“Saudade” anche tu?

saudade - foto di Irene Marchi

Deve chiamarsi tristezza
questo che non so cosa sia
che m’inquieta senza sorpresa,
nostalgia che non desidera.

Sì tristezza – ma quella
che nasce dal sapere
che lontano v’è una stella
e vicino v’è il non averla.

Sia quel che sia, è quel che ho.
Tutto il resto è solo tutto.
E lascio andar la polvere che prendo
dalle mani piene di polvere.

Fernando Pessoa da Il mondo che non vedo. Poesie ortonime

Se vi è mai capitato di provare un sentimento di malinconico desiderio verso qualcosa che non c’è più, una nostalgia struggente intrisa di tristezza ma anche di dolcezza (restando così in bilico tra una lacrima e un sorriso di accettazione) verso una persona o un luogo ormai lontani, verso  una terra, una casa, un amore ormai persi o anche verso un luogo mai visitato o un’esperienza che avete desiderato ma che non potrà mai essere, potete forse dire di aver provato quella che in portoghese viene chiamata “saudade” (anche se non siete portoghesi o brasiliani).

Ma quel sentimento indefinito non potrà essere chiamato in altro modo se non saudade, in portoghese, appunto, perché, come scrive Antonio Tabucchi (narratore, saggista, docente di letteratura portoghese e traduttore, nato a Pisa nel 1943, morto a Lisbona nel 2012) nel  libro Il gioco del rovescio, “La  Saudade, […], non è una parola, è una categoria dello spirito, solo i portoghesi riescono a sentirla, perché hanno questa parola per dire che ce l’hanno“. E saudade è in effetti una parola assolutamente intraducibile in altre lingue (e comunque non traducibile in modo un po’ semplicistico con malinconia o nostalgia): si pronunciasawˈdadi” in portoghese europeo, “sawˈdadʒi in portoghese brasiliano, “sawˈdade in gagliego (o galiziano); è un termine che deriva dalla cultura lusitana, ed etimologicamente sembrerebbe derivare dal latino solitùdo, solitudinis, solitudine, isolamento e anche da salutare, salutatione, saluto (infatti nel sud del Portogallo, mandar saudades significa mandare saluti, felicitazioni; invece l’espressione matar a saudade o matar saudades è utilizzata per esprimere la scomparsa di questo sentimento, per esempio rincontrando una persona, rivedendo un luogo o rivivendo una situazione). L’uso del termine risale probabilmente all’epoca del colonialismo portoghese, quando iniziò ad essere usato per definire sia  la nostalgia di casa che i navigatori provavano quando erano in viaggio o in una terra straniera, sia la nostalgia del mare che sentivano invece quando erano a casa).

Lo stesso Tabucchi cerca di dare una spiegazione a questa parola, nella raccolta di racconti Viaggi e altri viaggi: “La saudade è parola portoghese di impervia traduzione, perché è una parola-concetto, perciò viene restituita in altre lingue in maniera approssimativa. Su un comune dizionario portoghese-italiano la troverete tradotta con “nostalgia”, parola troppo giovane (fu coniata nel Settecento dal medico svizzero Johannes Hofer) per una faccenda così antica come la saudade. Se consultate un autorevole dizionario portoghese, come il Morais, dopo l’indicazione dell’etimo soidade o solitate, cioè “solitudine”, vi darà una definizione molto complessa: «Malinconia causata dal ricordo di un bene perduto; dolore provocato dall’assenza di un oggetto amato; ricordo dolce e insieme triste di una persona cara» […] È dunque qualcosa di straziante, ma può anche intenerire, e non si rivolge esclusivamente al passato, ma anche al futuro, perché esprime un desiderio che vorreste si realizzasse. E qui le cose si complicano perché la nostalgia del futuro è un paradosso. Forse un corrispettivo più adeguato potrebbe essere il “disìo dantesco che reca con sé una certa dolcezza, visto che «intenerisce il core». Insomma, come spiegare questa parola?“.

Con la saudade quindi, le sensazioni diventano fluide, si allargano in più dimensioni temporali: il vissuto nel tempo presente può riportare nostalgicamente al passato facendo ripensare a oggetti, cose, persone, situazioni ormai perdute e irripetibili. Ma lo stesso elemento presente può connettersi  ad un tempo futuro, facendo pensare a quando in quel momento sarà assente ciò che ora sta accadendo o che invece si sarebbe desiderato ma non è mai accaduto, né nel presente né in passato: uno struggimento sincronico, quindi. Un po’ come scrive Fernando Pessoa (ne Il Libro dell’Inquietudine): “I sentimenti più dolorosi e le emozioni più pungenti, sono quelli assurdi: l’ansia di cose impossibili, proprio perché sono impossibili, la nostalgia di ciò che non c’è mai stato, il desiderio di ciò che potrebbe essere stato, la pena di non essere un altro, l’insoddisfazione per l’esistenza del mondo“. Fernando Pessoa è infatti un altro autore (tra i moltissimi poeti e scrittori che a partire dal 1400 fino ad oggi hanno parlato di questo particolare sentimento) che ha scritto moltissime pagine intrise di saudade. Portoghese di nascita (nasce a Lisbona nel 1888 e muore nel 1935), ma  sradicato da Lisbona all’età di sette anni in un momento di disgregazione per la sua famiglia,  rimarrà per sempre legato a quei primi anni felici e a quell’armonia ormai persa esprimendo nei suoi scritti (sempre in lingua portoghese) tutta la nostalgia per il suo mondo perduto, il desiderio indefinito di qualcosa che manca, come è evidente in questi  versi:

Ah, ogni molo è una nostalgia di pietra!
E quando la nave salpa
e subito ci accorgiamo che s’è aperto uno spazio
tra il molo e la nave,
non so perché, mi coglie un’angoscia mai provata,
una nebbia di sentimenti di tristezza
che brilla al sole delle mie angosce rifiorite
come la prima finestra sulla quale riverbera l’alba,
e mi avvolge come il ricordo di un’altra persona
che fosse misteriosamente mia.

(da Ode marittima)

Ma la poesia portoghese non è l’unico ambito dove viene espressa e descritta la saudade: anche la musica ne è profondamente influenzata e in particolare il Fado portoghese e la Bossa Nova brasiliana (ma anche la Morna di Capo Verde che nasce dalla fusione di ritmi africani con il Fado e canta di amore e nostalgia).

