Mancanze

 mancano i fiori

La mancanza è un sentimento quasi subdolo: si finge sollecita e corre a occupare il vuoto che abita in noi. Ma il vuoto rimane comunque vuoto, anzi brucia di più. È come bere fuoco per calmare la sete.

Nessuna tu

Tante donne
e nessuna tu.
A Sarajevo
duecentomila donne
e nessuna tu.
In Europa
duecento milioni di donne
e nessuna tu.
Nel mondo
due miliardi di donne
e nessuna tu.

Izet Sarajlić, da Chi ha fatto il turno di notte, Giulio Einaudi Editore 2012.

 

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.

Eugenio Montale, in Satura, da Montale – Tutte le poesie, Mondadori, 1984

*  ascoltando Pink Floyd – Wish You Were Here (David Gilmour live https://www.youtube.com/watch?v=3j8mr-gcgoI)

ancora sulla mancanza http://lapoesianonsimangia.myblog.it/2017/06/26/il-vuoto/

Consiglio un libro (anzi un poeta): Izet Sarajlić

qualcuno ha suonato

Riporto alcune poesie di un poeta bosniaco straordinario (che ho scoperto solo da poco): si tratta  di Izet Sarajlić, che viene definito il cantore di Sarajevo e che a Sarajevo rimase sempre, anche quando, durante la guerra, avrebbe potuto fuggire: “Izet Sarajlic doveva essere maestro di lealtà civile restando a Sarajevo fino all’ultimo giorno di malora. Con i suoi versi si erano dati voce gli innamorati di due generazioni. Chi è stato responsabile della felicità, lo è pure dell’infelicità. Perciò rimase nella fila indiana, rasente i muri, davanti a un forno che aveva ricevuto la farina, davanti a una fontana che ricominciava. Qual è il compito di un intellettuale, di uno che ha un piccolo diritto di pubblico ascolto? Stare, condividere il guasto che tocca al suo popolo. La sua presenza in città era il migliore conforto per i concittadini (…)” scrive Erri De Luca nell’introduzione a Chi ha fatto il turno di notte? (Giulio Einaudi Editore, 2012).  Le sue poesie sono limpide e dirette e sanno raccontare la follia della guerra attraverso parole che sfuggono la rabbia, parole a volte ironiche ma comunque cariche di umanità (“O tenerezza umana,/ dove sei?/ Forse solo/ nei libri?” si chiedeva in una poesia del 1992) e d’amore: amore per la sua città e per la compagna (struggenti sono le poesie dedicate a lei dopo la sua scomparsa, una tra tutte  Quei due abbracciati, scritta nel 2000, “Quei due abbracciati sulla riva del Reno a Gothlieben/ potevamo essere anche tu ed io,/ ma noi due non passeggeremo mai più/ su nessuna riva abbracciati./ Vieni, passeggiamo almeno in questa poesia).  Ho scelto, tra le tantissime che avrei voluto  trascrivere, alcune poesie che parlano del fare poesia.

La crisi della poesia d’amore

Avendo paura
di essere definiti fuori moda
i giovani non scrivono più
poesie d’amore.
Noi vecchi
dovremo
scriverle
per loro.
Non sarà la prima volta
che il ruolo di Cristiano
viene affidato a Cirano.

1987 – 1989

 

Non abbiate fretta, ragazzi

Non abbiate fretta di fare i poeti, ragazzi.
Restate quanto più a lungo possibile nella fase prepoetica.
Essere poeti nella vita non è lo stesso che essere poeti in un racconto.
La poesia, sono le disfatte.

Alla fine, vi aspettano, forse, davvero le rose,
ma per molto tempo – a destra e a sinistra – ci sono le spine.
Per la fama non abbiate fretta, restate invece giovani quanto più a lungo,
e solo quando non ne potrete più, proprio allora nascerà la poesia.

1964

 

Eredità

                                  a Josip Osti

I nostri avi ci hanno lasciato in eredità
degli Schonbrunn, dei Palazzi d’Inverno,
dei Ponts Charles,
delle Piazza San Marco,
senza menzionare
i Westminster
che rappresentano
i drammi di Shakespeare,
i romanzi di Tolstoi
o la “suite n. 3” di Bach.

E noi altri,
cosa lasceremo in eredità
ai nostri discendenti?

Degli snack-bar,
delle stazioni di servizio,
dei garages,
e qualche anti-romanzo.

1977

 

Un lavoro terribile

                         ai giovani poeti

Per me voi tutti siete come figli.
Spero però che non mi riconosciate mai
come padre.

Per me
sarebbe fatale uccidere l’alunno che ho dentro.
Anche a voi raccomando
di diventare maestri il più tardi possibile.

È un lavoro terribile portare a termine la propria opera.
Un lavoro terribile.

1988

 Izet Sarajlić (Doboj 1930- Sarajevo 2002), in Qualcuno ha suonato, Multimedia Edizioni, 2001

* ascoltando U2 – (Bono, Brian Eno, Luciano Pavarotti) – Miss Sarajevo
https://www.youtube.com/watch?v=Zlmg0yzxKvQ