Come le nuvole

siamonuvoleCome le nuvole non possiamo fermarci. Andiamo e corriamo, all’improvviso piangiamo, poi ci trasformiamo e (mai uguali) ripartiamo. Andiamo e corriamo, piangiamo, andiamo…

Siamo nuvole
i nomi complicano la tessitura
ma siamo nuvole,
notturne mattiniere
dipende,
oltraggiose spaurite
candide sprezzanti,
cavalieri e cavalcature
bastimenti e animali
siamo pronte
a dissolverci con fierezza
in quel tutto pacatissimo
del cielo ultimo
che ci affida il mondo.
Siamo nuvole
cambiamo vita di frequente
lì, sopra il disordine della realtà
il fondo
sereno delle cose,
la pioggia
la sete.

Chandra Livia Candiani, da Fatti vivo, Einaudi, 2017

*ascoltando Sheryl Crow, Run Baby Run

Se sei perso

camminare in salita

… ho imparato che, se sei perso, puoi ascoltare i messaggi del corpo  (se non  vuoi ascoltare la mente).

Se sei perso.
Se nulla ha più un senso.
Se tutti i tuoi punti di riferimento sono crollati.
Se la vecchia vita ora si sta sgretolando.
Se la mente è annebbiata, stanca, occupata.
Se l’organismo è esausto e desidera riposare.
Festeggia.
Fidati.
È un rito di passaggio, non un errore.
Stai guarendo in un modo tutto tuo.
Ora contatta la terra.
Inspira.
Espira.
Fa’ spazio per gli ospiti:
La tristezza, il dubbio, la paura, la rabbia.
Un antico senso di vuoto –
Vogliono solo essere sentiti.
Vogliono solo attraversarti.
Sei un recipiente, non un sé separato.
Sei un cielo, non il clima di passaggio.
Una vecchia vita se ne sta andando.
Una nuova vita sta nascendo.
Gli altri potrebbero non comprendere.
Ma fidati comunque.
Festeggia.
Contatta la terra.

Jeff Foster, testo dal web

* ascoltando REM, Everybody hurts

Frammenti

frammenti

Frammenti. La vita è fatta di frammenti? Questo frammento, quello dopo, quello di ieri o quello soltanto immaginato… Di sicuro molto spesso andiamo cercando i frammenti di noi stessi. Tentando di capire qualcosa di questo puzzle che stiamo attraversando.

“Che cosa ti piacerebbe fare davvero nella vita?” mi chiesero a un colloquio di lavoro.
Io risposi: “Mi piacerebbe vivere in una stanza al pianterreno che dà sulla strada. E dalla finestra mi accontenterei di guardare la gente che passa, osservando il frammento di vita che scorre davanti ai miei occhi per poi guardarlo scomparire”.
Dalla loro faccia capii che non ero l’impiegato che stavano cercando.
Tratto da Quattro amici – David Trueba, (ed. Feltrinelli-2010, p.166)

 
Frammenti

È forse che in qualche più lucente sfera
ci separiamo dagli amici che qui troviamo?
O noi vediamo passare il Futuro
oltre il vetro affumicato del Presente?
O che cosa è che ci porta a comporre
uno con l’altro i frammenti di un sogno,
parte dei quali diventa vera, e parte
batte e ci trema in cuore?

Versi tratti dalla poesia Frammenti di Percy Bysshe Shelley

* ascoltando Nick Drake –Way To Blue

 

Come è possibile?

pace appesa al chiodo

I tempi cambiano, ma l’uomo no. Come è possibile non imparare mai?

Uomo del mio tempo

Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
Quando il fratello disse all’altro fratello:
«Andiamo ai campi». E quell’eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
Salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.

Salvatore Quasimodo (dalla raccolta Giorno dopo giorno, 1947)

* ascoltando John Lennon – Imagine

Come si esce dal labirinto?

labirinto di Sigurtà Parco

Come si esce dal labirinto?

Seguendo il filo dei ricordi? O forse il filo della fantasia?

Con ali di cera o con passi  incerti ma “pensati”?

E se poi usciamo veramente?

Il labirinto

Zeus non potrebbe sciogliere le reti
di pietra che mi stringono. Ho scordato
gli uomini che fui; seguo l’odiato
sentiero di monotone pareti
ch’è il mio destino. Dritte gallerie
che si curvano in circoli segreti,
passati che sian gli anni. Parapetti
in cui l’uso dei giorni ha aperto crepe.
Nella pallida polvere decifro
orme temute. L’aria m’ha recato
nei concavi crepuscoli un bramito
o l’eco d’un bramito desolato.
Nell’ombra un Altro so, di cui la sorte
è stancare le lunghe solitudini
che intessono e disfanno questo Ade
e bramare il mio sangue, la mia morte.
Ci cerchiamo l’un l’altro. Fosse almeno
questo l’ultimo giorno dell’attesa.