Il Fado è l’espressione più conosciuta, a livello internazionale (nel 2011, è stato dichiarato Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità), della musica portoghese: è una canzone “triste” (quasi un blues europeo), il cui nome deriva dal latino fatum, ovvero fato, destino. Con il Fado (Amália Rodrigues ne è la più conosciuta interprete) si raccontano i momenti difficili della vita e, appunto, il sentimento portoghese della saudade. Generalmente è cantato da una sola persona, accompagnata dalla chitarra portoghese. I documenti certificano l’esistenza del Fado a partire del 1838, ma la tradizione ritiene che le sue origini siano collegate ai canti dei marinai, ispirati alla solitudine, alla nostalgia e al dondolio delle barche nell’acqua.

Anche nella musica brasiliana, saudade è la parola chiave di tantissime canzoni, soprattutto nella Bossa Nova, il cui primo brano di successo fu proprio Chega de Saudade (Basta con la nostalgia), composta nel 1958 da Tom Jobim e da Vinicius de Moraes. In particolare grazie ai testi di  Moraes (paroliere, ma anche poeta), le canzoni brasiliane iniziarono ad abbandonare i temi tragici del periodo precedente (quello del samba cançao, in cui dominavano l’amore non corrisposto, la perdita dell’amore), diventando in qualche modo più ottimistiche: la saudade è ancora rivolta al passato e al presente, ma anche al futuro, che, per quanto incerto o irrealizzabile, è comunque pieno di speranza.

Gilberto Gil, altro grande interprete della musica brasiliana, scrive così nella sua canzone Toda Saudade:
Ogni saudade è la presenza dell’assenza / Di qualcuno, un luogo o un qualcosa, infine / Un improvviso no che si trasforma in sì / Come se il buio potesse illuminarsi. / Della stessa assenza di luce / Il chiarore si produce, / Il sole nella solitudine. / Ogni saudade è una capsula trasparente / Che sigilla e nel contempo porta la visione / Di ciò che non si può vedere / Che si è lasciato dietro di sé / Ma che si conserva nel proprio cuore“. (https://www.youtube.com/watch?v=hKnF293ERNA)
Mi sembra possa essere un’ottima descrizione per questo sentimento comunque mai definibile completamente, ma in ogni caso molto intenso e poetico.

(Irene Marchi – articolo originale già apparso qui http://caffebook.it/cultura/item/841-un-sentimento-indefinibile-ma-intenso-la-saudade)

Poesia “in movimento”

poesia in movimento

Articolo originale qui: http://caffebook.it/cultura/item/774-la-poesia-viaggia-anche-nella-metro

La poesia “viaggia” (anche) nella mètro

Avevo già parlato dei “libri liberati” attraverso il bookcrossing (qui http://caffebook.it/societa/item/657-bookcrossing-liberare-e-condividere-i-libri) e della piacevole ed evocativa sensazione che può regalare l’imbattersi in una poesia di strada (qui http://caffebook.it/cultura/item/727-la-poesia-e-di-tutti-quando-la-poesia-agisce-nelle-strade). Adesso  vorrei parlare di un particolare tipo di poesia  “in movimento”. No, non si tratta di una nuova”app” da scaricare sul nostro smartphone (e poi, davvero ci sarebbe ancora spazio in queste scatolette da cui non ci stacchiamo mai?), ma di un’esperienza reale  caratterizzata dalla stessa idea di base del bookcrossing e della poesia di strada: i libri, la poesia, e tutto il buono che da questi  può nascere, non devono per forza restare “fissi” negli scaffali di una libreria o di una biblioteca convenzionale, ma possono “muoversi”, arrivare in luoghi inconsueti (per dei libri) e raggiungere anche le persone che stanno viaggiando o semplicemente si stanno spostando per andare al lavoro.

A Poem On the Underground Wall” cantavano Simon & Garfunkel… e proprio a Londra,  già nel 1986,  è nato il progetto Poems on the Underground, ancora oggi vivissimo e bene accolto dall’utenza (proprio l’anno scorso ne è stato celebrato il trentesimo anniversario): si tratta di una iniziativa (nata da un’idea condivisa da un gruppo di scrittori, Judith Chernaik, Gerard Benson e Cicely Herbert, e realizzata in collaborazione con la metropolitana di Londra)  che consiste nel disporre alcuni pannelli sui vagoni della metropolitana, con la trascrizione di poesie al posto (meraviglia!) delle inserzioni pubblicitarie. Le poesie, selezionate dagli ideatori, appaiono nei vagoni tre volte all’anno e danno voce sia a poeti molto famosi, sia a quelli meno conosciuti.

Questa iniziativa si è poi diffusa in molte città del mondo e tra queste c’è anche New York dove i vagoni e le stazioni delle principali linee della metropolitana vengono decorati, con i versi di autori giovani e anche non particolarmente noti, fin dal 1992. Il merito di questa diffusione poetica  si deve alla Poetry Society of America e alla Metropolitan Transportation Authority (MTA, la società di trasporti cittadina) che con il loro progetto Poetry in Motion hanno dato la possibilità a centinaia di poesie di “catturare” lo sguardo di milioni di passeggeri. Poesia “in motion” quindi, e proprio di vero movimento si tratta: con l’attuazione di questi progetti le poesie perdono infatti la staticità dei libri e acquistano la dinamicità delle metropolitane e del mondo che vi ruota attorno, rendendo gli spostamenti più stimolanti per tutti i viaggiatori. E non è necessario essere grandi lettori o appassionati di poesia per essere “colpiti” dalle parole scritte:  un verso, letto per caso in un momento di quotidiana frenesia, può innescare in chiunque una serie di pensieri che potrebbero aiutare a rallentare un po’ il ritmo, a ripescare memorie piacevoli, a dar vita ad azioni “di cambiamento” o di ricerca. Leggendo quelle parole, ideate in un altro tempo e luogo  da un’altra persona (mentre anche il lettore si sta spostando nello spazio, in un tempo che solitamente viene considerato “perso” o comunque vuoto), si potrebbero creare piccole scintille di pensiero ed emozioni… Come?… Dite che pure la foto della modella seminuda o dell’ennesimo orologio di lusso può provocare dei pensieri? Sì, ma io mi riferivo a qualcosa che andasse oltre i pensieri sempre un po’ troppo “mercificati” in cui siamo immersi anche nostro malgrado. La stessa ideatrice di  Poems on the Underground, Judith Chernaik, ha spiegato che nella selezione dei testi da trascrivere sui pannelli uno dei criteri è proprio quello di trovare poesie che rientrino nei limiti di uno spazio pubblicitario, sottolineando poi che le poesie della mètro  sono popolari (e non elitarie come spesso si pensa della poesia) proprio perché offrono una via di fuga dalle pressioni combinate della pubblicità e del lavoro quotidiano. In ogni caso, che si riesca o meno a evadere tramite le poesie “viaggianti”, queste iniziative sono davvero un bel tentativo per migliorare le giornate delle persone: male che vada avremmo letto qualcosa di diverso dai soliti slogan pubblicitari che, in generale, promettono molto, non regalano nulla (e ci fanno troppo spesso sentire inadeguati).

