Carta bagnata

cartabagnata

Di solito sì.

Carta bagnata

Dai fiumi
dal sangue
dalla pioggia
o dalla rugiada
dal seme
dal vino
dalla neve
dal pianto
le poesie
di solito
sono
carta bagnata.

Papel mojado

Con ríos
con sangre
con lluvia
o rocío
con semen
con vino
con nieve
con llanto
los poemas
suelen
ser
papel mojado

Mario Benedetti (1920, Paso de los Toros, Uruguay- 2009, Montevideo)

*ascoltando  Jeff Beck Group – Morning Dew https://www.youtube.com/watch?v=_AsHvTZASFk

Si può guarire

guarirò

Qualcuno vuole guarire da se stesso? Andiamo. Un passo alla volta.

Guarirò

Guarirò
dai pensieri  stonati,
nodi sgraziati nella trama della vita
– sempre io, il filo dal brutto colore?
Guarirò
dalle paure furiose
di  stanze chiuse e finestre di pietra,
guarirò
dal peso perenne di doversi scusare
                                               e da quei sogni
 sbagliati – cambierò  libro, prima di dormire.

Sto guarendo:
già ora non ricordo come mi chiamo
                                              e potrei non voltarmi
quando qualcuno urlerà il mio nome.

(©Irene Marchi,  2018)

*ascoltando  Jeff Beck – Beck’s Bolero
https://www.youtube.com/watch?v=Vuj5toLeyY8

Troppo peso

crollare

Sosteniamo fino a mille per un tempo infinito. Un attimo in più e ci si ritrova crollati.

È normale, può capitare.

 

Settima poesia verticale, 32

Così come non possiamo
sostenere a lungo uno sguardo,
neppure possiamo sostenere a lungo l’allegria,
la spirale dell’amore,
la gratuità del pensiero,
la terra sospesa nel canto.

Non possiamo nemmeno sostenere a lungo
le proporzioni del silenzio
quando qualcosa lo visita.
E ancora meno
quando niente lo visita.

L’uomo non può sostenere a lungo l’uomo,
e neppure quello che non è umano.

E tuttavia può
sopportare il peso inesorabile
di ciò che non esiste.

Roberto Juarroz, da Settima poesia verticale, 1982

* ascoltando The band – The Weight
https://www.youtube.com/watch?time_continue=4&v=HmRDM7GyJXE   

P di Paura (2° parte)

checosasuccede

Cold in hand blues

E cosa dirai?
Mi limiterò a dire qualcosa.
E cosa farai?
Mi nasconderò nel linguaggio
E perché?
Ho paura.

Alejandra Pizarnik (Buenos Aires, 1936 –1972), da L’inferno musicale, 1971

 

Paura

Nuda come uno sterpo
nella piana notturna
con occhi di folle scavi l’ombra
per contare gli agguati.
Come un colchico lungo
con la tua corolla violacea di spettri
tremi
sotto il peso nero dei cieli.

Milano, 19 ottobre 1932

Antonia Pozzi da Parole, 1939

*ascoltando Pink Floyd – Lost For Words https://www.youtube.com/watch?v=zPwucFar9kM; Niccolò Fabi – Vince Chi Molla https://www.youtube.com/watch?v=dRqCKeerLag

(per la Paura – parte 1°, qui http://lapoesianonsimangia.myblog.it/2017/11/18/p-di-paura/)

 

Ricordare per dimenticare?

vqlps

Quando dimentichi che devi dimenticare, forse sei a buon punto.

