostamenti più stimolanti per tutti i viaggiatori. E non è necessario essere grandi lettori o appassionati di poesia per essere “colpiti” dalle parole scritte:  un verso, letto per caso in un momento di quotidiana frenesia, può innescare in chiunque una serie di pensieri che potrebbero aiutare a rallentare un po’ il ritmo, a ripescare memorie piacevoli, a dar vita ad azioni “di cambiamento” o di ricerca. Leggendo quelle parole, ideate in un altro tempo e luogo  da un’altra persona (mentre anche il lettore si sta spostando nello spazio, in un tempo che solitamente viene considerato “perso” o comunque vuoto), si potrebbero creare piccole scintille di pensiero ed emozioni… Come?… Dite che pure la foto della modella seminuda o dell’ennesimo orologio di lusso può provocare dei pensieri? Sì, ma io mi riferivo a qualcosa che andasse oltre i pensieri sempre un po’ troppo “mercificati” in cui siamo immersi anche nostro malgrado. La stessa ideatrice di  Poems on the Underground, Judith Chernaik, ha spiegato che nella selezione dei testi da trascrivere sui pannelli uno dei criteri è proprio quello di trovare poesie che rientrino nei limiti di uno spazio pubblicitario, sottolineando poi che le poesie della mètro  sono popolari (e non elitarie come spesso si pensa della poesia) proprio perché offrono una via di fuga dalle pressioni combinate della pubblicità e del lavoro quotidiano. In ogni caso, che si riesca o meno a evadere tramite le poesie “viaggianti”, queste iniziative sono davvero un bel tentativo per migliorare le giornate delle persone: male che vada avremmo letto qualcosa di diverso dai soliti slogan pubblicitari che, in generale, promettono molto, non regalano nulla (e ci fanno troppo spesso sentire inadeguati).

In Italia, a Torino, proprio in questi giorni è proposta un’iniziativa simile, anche se non viene utilizzato il canale visivo della scrittura, ma quello uditivo della lettura e quindi dell’ascolto: da gennaio, infatti, fino al 15 aprile 2017, la metropolitana di Torino darà voce alla poesia con il progetto Metro Poetry. In tutte le stazioni, all’interno della normale programmazione di Radio GTT (Gruppo Trasporti Torinese) verranno inserite più volte al giorno, brevi letture eseguite da otto lettori e lettrici, diversi per provenienza, età, ritmo, timbro, cadenza. Lettori che  interpreteranno i versi (accompagnati da un sottofondo musicale) di diciannove poeti, scelti fra i più noti e i più studiati (da Giacomo Leopardi a Edgar Lee Masters, da Emily Dickinson a Federico Garcia Lorca, da Giovanni Pascoli a Jacques Prévert): si tratta di oltre settanta poesie, o frammenti di poesie, selezionate tra quelle maggiormente conosciute per sollecitare nell’ascoltatore il senso di ricordo e di familiarità (ma non mancheranno comunque alcune letture di testi meno conosciuti, per mantenere viva anche la curiosità e la voglia di scoperta).

Metro Poetry è un progetto ideato dall’Associazione culturale YOWRAS –  Young Writers & Storytellers  (che non è nuova a esperimenti poetici del genere) in collaborazione con alcune case editrici: gli ideatori sono appunto convinti che la poesia possa entrare a far parte delle nostre giornate, magari in quel tragitto tra casa e lavoro che spesso non è il nostro migliore momento, regalando così una nuova piacevole consuetudine  o l’inizio di una nuova ricerca.

Decisamente significativo è il sorriso sognante che si vede sul volto (disegnato di profilo, davanti a un microfono, e ricavato dal percorso reale della Linea 1 della metropolitana di Torino) nell’immagine ideata per rappresentare Metro Poetry.

Ancora una volta vorrei suggerire l’idea che la poesia è veramente di tutti, e non è soltanto “inarrivabile roba da libri”, ma ci può raggiungere in ogni luogo. Basta guardarsi attorno e avere voglia di trovarla.

  • ascoltandoSimon & Garfunkel – A Poem On the Underground Wall

Go slowly

rallentare

Esperimento di Blackout Poetry n.3 (per il n.1 e il n.2 vedi http://lapoesianonsimangia.myblog.it/2016/02/03/blackout-poetry-s-valentino/ e http://lapoesianonsimangia.myblog.it/2016/12/07/parlarsi/)

Andare piano, rallentare, ritrovare un ritmo “umano”, …: è solo un’idea retorica e impossibile?

blackout poetry 3

(Sempre

si può camminare

                          lentamente

nella vita:

il viaggio non sembri ridicolo.)

tratto da

piccoloprincipejpg*ascoltando Fabio Concato – Guido piano

… e la risposta di un venerdì

irrisolto

(… dopo “le domande di un lunedì” http://lapoesianonsimangia.myblog.it/2017/01/02/domande-di-un-lunedi/)

«Ti prego per quanto è possibile… sii paziente verso tutto ciò che è insoluto nel tuo cuore e prova ad amare le domande per se stesse… Non cercare ora risposte che non possono esserti date perché non saresti in grado di viverle. E il punto è che dobbiamo vivere ogni cosa. Vivi le domande adesso. Può darsi allora che poco a poco, senza accorgertene, un giorno lontano tu possa vivere la risposta… accetta tutto ciò che viene con grande fiducia e se appena viene dalla tua volontà, da qualche necessità del tuo intimo io, prendila su di te e non odiare nulla»

Rainer Maria Rilke, Lettres to a Young Poet, (New York: Norton, 1954), pp. 18-19 (trad. it.: Lettere al giovane poeta, Argalia, 1962).

*ascoltando Ivano Fossati – C’è tempo https://www.youtube.com/watch?v=IBmq7ec1Abs.