In Italia, a Torino, proprio in questi giorni è proposta un’iniziativa simile, anche se non viene utilizzato il canale visivo della scrittura, ma quello uditivo della lettura e quindi dell’ascolto: da gennaio, infatti, fino al 15 aprile 2017, la metropolitana di Torino darà voce alla poesia con il progetto Metro Poetry. In tutte le stazioni, all’interno della normale programmazione di Radio GTT (Gruppo Trasporti Torinese) verranno inserite più volte al giorno, brevi letture eseguite da otto lettori e lettrici, diversi per provenienza, età, ritmo, timbro, cadenza. Lettori che  interpreteranno i versi (accompagnati da un sottofondo musicale) di diciannove poeti, scelti fra i più noti e i più studiati (da Giacomo Leopardi a Edgar Lee Masters, da Emily Dickinson a Federico Garcia Lorca, da Giovanni Pascoli a Jacques Prévert): si tratta di oltre settanta poesie, o frammenti di poesie, selezionate tra quelle maggiormente conosciute per sollecitare nell’ascoltatore il senso di ricordo e di familiarità (ma non mancheranno comunque alcune letture di testi meno conosciuti, per mantenere viva anche la curiosità e la voglia di scoperta).

Metro Poetry è un progetto ideato dall’Associazione culturale YOWRAS –  Young Writers & Storytellers  (che non è nuova a esperimenti poetici del genere) in collaborazione con alcune case editrici: gli ideatori sono appunto convinti che la poesia possa entrare a far parte delle nostre giornate, magari in quel tragitto tra casa e lavoro che spesso non è il nostro migliore momento, regalando così una nuova piacevole consuetudine  o l’inizio di una nuova ricerca.

Decisamente significativo è il sorriso sognante che si vede sul volto (disegnato di profilo, davanti a un microfono, e ricavato dal percorso reale della Linea 1 della metropolitana di Torino) nell’immagine ideata per rappresentare Metro Poetry.

Ancora una volta vorrei suggerire l’idea che la poesia è veramente di tutti, e non è soltanto “inarrivabile roba da libri”, ma ci può raggiungere in ogni luogo. Basta guardarsi attorno e avere voglia di trovarla.

  • ascoltandoSimon & Garfunkel – A Poem On the Underground Wall

Go slowly

rallentare

Esperimento di Blackout Poetry n.3 (per il n.1 e il n.2 vedi http://lapoesianonsimangia.myblog.it/2016/02/03/blackout-poetry-s-valentino/ e http://lapoesianonsimangia.myblog.it/2016/12/07/parlarsi/)

Andare piano, rallentare, ritrovare un ritmo “umano”, …: è solo un’idea retorica e impossibile?

blackout poetry 3

(Sempre

si può camminare

                          lentamente

nella vita:

il viaggio non sembri ridicolo.)

tratto da

piccoloprincipejpg*ascoltando Fabio Concato – Guido piano

… e la risposta di un venerdì

irrisolto

(… dopo “le domande di un lunedì” http://lapoesianonsimangia.myblog.it/2017/01/02/domande-di-un-lunedi/)

«Ti prego per quanto è possibile… sii paziente verso tutto ciò che è insoluto nel tuo cuore e prova ad amare le domande per se stesse… Non cercare ora risposte che non possono esserti date perché non saresti in grado di viverle. E il punto è che dobbiamo vivere ogni cosa. Vivi le domande adesso. Può darsi allora che poco a poco, senza accorgertene, un giorno lontano tu possa vivere la risposta… accetta tutto ciò che viene con grande fiducia e se appena viene dalla tua volontà, da qualche necessità del tuo intimo io, prendila su di te e non odiare nulla»

Rainer Maria Rilke, Lettres to a Young Poet, (New York: Norton, 1954), pp. 18-19 (trad. it.: Lettere al giovane poeta, Argalia, 1962).

*ascoltando Ivano Fossati – C’è tempo https://www.youtube.com/watch?v=IBmq7ec1Abs.

Antonia e Nick: qualcosa in comune

nick-e-antoniajpg

Antonia e Nick: una struggente bellezza  e un destino in comune (articolo già presente qui http://caffebook.it/index.php/cultura/item/740-antonia-e-nick-una-struggente-bellezza-e-un-destino-in-comune)

Di chi sto parlando? Sto parlando di due artisti, lei poetessa italiana, lui cantautore (folk) inglese, morti entrambi a ventisei anni (Antonia suicida mediante barbiturici e Nick per overdose di antidepressivi, ma non è mai stato chiaro se fosse premeditata oppure no). Due artisti che hanno scritto parole (e musica) di straordinaria bellezza e intensità, ma che in vita rimasero sconosciuti ai più o comunque non vennero capiti, e solo dopo la loro scomparsa sono stati “rivalutati” e giustamente apprezzati . Sto parlando di Antonia Pozzi (Milano, 13 febbraio 1912 – 3 dicembre 1938) e di Nick Drake (Yangon, Birmania, 19 giugno 1948 – 25 novembre 1974, Tanworth-in-Arden, Inghilterra).

Non sono certo gli unici artisti che (in ogni epoca)  hanno cominciato ad essere apprezzati solo dopo la morte, ci sono stati tantissimi altri casi simili  (e ci si potrebbe anche porre qualche domanda sui motivi di tutte queste scoperte sempre troppo tardive): il compositore Johann Sebastian Bach, i pittori Johannes Vermeer e Vincent Van Gogh, gli scrittori Franz Kafka, H.P. Lovecraft, Hermann Melville, Goliarda Sapienza, Stieg Larsson, solo per citarne alcuni.