Jorge Luis Borges, da Elogio dell’ombra, Einaudi, Torino, 1971, traduzione di Francesco Tentori Montalto

  * ascoltando Elisa – Labyrinth

“Programma di minima”

dal giardino

“Quel che si può tener stretto”… pochi fiori del giardino, per esempio.

E un sorriso incancellabile. Il poco che è già moltissimo.

Programma di minima

Distacco, rinuncia, ascesi –
questo sarebbe già volare troppo alto.

Impressionante come di tutto si può fare a meno.
Non prendere nota delle offerte speciali,

puro piacere! Non emergere da nessuna parte,
tralasciare il più –

Acquisto di conoscenza tramite gesti di rifiuto.
Solo chi non vede tante cose

può vedere qualcosa.
L’Io: una forma cava,

definita da ciò che tralascia.
Quel che si può tener stretto,

quel che ci tiene stretti
è il meno.

Hans Magnus Enzensberger, da ChioscoSentimenti confusi, traduzione di Anna Maria Carpi, Einaudi

(ancora sul “meno è meglio” qui http://lapoesianonsimangia.myblog.it/2017/03/04/essenzialmente-non-siamo-quello-che-possediamo/)
* ascoltando Crosby Stills Nash and Young – Our House https://www.youtube.com/watch?v=fm-q0ELuk1A

“Saudade” anche tu?

saudade - foto di Irene Marchi

Deve chiamarsi tristezza
questo che non so cosa sia
che m’inquieta senza sorpresa,
nostalgia che non desidera.

Sì tristezza – ma quella
che nasce dal sapere
che lontano v’è una stella
e vicino v’è il non averla.

Sia quel che sia, è quel che ho.
Tutto il resto è solo tutto.
E lascio andar la polvere che prendo
dalle mani piene di polvere.

Fernando Pessoa da Il mondo che non vedo. Poesie ortonime

Se vi è mai capitato di provare un sentimento di malinconico desiderio verso qualcosa che non c’è più, una nostalgia struggente intrisa di tristezza ma anche di dolcezza (restando così in bilico tra una lacrima e un sorriso di accettazione) verso una persona o un luogo ormai lontani, verso  una terra, una casa, un amore ormai persi o anche verso un luogo mai visitato o un’esperienza che avete desiderato ma che non potrà mai essere, potete forse dire di aver provato quella che in portoghese viene chiamata “saudade” (anche se non siete portoghesi o brasiliani).

Ma quel sentimento indefinito non potrà essere chiamato in altro modo se non saudade, in portoghese, appunto, perché, come scrive Antonio Tabucchi (narratore, saggista, docente di letteratura portoghese e traduttore, nato a Pisa nel 1943, morto a Lisbona nel 2012) nel  libro Il gioco del rovescio, “La  Saudade, […], non è una parola, è una categoria dello spirito, solo i portoghesi riescono a sentirla, perché hanno questa parola per dire che ce l’hanno“. E saudade è in effetti una parola assolutamente intraducibile in altre lingue (e comunque non traducibile in modo un po’ semplicistico con malinconia o nostalgia): si pronunciasawˈdadi” in portoghese europeo, “sawˈdadʒi in portoghese brasiliano, “sawˈdade in gagliego (o galiziano); è un termine che deriva dalla cultura lusitana, ed etimologicamente sembrerebbe derivare dal latino solitùdo, solitudinis, solitudine, isolamento e anche da salutare, salutatione, saluto (infatti nel sud del Portogallo, mandar saudades significa mandare saluti, felicitazioni; invece l’espressione matar a saudade o matar saudades è utilizzata per esprimere la scomparsa di questo sentimento, per esempio rincontrando una persona, rivedendo un luogo o rivivendo una situazione). L’uso del termine risale probabilmente all’epoca del colonialismo portoghese, quando iniziò ad essere usato per definire sia  la nostalgia di casa che i navigatori provavano quando erano in viaggio o in una terra straniera, sia la nostalgia del mare che sentivano invece quando erano a casa).