Forse

Ricordare
è
forse
il modo più tormentoso
di dimenticare
e forse
il modo più gradevole
di lenire
questo tormento

Erich Fried, da Es ist was es ist, 1983,  traduzione di Andrea Casalegno

* qualcosa da ascoltare: Leonard Cohen – I Can’t Forget https://www.youtube.com/watch?time_continue=4&v=zgJt2M7t2CE; Peter Gabriel – I Don’t Remember https://www.youtube.com/watch?time_continue=3&v=87yl5pbF-ZI

Ricordi difficili anche qui http://lapoesianonsimangia.myblog.it/2016/01/12/dimenticare-o-ricordare/      http://lapoesianonsimangia.myblog.it/2016/03/13/delete-cancellare/

 

Cortázar invece dei cioccolatini

cortazarperlafesta

Visto che si avvicina San… San… come si chiama? ma sì dai,  l’odiata/amata giornata di cuori, cioccolatini e rose, ne approfitto per proporre tre poesie di Julio Cortázar (qui alcune sue pagine di prosa http://lapoesianonsimangia.myblog.it/2018/01/05/in-bicicletta-fuori-tema-n-9/; http://lapoesianonsimangia.myblog.it/2017/12/30/cose-difficili/  http://lapoesianonsimangia.myblog.it/2017/12/22/i-pensieri-dellacqua/; http://lapoesianonsimangia.myblog.it/2017/02/27/un-tiranno/), poesie in tema più che altro con le spine delle rose. Sono proprio le poesie, infatti (queste ma anche  altre), che mi hanno fatto interessare a questo autore  prima ancora di sapere chi fosse: poesie appassionate e disperate, di una passione e disperazione che arriva addosso come un treno e graffia anche il più felice e pacifico dei lettori.
(Buona prossima giornata di San… San… insomma, lui).

Il Futuro

E so molto bene che non ci sarai.
Non ci sarai nella strada,
non nel mormorio che sgorga di notte
dai pali che la illuminano,
neppure nel gesto di scegliere il menù,
o nel sorriso che alleggerisce il “tutto completo” delle sotterranee,
nei libri prestati e nell’arrivederci a domani.

Nei miei sogni non ci sarai,
nel destino originale delle parole,
né ci sarai in un numero di telefono
o nel colore di un paio di guanti, di una blusa.
Mi infurierò, amor mio, e non sarà per te,
e non per te comprerò dolci,
all’angolo della strada mi fermerò,
a quell’angolo a cui non svolterai,
e dirò le parole che si dicono
e mangerò le cose che si mangiano
e sognerò i sogni che si sognano
e so molto bene che non ci sarai,
né qui dentro, il carcere dove ancora ti detengo,
né là fuori, in quel fiume di strade e di ponti.
Non ci sarai per niente, non sarai neppure ricordo,
e quando ti penserò, penserò un pensiero
che oscuramente cerca di ricordarsi di te.

 

Liquidazione di saldi

Mi sento morire, in te, attraversato da spazi che crescono,
farfalle affamate che mi mangiano, appena vivo,
con le labbra aperte dove risale il fiume della dimenticanza.
E tu con delicate pinze di pazienza mi strappi
i denti, le ciglia, mi denudi
Del trifoglio della tua voce, dell’ombra del desiderio
Vai aprendo in mio nome finestre allo spazio
E fori azzurri nel mio petto
Da cui le estati fuggono lamentandosi
Trasparente, affilato, intessuto d’aria
Fluttuo nel dormiveglia, e ancora
Dico il tuo nome e ti sveglio d’angoscia
Però tu ti sforzi e mi dimentichi
Già sono appena la liquida bolla dell’aria
Che ti riflette, che distruggerai
Con un solo palpebrìo.

 

Incarico

Non mi dar tregua, non perdonarmi mai.
Fustigami nel sangue, che ogni cosa crudele sia tu che ritorni.
Non mi lasciar dormire, non darmi pace!
Allora conquisterò il mio regno,
nascerò lentamente.
Non mi perdere come una musica facile, non essere carezza né guanto;
intagliami come una selce, disperami.
Conserva il tuo amore umano, il tuo sorriso, i tuoi capelli. Dalli pure.
Vieni da me con la tua collera secca, di fosforo e squame.
Grida. Vomitami arena nella bocca, rompimi le fauci.
Non mi importa ignorarti in pieno giorno,
sapere che tu giochi, faccia al sole e all’uomo.
Dividilo.