Ma ho scelto di parlare  proprio di Antonia Pozzi e Nick Drake, accostandoli, perché  nei loro versi  è possibile ritrovare la stessa struggente malinconia e  lo stesso senso di solitudine esistenziale, espressi tra l’altro da entrambi con un  tono schivo e delicato, ma assolutamente sincero e incurante dei modelli imperanti del loro tempo.  Le parole che danno vita alle loro poesie e canzoni sembrano molto spesso fluttuare, quasi evanescenti, in un’atmosfera rarefatta  (la voce di Drake è poi inconfondibile: evocativa, limpida  e al contempo calda, sebbene egli cantasse con un filo di voce), ma hanno una profondità  emotiva innegabile. Profondità che senza dubbio si deve alla sensibilità accentuata e all’irrequietezza interiore che essi conobbero nella loro breve vita: tutti e due infatti soffrirono di depressione che, direttamente o indirettamente, fu la causa della loro morte.

Antonia Pozzi e Nick Drake furono entrambi molto timidi, estremamente riservati, e trovarono nella scrittura un modo per essere veramente liberi, una sorta di rifugio, ma che non fu mai evasione totale dalle cose della vita: queste infatti sono il vero oggetto dei loro versi,  che rincorrono incessantemente il senso della vita, della morte, dell’amore. Lievi e profondi allo stesso tempo, quindi, i loro testi: sia Antonia Pozzi (le cui poesie furono definite da Montale  come  “ridotte al minimo di peso”) che Nick Drake (tutte le canzoni sono piene di lirismo, ma molto solide dal punto di vista melodico, e assolutamente mai banali) ci portano in un mondo ricco di domande, alla ricerca di ascolto e accettazione (le loro parole sembrano urla sussurrate), e tanta, tantissima natura: cieli, albe, nebbie, sere, lune, stelle, sole. La natura (più  limpida in Antonia, più misteriosa in Nick) è infatti una presenza costante nella loro produzione poetica e musicale, e viene evocata da entrambi attraverso i loro occhi eternamente giovani (quasi di bambini, anche se sempre troppo maturi per la loro età), occhi di chi si sente minuscolo, talvolta accolto, ma più spesso sperduto, di fronte all’immensità dagli elementi naturali.

Vediamo per esempio come nei due artisti  ci sia la stessa voglia di innalzarsi verso il cielo,  lo stesso anelito verso l’azzurro:

(…) Forse la vita è davvero
quale la scopri nei giorni giovani:
un soffio eterno che cerca
di cielo in cielo
chissà che altezza.

Ma noi siamo come l’erba dei prati
che sente sopra sé passare il vento
e tutta canta nel vento
e sempre vive nel vento,
eppure non sa così crescere
da fermare quel volo supremo
né balzare su dalla terra
per annegarsi in lui.

(da Prati, 31 dicembre 1931)

 

(…) Have you never heard a way to find the sun (…)
Have you seen the land living by the breeze
Can you understand a light among the trees (…)
Show me what you have to show
Tell us all today If you know the way to blue? (…)

trad.: (…) Non hai mai sentito parlare di un modo per trovare il sole? (…)

Hai visto la terra che vive (sotto) la brezza?
Sei in grado di comprendere la luce (che filtra) tra gli alberi? (…) Dillo a tutti noi, oggi se tu conosci la strada verso l’azzurro (…)
(da Way to Blue – dall’album Five Leaves Left, 1969)

Entrambi cominciarono a scrivere testi  da giovanissimi, lei a diciassette anni, lui (influenzato dai simbolisti francesi) a diciannove (molto tempo prima aveva cominciato a suonare da autodidatta la chitarra, e divenne infatti anche un ottimo chitarrista) ma, come si diceva all’inizio,  la vera essenza e il valore di ciò che essi scrissero vennero realmente colti solo dopo la loro morte (molti anni dopo per Antonia, quasi subito invece per Nick).

Di Antonia Pozzi infatti il padre fece pubblicare, postumo, un unico libro, Parole, su cui però aveva operato una censura (e di cui aveva addirittura riscritto alcune parti) perché l’originale  non era ritenuto consono alla memoria che egli voleva costruire per la figlia. É stato un equivoco durato per molti decenni e che ha fatto sì che la poetessa non abbia avuto la giusta collocazione nella letteratura italiana. Oggi è solo grazie al lavoro preciso e puntuale di ricostruzione filologica da parte di Onorina Dino (una suora dell’ordine del Preziosissimo Sangue di Monza, che si laureò con una tesi sulla scrittrice, e che venne in contatto con gli scritti originali custoditi dalla famiglia) che possiamo leggere finalmente le poesie originali (con l’epistolario e le pagine di diario) di Antonia, nell’edizione curata appunto da Onorina Dino e da Graziella Bernabò, intitolata Poesia che mi guardi (2010), e che contiene anche il film-documentario “Poesia che mi guardi” di Marina Spada.

Meno tempo è  stato invece necessario per “riscoprire” Nick Drake. Nel 1969 pubblicò il suo primo disco “Five leaves left”  che passò del tutto inosservato al grande pubblico, vendendo solo poche migliaia di copie (anche a causa delle difficoltà del musicista nell’esibirsi in concerti e nel rilasciare interviste). L’anno successivo uscì “Bryter Later“: il suo talento venne in parte riconosciuto dalla  stampa, ma non dal pubblico. L’ultimo disco, “Pink Moon“, pubblicato nel 1972, è considerato  il grande testamento musicale di Drake, ma anche questo non venne notato più di tanto. Nick  decise quindi di abbandonare il mondo della musica e tornò nella casa dei genitori dove di lì a poco sarebbe morto. Poi, poco tempo dopo la sua morte (cito da Le provenienze dell’amore – Vita morte e postmortem di Nick Drake misconosciuto cantautore inglese, molto sexy, di Stefano Pistolini, Fazi Editore, 1998 ): “Nick assunse i contorni di una magica figura romantica, inimitabile, esotica. Presto le vendite dei suoi dischi conobbero un’impennata […] Col passare degli anni, il nome di Drake venne evocato da ogni genere di musicisti, tutti pronti a citarne la determinante influenza artistica. Nick oggi impersona l’archetipo della trasposizione estrema della sensibilità in canzone. […](Adesso) quasi nessuno sa come, in vita, la sua musica venne violentemente ignorata e come i valori innovativi del suo discorso musicale, già presenti al tempo del suo debutto artistico, restarono del tutto lettera morta. Il martirio artistico di Nick è un caso archiviato di cecità collettiva”.

E infatti oggi, perfino il mondo del cinema e della pubblicità attinge al repertorio musicale di Drake (in Italia è stato di recente utilizzato un passaggio di Northern Sky in uno spot di Poste Italiane, ma già nel 2000 la canzone Pink Moon era stata usata dalla Volkswagen come sottofondo musicale nello spot del nuovo Maggiolino) e c’è da chiedersi cosa ne penserebbe lui (che rifuggiva perfino le interviste) di questo fatto.