Lo stesso Tabucchi cerca di dare una spiegazione a questa parola, nella raccolta di racconti Viaggi e altri viaggi: “La saudade è parola portoghese di impervia traduzione, perché è una parola-concetto, perciò viene restituita in altre lingue in maniera approssimativa. Su un comune dizionario portoghese-italiano la troverete tradotta con “nostalgia”, parola troppo giovane (fu coniata nel Settecento dal medico svizzero Johannes Hofer) per una faccenda così antica come la saudade. Se consultate un autorevole dizionario portoghese, come il Morais, dopo l’indicazione dell’etimo soidade o solitate, cioè “solitudine”, vi darà una definizione molto complessa: «Malinconia causata dal ricordo di un bene perduto; dolore provocato dall’assenza di un oggetto amato; ricordo dolce e insieme triste di una persona cara» […] È dunque qualcosa di straziante, ma può anche intenerire, e non si rivolge esclusivamente al passato, ma anche al futuro, perché esprime un desiderio che vorreste si realizzasse. E qui le cose si complicano perché la nostalgia del futuro è un paradosso. Forse un corrispettivo più adeguato potrebbe essere il “disìo dantesco che reca con sé una certa dolcezza, visto che «intenerisce il core». Insomma, come spiegare questa parola?“.

Con la saudade quindi, le sensazioni diventano fluide, si allargano in più dimensioni temporali: il vissuto nel tempo presente può riportare nostalgicamente al passato facendo ripensare a oggetti, cose, persone, situazioni ormai perdute e irripetibili. Ma lo stesso elemento presente può connettersi  ad un tempo futuro, facendo pensare a quando in quel momento sarà assente ciò che ora sta accadendo o che invece si sarebbe desiderato ma non è mai accaduto, né nel presente né in passato: uno struggimento sincronico, quindi. Un po’ come scrive Fernando Pessoa (ne Il Libro dell’Inquietudine): “I sentimenti più dolorosi e le emozioni più pungenti, sono quelli assurdi: l’ansia di cose impossibili, proprio perché sono impossibili, la nostalgia di ciò che non c’è mai stato, il desiderio di ciò che potrebbe essere stato, la pena di non essere un altro, l’insoddisfazione per l’esistenza del mondo“. Fernando Pessoa è infatti un altro autore (tra i moltissimi poeti e scrittori che a partire dal 1400 fino ad oggi hanno parlato di questo particolare sentimento) che ha scritto moltissime pagine intrise di saudade. Portoghese di nascita (nasce a Lisbona nel 1888 e muore nel 1935), ma  sradicato da Lisbona all’età di sette anni in un momento di disgregazione per la sua famiglia,  rimarrà per sempre legato a quei primi anni felici e a quell’armonia ormai persa esprimendo nei suoi scritti (sempre in lingua portoghese) tutta la nostalgia per il suo mondo perduto, il desiderio indefinito di qualcosa che manca, come è evidente in questi  versi:

Ah, ogni molo è una nostalgia di pietra!
E quando la nave salpa
e subito ci accorgiamo che s’è aperto uno spazio
tra il molo e la nave,
non so perché, mi coglie un’angoscia mai provata,
una nebbia di sentimenti di tristezza
che brilla al sole delle mie angosce rifiorite
come la prima finestra sulla quale riverbera l’alba,
e mi avvolge come il ricordo di un’altra persona
che fosse misteriosamente mia.

(da Ode marittima)

Ma la poesia portoghese non è l’unico ambito dove viene espressa e descritta la saudade: anche la musica ne è profondamente influenzata e in particolare il Fado portoghese e la Bossa Nova brasiliana (ma anche la Morna di Capo Verde che nasce dalla fusione di ritmi africani con il Fado e canta di amore e nostalgia).

Il Fado è l’espressione più conosciuta, a livello internazionale (nel 2011, è stato dichiarato Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità), della musica portoghese: è una canzone “triste” (quasi un blues europeo), il cui nome deriva dal latino fatum, ovvero fato, destino. Con il Fado (Amália Rodrigues ne è la più conosciuta interprete) si raccontano i momenti difficili della vita e, appunto, il sentimento portoghese della saudade. Generalmente è cantato da una sola persona, accompagnata dalla chitarra portoghese. I documenti certificano l’esistenza del Fado a partire del 1838, ma la tradizione ritiene che le sue origini siano collegate ai canti dei marinai, ispirati alla solitudine, alla nostalgia e al dondolio delle barche nell’acqua.