Io ti chiedo la crudele cerimonia del taglio,
ciò che nessuno ti chiede: le spine
fino all’osso. Strappami questa faccia infame,
obbligami a gridare finalmente il mio vero nome.

Julio Cortazar, da Le ragioni della collera, Edizioni Fahrenheit 451, traduzione di G. Toti

 

*ascoltando l’altrettanto graffiante Janis Joplin in Kozmic Blues https://www.youtube.com/watch?v=nLN72sR9w0M

Oltre

 oltre

 La fantasia va oltre ogni cancello

 

Fantasia

Lascia sempre vagare la fantasia,
È sempre altrove il piacere:
E si scioglie, solo a toccarlo, dolce,
Come le bolle quando la pioggia picchia;
Lasciala quindi vagare, lei, l’alata,
Per il pensiero che davanti ancor le si stende;
Spalanca la porta alla gabbia della mente,
E, vedrai, si lancerà volando verso il cielo.
Dolce fantasia! Libera sii per sempre!(…)

John Keats, (1795 – 1821) versi iniziali da Fantasia

*ascoltando (e, proprio come per la fantasia, sarà impossibile restare fermi) The Duke of Burlington (Marco Battaini)-Flash https://www.youtube.com/watch?v=sMJZSTga_d4 (o nella versione originale: Marquis of Kensington – Flash https://www.youtube.com/watch?v=jIL8r3hKGl0)

Senza carrello

 senza carrello]

Due istantanee di consumismo differente.

Società dei consumi

Camminiamo mano nella mano nel supermercato
tra le file di cereali e detersivi

Procediamo di scaffale in scaffale
fino a raggiungere i barattoli di conserva

Esaminiamo il nuovo prodotto
pubblicizzato dalla televisione

E all’improvviso ci guardiamo negli occhi
e sprofondiamo l’uno nell’altra

e ci consumiamo

Óscar Hahn (Iquique, 1938), da Mal d’amore, Raffaelli Editore

 

Telespettatore

Eccomi qui rientrato un’altra volta
nella mia stanza di Iowa City

Sorseggio il mio piatto di zuppa Campbell
davanti al televisore spento

Lo schermo riflette l’immagine
del cucchiaio che entra nella mia bocca

E sono lo spot pubblicitario di me stesso
che non annuncia nulla a nessuno

Óscar Hahn (Iquique, 1938), da Mal d’amore, Raffaelli Editore

“Che ci si trovi in auto o davanti alla TV, a tavola oppure sulla spiaggia, a una conferenza o a uno snack-bar, in volo o alle prese con il carrello della spesa, la realtà con cui si deve fare i conti è invariabilmente segnata dall’enormità. Che è tale anche quando si manifesta come estrema penuria o addirittura assenza. Ossia quando il troppo è troppo, ma anche quando il poco è pochissimo”.

Giorgio Triani, da L’ingorgo – Sopravvivere al troppo, 2010, Elèuthera, p. 12

*ascoltando Francesco De Gregori – Chi ruba nei supermercati? https://www.youtube.com/watch?v=BWkG_WRn-Qw

Nella nebbia

nonvedonienteeeeeeeeeee

Qualche mese fa. In autostrada, di notte, improvvisamente dentro a un banco di nebbia fittissima: ho pensato seriamente “non ne esco intera“. Detesto (un po’ come tutti) la nebbia che diventa un pericolo sulle strade. Ma, fuori dalle strade, la nebbia sa anche essere poetica. Intanto, vagare nella nebbia è un po’ una metafora della vita: vai avanti (perché, come in autostrada, non ti puoi fermare), ma non sai (non vedi) dove stai andando e speri che qualcosa non ti travolga all’improvviso, come speri di non andare tu addosso a nulla. Ogni tanto vedi più chiaramente, ma poi la nebbia ti riavvolge e avanti così tra banchi infiniti. Ma, metafore a parte,  questo senso di realtà ovattata, di suoni lenti, di sospensione del tempo ha qualcosa di magico. O no?