In conclusione non posso che invitare alla lettura della poesia di Antonia Pozzi riportata sotto e all’ascolto di Northern Sky (dall’album Brayter Layter, qui il link https://www.youtube.com/watch?v=S3jCFeCtSjk) di Nick Drake: due prove che rendono evidente più di tante parole la struggente bellezza della loro creazione artistica.

Lieve offerta

Vorrei che la mia anima ti fosse
leggera
come le estreme foglie
dei pioppi, che s’accendono di sole
in cima ai tronchi fasciati
di nebbia –

Vorrei condurti con le mie parole
per un deserto viale, segnato
d’esili ombre –
fino a una valle d’erboso silenzio,
al lago –
ove tinnisce per un fiato d’aria
il canneto
e le libellule si trastullano
con l’acqua non profonda –

Vorrei che la mia anima ti fosse
leggera,
che la mia poesia ti fosse un ponte,
sottile e saldo,
bianco –
sulle oscure voragini
della terra.

 

 

La poesia è di tutti (Quando la poesia “agisce” nelle strade)

foto di accion poetica tratta da web (sito ehabitat)

(Articolo originale già apparso qui: http://caffebook.it/cultura/item/727-la-poesia-e-di-tutti-quando-la-poesia-agisce-nelle-strade.html)

Che reazione avremmo se camminando in una qualsiasi città, tra le infinite immagini pubblicitarie che ci intasano la mente (anche senza che ce ne accorgiamo) o tra il caos e il degrado di certe zone, ci imbattessimo all’improvviso in una breve poesia scritta su un muro o su un foglietto attaccato ad una panchina? Questo  incontro inaspettato di sicuro ci stupirebbe, molto probabilmente darebbe un tocco di piacevole curiosità  a quel momento, e nei casi più fortunati innescherebbe una serie di pensieri (e domande) diversi dal quel centrifugato di quotidiane  preoccupazioni e ansie che ci accompagnano sempre, mentre attraversiamo di fretta la città.

Del resto, secondo me, la poesia questo dovrebbe fare: colpire, consolare, fare compagnia, creare piccole rivoluzioni nel pensiero… parlare alla gente! Però, finché rimane segregata (oltre che soffocata dalle invadenti note interpretative) all’interno di antologie scolastiche e in raccolte seminascoste negli scaffali delle librerie (perché la poesia non vende! ci dicono i librai e gli editori), difficilmente potrà parlare e soprattutto raggiungere i pensieri delle persone. La strada invece può rendere fruibile e pubblico quello che di solito rimane chiuso (o che comunque viene aperto da pochi) tra le pagine dei libri: i muri della città possono accogliere la poesia  che in questo modo potrà colpire tutti quelli che in lei si imbatteranno. Perché la poesia dovrebbe essere proprio di tutti, la poesia como el pan es de todos: questa una delle frasi scritte sui muri  dagli artisti di Accíon Poetica (che citano in questo caso il poeta e rivoluzionario salvadoregno Roque Dalton). E proprio da questo gruppo voglio partire per parlare della  poesia di strada contemporanea (parto dall’estero per tornare poi in Italia).

Acción Poética (Azione Poetica) è un  movimento letterario urbano, fondato da Armando Alanís Pulido a Monterrey (Messico) nel 1996. In questi vent’anni Armando Alanís ha scritto versi poetici in migliaia di pareti della sua città natale (è stato  insignito del Premio nazionale di Poesia Giovane Ubaldo Ramos, nel 1998, e del Premio per le Arti dell’Università Autonoma di Nuevo Leon, nel 2005). I versi scritti sui muri da Acción Poética possono essere pensieri creati dagli stessi artisti del movimento (detti appunto poeti callejeros, cioè di strada), ma anche citazioni di scrittori famosi come Octavio Paz (poeta e saggista messicano, premio Nobel per la Letteratura nel 1990) o Pablo Neruda, e in genere sono scritti con lettere nere su un muro dipinto di bianco. Normalmente sono versi brevi (molto spesso non contengono più di otto parole) al fine di garantire una visibilità rapida ed efficace e tutti mostrano la firma “Acción Poética“, scritta a lettere maiuscole nella parte inferiore della parete. Dallo stato di Nuevo Leon il movimento si è diffuso poi anche ad altri paesi dell’America Latina (Argentina, Cile, Panama) e dell’Europa (Spagna e Italia). Una cosa da sottolineare è che nemmeno uno di questi muri è stato dipinto illegalmente: sia Armando Alanís Pulido sia i vari gruppi di Accíon Poetica hanno sempre chiesto il permesso di eseguire le proprie opere, né gli artisti possono accettare eventuali pagamenti in denaro, ma soltanto donazioni di vernice, spazzole e pareti da poter dipingere. Si può quindi parlare di poeti  di strada ma soprattutto di poeti liberi, che inseguono il sogno di rendere la poesia accessibile a tutti e regalare a tutti la libertà che caratterizza quest’arte.