Anche nella musica brasiliana, saudade è la parola chiave di tantissime canzoni, soprattutto nella Bossa Nova, il cui primo brano di successo fu proprio Chega de Saudade (Basta con la nostalgia), composta nel 1958 da Tom Jobim e da Vinicius de Moraes. In particolare grazie ai testi di  Moraes (paroliere, ma anche poeta), le canzoni brasiliane iniziarono ad abbandonare i temi tragici del periodo precedente (quello del samba cançao, in cui dominavano l’amore non corrisposto, la perdita dell’amore), diventando in qualche modo più ottimistiche: la saudade è ancora rivolta al passato e al presente, ma anche al futuro, che, per quanto incerto o irrealizzabile, è comunque pieno di speranza.

Gilberto Gil, altro grande interprete della musica brasiliana, scrive così nella sua canzone Toda Saudade:
Ogni saudade è la presenza dell’assenza / Di qualcuno, un luogo o un qualcosa, infine / Un improvviso no che si trasforma in sì / Come se il buio potesse illuminarsi. / Della stessa assenza di luce / Il chiarore si produce, / Il sole nella solitudine. / Ogni saudade è una capsula trasparente / Che sigilla e nel contempo porta la visione / Di ciò che non si può vedere / Che si è lasciato dietro di sé / Ma che si conserva nel proprio cuore“. (https://www.youtube.com/watch?v=hKnF293ERNA)
Mi sembra possa essere un’ottima descrizione per questo sentimento comunque mai definibile completamente, ma in ogni caso molto intenso e poetico.

(Irene Marchi – articolo originale già apparso qui http://caffebook.it/cultura/item/841-un-sentimento-indefinibile-ma-intenso-la-saudade)

Quando è buio

nottestellata

Particolare da “Notte Stellata”, di Vincent Van Gogh, 1889

Tu dipingi? Canti? Balli? Scrivi? Cammini? Urli? Come intravedi  un po’ di luce?

Solo
dipingere
mi ha fatto
vedere
tutta la luce
ancora presente
nel buio.

Parole di Vincent Van Gogh, dalla lettera datata L’Aia, agosto 1882, così redatte da Johanna van Gogh-Bonger (tratta dal libro La vedova Van Gogh, Camilo Sanchez, Marcos y Marcos, traduzione di Francesca Conte).

*ascoltando  Creedence Clearwater Revival –  Long As I Can See The Light

 

Dove vai?

dove stai andando

Dove stai andando questa volta? E dove vado io?

(Ma stiamo viaggiando o stiamo scappando?)

Viaggiare! Perdere paesi!
Essere altro costantemente,
non avere radici, per l’anima,
da vivere soltanto di vedere!
Neanche a me appartenere!
Andare avanti, andare dietro
l’assenza di avere un fine,
e l’ansia di conseguirlo!
Viaggiare così è viaggio.
Ma lo faccio e non ho di mio
più del sogno del passaggio.
Il resto è solo terra e cielo.

Fernando Pessoa, in Poesias, da Fernando Pessoa – Poesie scelte, traduzione di Luigi Panarese, Passigli Editore.

 

«Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: “Non c’è altro da vedere”, sapeva che non era vero. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. Il viaggiatore ritorna subito».

José Saramago, da Viaggio in Portogallo

altre poesie sul viaggio qui http://lapoesianonsimangia.myblog.it/2016/02/17/viaggio-cercando-che-cosa/
* ascoltando Leonard Cohen – Traveling Light e J.J. Cale – Travelin’ Light 

“Finché l’ottava corre”

organohammond

Morire alla mia musica!
Ribolli! Ribolli!
Tienimi finché l’Ottava corre!
Presto! Irrompi dalle Finestre!
Ritardando!
La Fiala è rimasta, e il Sole!

Emily Dickinson, traduzione di  Giuseppe Ierolli

Lasciate che la poesia ribolla in me! Che ribolla sempre, senza interruzione! Chiede Emily Dickinson. Voglio vivere finché le ottave della mia ispirazione continuano a correre veloci, fino a quando la musica corre nella mia mente e irrompe fuori da quelle finestre che mi tengono avvinta. Voglio vivere fino a quando  arriverà il momento del “ritardando”, quando risuoneranno lente le ultime note e resterà soltanto la fiala, il fragile contenitore che teneva dentro di sé le note che sono ormai sparse per il mondo. Questo chiede la poetessa: chiede di morire suonando la propria musica, che per lei era la sua poesia. Come non essere d’accordo con lei?

* ascoltando  John Miles – Music
https://www.youtube.com/watch?v=3Nz7gtCArOw