All’uscita del cinema Marcovaldo aprì gli occhi sulla via, tornò a chiuderli, a riaprirli, non vedeva niente. Assolutamente niente. Neanche a un palmo dal naso.
Nelle ore in cui era restato là dentro, la nebbia aveva invaso la città, una nebbia spessa, opaca, che involgeva le cose e i rumori, spiaccicava le distanze in un spazio senza dimensioni, mescolava le luci dentro il buio trasformandole in bagliori senza forma né luogo.
Marcovaldo si diresse macchinalmente alla fermata del 30 e sbatté il naso contro il palo del cartello. In quel momento, s’accorse d’essere felice: la nebbia, cancellando il mondo intorno, gli permetteva di conservare nei suoi occhi le visioni dello schermo panoramico. Anche il freddo era attutito, quasi che la città si fosse rincalzata addosso una nuvola come una coperta.
Marcovaldo, imbacuccato nel suo pastrano, si sentiva protetto da ogni sensazione esterna, liberato nel vuoto, e poteva colorare questo vuoto con le immagini dell’India, del Gange, della giungla, di Calcutta. Venne il tram, evanescente come un fantasma, scampanellando lentamente. Le cose esistevano appena quel tanto che basta; per Marcovaldo quella sera lo stare in fondo al tram, voltando la schiena agli altri passeggeri, fissando la notte fuori dai vetri, era la situazione perfetta per sognare a occhi aperti, per proiettare davanti a se un film ininterrotto su uno schermo sconfinato.

Italo Calvino, da Marcovaldo (Inverno – La fermata sbagliata), Einaudi, 1963

                                                               alla nebbia
Non alzarti polverosa nebbia
resta bassa così non svanire
come le bolle di sapone come
le persone usaci come alberi restaci
impigliata abbracciata come
alba come attak come
madre, stringici come un vestito
stretto portaci via nella tua
geografia polverosa nebbia
gesso nostro e nostro cancellino
su pagina bianca nostra delicata
matita mina punta fine fine 0,5?
H8 o 9? no non dirli a nessuno
i tuoi numeri segreti siamo sapiens
cattivi non li meritiamo.
 
P.S. scommetterei su una tua media
miopia, cinque virgola cinque
oppure sei, cara nebbia mia?

Vivian Lamarque, da Dedicate, in Madre d’inverno, 2016, Mondadori

 

C’è la nebbia che ci cancella

Nasce forse un fiume quassù

Ascolto il canto delle sirene
del lago dov’era la città

Giuseppe Ungaretti, da L’Allegria

*ascoltando  Van Morrison – Into The Mystic https://www.youtube.com/watch?v=CEvsDuJYEnI
Ancora sulla nebbia: http://lapoesianonsimangia.myblog.it/2016/03/11/lista-delle-cose-5-accettare-la-nebbia/

Il nome

grazie intanto

Piove. È  quella pioggia sottile e gelida che ti arriva alle ossa. Prima di attraversare la strada appoggio una mano sul tronco di un albero e sento quasi una carezza di calore. E mi viene da dire “grazie albero, vorrei darti un nome” (poi continuo a camminare sotto la pioggia pensando al nome più adatto).

 

Fermiamoci un momento, amici.
Quest’albero era
quando ancora non erano
i nostri padri i nostri avi.
Ed ecco io sento che qualcosa gli devo,
ma non so cosa, amici, ma la mano
mia ecco lo accosta e lo carezza,
e tutta trema la mia mano, amici
.

Umberto Bellintani (1914-1999), da Forse un viso tra mille, 1953

*ascoltando John Butler Trio – Trees https://www.youtube.com/watch?v=4J6q0dsXMT8