Anche in Italia esiste un movimento che persegue lo stesso fine di Accíon Poetica: si tratta del MEP, Movimento per l’Emancipazione della Poesia (un movimento assolutamente apolitico, e disponibilissimo a farsi conoscere e a dare informazioni riguardo alla sua struttura e ai suoi intenti). Nasce a Firenze nel 2010, ma si è poi diffuso in molte altre città italiane, con lo scopo di ridare valore a una poesia che oggi sta perdendo sempre più lettori (perché tanti sono quelli che scrivono poesia, ma pochi quelli che la leggono): “È un movimento artistico che persegue lo scopo di infondere nuovamente nelle persone interesse e rispetto per la poesia intesa nelle sue differenti forme” si legge nel manifesto di questo movimento; continuando la lettura, si capisce inoltre che il MEP non intende creare una corrente o uno stile particolare, vuole solamente condividere la poesia per far sì che essa sia di nuovo in circolazione e quindi letta da molte persone, “si propone di restituire alla poesia il ruolo egemone che le compete sulle altre arti e al contempo di non lasciarla esclusivo appannaggio di una ristretta élite, ma di riportarla alle persone, per le strade e nelle piazze“. Le poesie sono scritte su fogli (generalmente nel formato A4) che vengono poi attaccati sui muri delle città o sulle pensiline dell’autobus o sui pali della luce (ma mai attaccati su opere d’arte o monumenti). Inoltre, tutte le poesie sono anonime: compare solo la sigla MEP  e una iniziale accompagnata a un numero (tipo A.08, D.25, ecc.) che indicano un determinato autore. Questo per dare maggiore importanza alla parola e alla forma di scrittura piuttosto che a colui che scrive, per fare quindi apprezzare di più la poesia in generale rispetto alla poesia di qualcuno in particolare (nel manifesto è ben spiegata questa scelta: “La ragione per la quale è stata preferita una lettera con numero seriale a qualsiasi altra soluzione va in questa direzione, il fine è quello di spersonalizzare al massimo l’autore -pur non elidendolo- affinché risulti quantomeno arduo affezionarsi a un singolo poeta prima ancora che accostarsi agli intenti del Movimento“). Chiunque può far parte del Movimento di Emancipazione della Poesia: basta avere la volontà di scrivere, leggere, e diffondere la poesia in quanto tale, per evitare che questa diventi un’arte sempre più distante dalle persone (oltre ad essere attaccate ai muri, le poesie vengono diffuse anche tramite volantinaggio, l’inserimento clandestino nei libri delle librerie o delle biblioteche, la condivisione in rete, la pubblicazione su riviste, le letture alla radio, con allestimenti di vario tipo e la collaborazione con compagnie teatrali, musicisti e street-artist). Anche in questo caso quindi,  si può parlare di liberi poeti di strada (anzi, loro preferiscono definirsi come un movimento di poesia in strada più che di strada, considerando cioè la strada come un mezzo di diffusione e non come parte creativa della poesia) che, come gli altri artisti che agiscono in strada, scavalcano  lo schema tradizionale per condividere con il mondo urbano la loro arte.

foto MEP da sito facebook del Mep

Se si parla di andare oltre lo schema tradizionale, non posso non citare Ivan (Tresoldi) che con i suoi “assalti poetici”,  i suoi messaggi o “scaglie”(come li definisce lui stesso) di libertà e di reazione nei confronti del conformismo moderno diffonde, dal 2003, la poesia per le strade (muri e parapetti) di Milano: sua la famosa frase apparsa sul parapetto della darsena di Milano “chi getta semi al vento farà fiorire il cielo“.  Anche Ivan quindi, con i suoi versi brevi (utilizza sempre un numero minimo di parole) insegue il fine di rendere pubblica la poesia, di riportarla tra la gente, convinto che sia una cosa per tutti e di tutti. Ed è proprio lui a promuovere nel 2013, a Milano, il Primo Festival Internazionale di Poesia di Strada, raccogliendo la partecipazione di molteplici esperienze italiane e internazionali (quest’anno la quarta edizione si è svolta a Lecce). Il festival, dove gli artisti intrattengono il pubblico con declamazioni, letture e live painting, ha lo scopo di sottolineare il ruolo sociale e comunicativo della poesia: questo ruolo è sempre insito  tra i versi, ma solo quando la poesia è veramente viva tra la gente può dare avvio ad un vero cambiamento (interno o esterno al lettore).

foto di Ivan dalla paginafb ook di Ivan

In Italia esistono poi molti altri autori e movimenti simili (ma mai uguali) per modalità di azione, a quelli citati: Gio Evan, I Poeti der Trullo, il gruppo H5N1, Opiemme, Gruppo 77, Francesca Pels, Ste-Marta, Anomima Poeti, Poesia Viva, I poeti della Sera, Il poeta della Serra (cfr.  Via dalla Street art: Poesia di strada. Corso di laurea in scienze e tecnologie della comunicazione di Andrea Masiero alias MaRea, egli stesso un poeta errante, detto anche “poeta dei cestini” in quanto ha iniziato  ad agire come poeta di strada attaccando le sue poesie ai cestini della spazzatura delle città). Ma quello che accomuna tutti e in particolare le tre esperienze poetiche citate è soprattutto (oltre al fatto di considerare la poesia un bene di tutti e che a tutti deve ritornare) la spinta a una decisa e dinamica azione poetica, quasi a una sorta di guerrilla: accíon poetica, movimento di emancipazione, assalti poetici, hanno infatti come denominatore comune l’idea del movimento attivo, del portare la poesia dove prima non c’era (e forse mai ci sarebbe stata), affinché venga finalmente letta da molte persone.

Se l’idea della poesia di strada ci piace potremmo metterla in pratica anche noi, singolarmente: nessuno ci vieta infatti di lasciare foglietti con messaggi poetici (nostri o di altri) nei cestini delle biciclette, per esempio, o di affiggerli nelle bacheche condominiali: in fondo non è un’idea così pazza come può sembrare,  perché se è vero che la poesia è un atto di pace come scrive Pablo Neruda, la poesia di strada, in ogni sua forma e azione, non può che essere utile e preziosa.

1° foto – Accion poetica da sito ehabitat.it
2° foto – immagine del MEP da https://www.facebook.com/MovimentoEmancipazionePoesia/photos_stream
3° foto – poesia di Ivan dalla pagina facebook di Ivan

21 marzo – Giornata Mondiale della Poesia

“… Muoiono i poeti/ ma non muore la poesia/ perché la poesia/ è infinita/ come la vita.”

                     (Aldo Palazzeschi, da Congedo, in Tutte le poesie)

poesiaLa poesia non è per pochi, la poesia è per tutti e di tutti. Basta non crederla irraggiungibile, basta leggerla e seguire le immagini che  ci suggerisce, le domande che ci pone, le verità che ci fa intravedere. E se la si scrive, la poesia è come una macchina della verità: difficilmente sarà possibile mentire scrivendo una poesia. Nessuna finzione, quindi, ma punti di vista differenti sul mondo: vale sempre la pena leggere una poesia.

Voce attiva

Canta, poeta, canta!
Violenta il silenzio conformato.
Acceca con un’altra luce la luce del giorno.
Inquieta il mondo quieto.
Insegna ad ogni anima la sua ribellione.

Miguel Torga (São Martinho de Anta, 1907-1995), da “Poesia”, n. 182, aprile 2004, traduzione di Daniela Di Pasquale.

 

Inutilità de la poesia

La rosa
così inutile è cosa che spaventa.
Anche la poesia: come  la rosa.

1928

Ferdinando Tartaglia, da Esercizi di verbo, Adelphi.

 

La poesia non è

La poesia non è un filtro delle cose
né un raro sortilegio né un consiglio preciso
non è costretta a dare un messaggio profondo
né a strappare all’oblio le parole superflue

non è aurora di fuoco, né sagoma di dee
non sempre sta a descrivere le vetrate del mondo
non è costretta a essere zaino di vagabondo
e di certo non è sentiero di rose

 
tutto ciò che non è riempie una lunga lista
senza precise regole / poco convenzionale
pressappoco una sfida per il collezionista

invece ciò che è incide il suo segnale
e nel nuovo paesaggio proposto dall’artista
la poesia si assume l’invenzione del reale.

Mario Benedetti, da Inventario: poesie 1948 – 2000, traduzione di Martha L. Canfield, Le Lettere, Firenze, 2001.

P. S. Dell’utilità della poesia parlo anche qui http://lapoesianonsimangia.myblog.it/pagina-di-esempio/, inoltre faccio uno strappo alla regola e riporto qui sotto un mio vecchio racconto breve, che parla appunto di poesia, unicamente perché  per me è una specie di portafortuna. Grazie a chi vorrà leggerlo (e perdonate l’insolita lunghezza di questo post).
 

La poesia cura

(Ogni riferimento a persone e luoghi realmente esistenti è puramente casuale).

Non sono ancora le cinque del mattino, ma Relia è già sveglia: la primavera le ruba sempre qualche ora di sonno benché a maggio il sottoportego non sia così freddo come dʼinverno.
Con la lentezza dei suoi ottantʼanni, si alza da terra appoggiandosi con le mani al muro e raccoglie i cartoni ammuffiti che le fanno da letto. Li lega con la corda che tiene arrotolata attorno a un polso e li infila nel suo vecchio carrello a due ruote.
“Sono la padrona di Venezia!” pensa, mentre col passo leggero del suo corpo minuto calpesta forse per prima, quella mattina, lʼumidità delle sue calli e dei suoi ponti. Con lei ci sono solo i colombi e lʼalba che si riflette nellʼacqua immobile.
Passa davanti allʼufficio postale con le serrande ancora abbassate e raggiunge il bidone della spazzatura dove ogni mattina cerca la colazione: è posto a lato di una pizzeria al taglio e cʼè sempre qualche generoso avanzo di cibo.
“Quanta fatica viene spesa per essere poi gettata tra i rifiuti! Fatica per guadagnare, perché bisogna comprare, perché bisogna avere di più. Poi abbiamo troppo e allora fatica per liberarci dal troppo e poi fatica per smaltire questo troppo: troppo, troppo, tutto troppo…”.
Relia mangia il pezzo di pizza che ha trovato e intanto è felice. Felice di poter guardare le nuvole sopra di lei senza paura che qualcuno gliele possa rubare, senza preoccuparsi di dove nasconderle o come farle fruttare.
La pizza le ha seccato la gola, così torna a rovistare nel bidone ma non riesce a trovare né bottiglie né lattine: affonda il braccio in mezzo ai rifiuti e in fondo al contenitore sente tra le dita qualcosa di insolito. Estrae una busta chiusa e affrancata, grande quanto una rivista: nonostante la sporcizia abbia cancellato qualche parola, si legge ancora parte dellʼindirizzo: …ett.le Redazi… Edizio… Glennon Viale… Mil
Relia apre la busta con la delicatezza che le dita deformate dallʼartrite le consentono: «È un manoscritto! Un manoscritto di poesie!» esclama, «Chi butta via la poesia in questo modo?».
Appoggia il carrello al muro della pizzeria e si siede a terra: le tremano le mani mentre sfoglia le pagine: “Non sono scritte a penna, peccato: la mano lascia passare tutta lʼemozione, le parole stampate no” pensa col capo chino sul manoscritto, “e ci vuole pazienza con la poesia, bisogna
aspettarla e poi trattarla bene…”. Legge a voce alta i versi della prima pagina: – Da sola – Ora/non mi resta/che lʼopprimente chiarezza/della solitudine.
Relia si commuove: erano anni che non piangeva più. “No, non si è mai soli se si ha la poesia!” continua a leggere senza mai alzare lo sguardo e non sente più nemmeno la sete; intanto intorno a lei Venezia ha ricominciato a vivere, lʼacqua dei canali ora è mossa dal passaggio dei primi barchini: Relia è tornata a essere solo una barbona tra lavoratori e studenti che le passano davanti e troppo spesso non la notano.
Non si stanca di leggere: – Un senso – Sogno dellʼanima:/dare un senso/giorno dopo giorno/agli strani racconti/della realtà.
Di scatto prende la busta che conteneva il manoscritto e cerca il mittente: «È qui! Lʼindirizzo si legge… è qui a Venezia! Caterina Cespri, Calle della Madonnetta – S. Polo, 1410.» dice a voce alta tra la costante indifferenza delle persone che le passano vicino.
“Devo riportarle la sua poesia, il suo senso: la poesia non si getta mai. Anche se è solo per noi, la poesia è unʼamica!”. Si rialza e riprende a camminare con la sua andatura incerta.
Sono le dieci quando Relia raggiunge la stretta calle indicata sulla busta. Si appoggia ansimando a un portone verde e suona il campanello che corrisponde al cognome del mittente.
Caterina allatta il piccolo Michele seduta sulla poltrona vicina allʼingresso. É stanca e non ha la minima voglia di cominciare il turno delle dodici al supermercato. Il suono improvviso del campanello la fa sobbalzare e il piccolo inizia a piangere. Con la mano libera alza il citofono: «Chi è?».
«Cerco Caterina, le ho riportato le poesie!» risponde Relia.
Caterina esita per un lungo momento, poi apre il portone e scende allʼentrata dellʼedificio con il bambino in braccio.
«Quali poesie?» chiede confusa.
«Le poesie, le tue, Caterina. Sono molto belle: abbine cura e loro ti cureranno» risponde Relia mentre le porge la busta.
«Ma lei… chi è?» .
«Mi chiamo Aurelia, Relia la barbona, anchʼio un tempo scrivevo poesie».
«Grazie Aurelia! Vuole salire un attimo?» per lʼemozione Caterina lascia cadere a terra il manoscritto e si china piano a raccoglierlo. Quando si rialza, lʼanziana si sta già allontanando.
È allora che Caterina viene illuminata da un pensiero chiarissimo: «Aurelia Pillon! Sei tu?».
Relia si volta e la saluta con un cenno della mano: «Abbine cura!» .
Gioia e incredulità adesso bagnano il volto della ragazza. Stenta a credere che sia stata proprio Aurelia Pillon, la leggendaria Poetessa di Venezia di cui non vi erano più notizie da oltre ventʼanni, ad aver salvato le sue poesie. Quelle che lei, certa dei pesantissimi silenzi di altri editori, invece di spedire aveva sepolto con rabbia in fondo a un bidone di rifiuti.
Ora, la poesia aveva risposto.

* Io ascolterei: Riccardo Cocciante – Poesia (1972)

 

Blackout Poetry per S. Valentino

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Dato che tra qualche giorno è… beh, sì, dai… non negatelo, lo sapete anche voi che c’è S. Valentino tra poco! Anche i più cinici anticonformisti un pensiero di sfuggita  lo sprecano per  questo giorno a forma di cuore. È inutile dire di no,  l’amore, o il pensiero dell’amore,  ha sempre un certo potere su di noi.  Poi tutto quello che ci è stato costruito attorno (regali più o meno importanti, cene chedevonoessereassolutamenteromantiche  ed enormi cuori di plastica nelle vetrine…) è condivisibile o meno. Certo che se regalassimo una poesia  a chi vogliamo bene, ma una poesia tutta nostra, ‘trovata’ da noi proprio per quella persona, sarebbe un pensiero davvero particolare. Io la mia l’ho fatta sfruttando una tecnica di scrittura creativa  che è davvero accattivante.  Si chiama Blackotut Poetry o tecnica della cancellatura (mi ha così colpita, questa tecnica per sottrazione, che l’ho usata per la copertina del mio libro): data una qualsiasi pagina di libro o anche quotidiano, si anneriscono (basta anche un tratto di matita, se non cerchiamo l’effetto di impatto visivo e se non vogliamo rovinare le pagine) tutte le parole che non ci interessano, mentre restano solo le parole che in qualche modo ci hanno colpito e sono funzionali alla creazione di un nuovo pensiero che abbia un senso per noi (rispettando l’ordine in cui si trovano e senza aggiunta di altro) a cui poi dare un titolo.

Metto qui sotto un esempio di un pensiero/poesia trovato con questa tecnica utilizzando una pagina de Il Piccolo Principe

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Risultato: “Io possiedo questo uomo: io possiedo un fiore.
Posso cogliere le stelle”.

Lascio qui sotto un’altra pagina “potenzialmente poetica” sempre de Il Piccolo Principe per chi volesse fare un esperimento.  Buon divertimento  (e se la/lo conquistate grazie a una poesia trovata con questa tecnica… fatemelo sapere, vi prego!).
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* Esempi famosi di testi creati tramite cancellature sono le opere di  Emilio Isgrò  e il lavoro di Anna Rosa Faina Gavazzi, artista di cui molti ricorderanno  “Expédition nocturne n° 1”, l’opera cancellata che si trova alle spalle di Philippe Daverio nella trasmissione Passepartout.

Ad alcuni piace la poesia

sciarpa

Ad alcuni piace la poesia  (poesia di Wislawa Szymborska)

Ad alcuni –
cioè non a tutti.
E neppure alla maggioranza, ma alla minoranza.
Senza contare le scuole, dove è un obbligo,
e i poeti stessi,
ce ne saranno forse due su mille.

Piace –
ma piace anche la pasta in brodo;
piacciono i complimenti e il colore azzurro,
piace una vecchia sciarpa,
piace averla vinta,
piace accarezzare un cane.

La poesia –
ma cos’è mai la poesia?
Più d’una risposta incerta
è stata già data in proposito.
Ma io non lo so, non lo so e mi aggrappo a questo
come all’àncora di un corrimano.

(tratta da Wislawa Szymborska – Opere, Adelphi, 2008, a cura di Pietro Marchesani)

Già, proprio come dice la poetessa polacca: ad alcuni piace la poesia, quindi non a tutti.
E su questo non si discute. Ma a quelli a cui piace, perché piace?
Perché insegna a vedere il mondo con occhi diversi? Perché una poesia non è mai solo quello che sembra voler dire? Perché nasce da un’emozione e sa emozionare? Perché fa finta di essere inutile (la modestia della poesia!)? Perché sa dire che ogni cosa è unica? Perché libera le parole, i pensieri e le persone? Perché se regali una poesia  viene accolta con stupore (verrà gettata? Mah, in fondo questo dubbio  vale per ogni regalo… )? Perché, perché… ognuno pensi al suo perché…

Amore: spine e solchi nel cuore? (Seconda parte)

 

cet amour

Ancora per il tema ‘amore che (anche) ferisce’ cito questa volta il grande Jaques Prévert  (1900-1977).  L’amore è uno dei temi fondamentali di questo autore; in particolare egli considerava  l’amore (quello vero, libero, che non conosce mezze misure) come una potente forza rigeneratrice e vitale. Per Prévert l’amore è la scoperta che sconvolge l’esistenza e può liberare da un mondo di meschinità e volgarità. Così scrive in Questo amore: «Questo amore/ Così violento/ Così fragile/ Così tenero/ così disperato/ Questo amore/ Bello come il giorno/ Cattivo come il tempo/ Quando il tempo é cattivo/ Questo amore così vero/ […] Oh sì gli grido/ […]Non avevamo che te sulla terra/ Dacci un segno di vita/ […] Sorgi improvviso/ Tendici la mano/ Portaci in salvo»: amore che, nonostante i suoi aspetti contradditori, è visto come salvezza.

Nelle due poesie che cito qui, però, l’amore, per quanto bello, è visto soprattutto come fonte di sofferenza: quella di un cuore ferito, appunto (ma in Immenso e rosso, sopravvive ancora una speranza!).

 

Il tenero e rischioso volto dell’amore

Il tenero e rischioso
volto dell’amore
m’è apparso la sera
di un giorno troppo lungo
Forse era un arciere
con l’arco
o forse un musicista
con l’arpa
Io non so più
Io non so nulla
Tutto quel che so
è che m’ha ferita
forse con una freccia
forse con un canto
Tutto quel che so
è che m’ha ferita
e ferita al cuore
e per la vita
Scottante oh scottante
ferita dell’amore.

 

Immenso e rosso

 Immenso e rosso
Sopra il grand Palais
Il sole d’inverno viene
E se ne va
Come lui il mio cuore sparirà
E tutto il mio sangue se ne andrà
Se ne andrà in cerca di te
Amore mio
Bellezza mia
E ti ritroverà
In qualunque posto tu stia.

(tratte da Poesie d’amore e libertà, Ugo Guanda Editore, Parma)