“Quando pronuncio la parola Futuro la prima sillaba va già  nel passato” (cit.)

panta rei

Quando pronuncio la parola Futuro
la prima sillaba va già  nel passato.
(cit. da Le tre parole più strane, Wislawa Szymborska)

Nessun attimo uguale a un altro: tutto scorre. E non ritorna.

 

Nulla due volte

Nulla due volte accade
né accadrà.
Per tal ragione si nasce senza esperienza,
si muore senza assuefazione.

Anche agli alunni più ottusi
della scuola del pianeta
di ripeter non è dato
le stagioni del passato.

Non c’è giorno che ritorni,
non due notti uguali uguali,
né due baci somiglianti,
né due sguardi tali e quali.

Ieri, quando il tuo nome
qualcuno ha pronunciato,
mi è parso che una rosa
sbocciasse sul selciato.

Oggi, che stiamo insieme,
ho rivolto gli occhi altrove.
Una rosa? Ma cos’è?
Forse pietra, o forse fiore?

Perché tu, malvagia ora,
dai paura e incertezza?
Ci sei – perciò devi passare.
Passerai – e qui sta la bellezza.

Cercheremo un’armonia,
sorridenti, fra le braccia,
anche se siamo diversi
come due gocce d’acqua.

Wislawa Szymborska, da Appello allo yeti (1957), Libri Scheiwiller, 2009, traduzione di Pietro Marchesani.

*sto ascoltando Al Steward- Time Passages
https://www.youtube.com/watch?v=TRRXg1yhsEk

Cosa ti è rimasto?

cosa rimane

Tu cosa hai perso, per strada, durante il percorso? Ombrelli, stelle, disegni, sogni, libri, guanti, amori, ricordi… e cosa hai trovato? Amori, libri, guanti, ombrelli, … anche sogni? Quindi hai perso sogni ma ne hai sempre trovati altri… direi che stai andando benissimo: con quelli ritrovi tutto (chiunque tu fossi e chiunque tu sia adesso).

Discorso all’Ufficio oggetti smarriti

Ho perso qualche dea per via dal Sud al Nord,
e anche molti dèi per via dall’Est all’Ovest.
Mi si è spenta per sempre qualche stella, svanita.
Mi è sprofondata nel mare un’isola, e un’altra.
Non so neanche dove mai ho lasciato gli artigli,
chi gira nella mia pelliccia, chi abita il mio guscio.
Mi morirono i fratelli quando strisciai a riva
e solo un ossicino festeggia in me la ricorrenza.
Non stavo nella pelle, sprecavo vertebre e gambe,
me ne uscivo di senno più  e più volte.
Da tempo ho chiuso su tutto ciò il mio terzo occhio,
ci ho messo una pinna sopra, ho scrollato le fronde.

Perduto, smarrito, ai quattro venti se n’è volato.
Mi stupisco io stessa del poco di me che è restato:
una persona singola per ora di genere umano,
che ha perso solo ieri l’ombrello sul treno.

Wislawa Szymborska, in Opere, da Ogni Caso (1972), traduzione di Pietro Marchesani, Adelphi Edizioni

*ascoltando Dream On  – Aerosmith

Chi tira la tovaglia?

tovaglia

Tornare bambini e buttare tutto all’aria? Che sensazione liberatoria, anche solo a immaginarsela. Ma ora, ora che siamo “grandi”, riusciamo a vedere l’angolo della tovaglia che potremmo tirare? O della tavola apparecchiata notiamo solo la disposizione di piatti e posate…  e che sia tutto bene in ordine?

Una bimbetta tira la tovaglia

È da più d’un anno che si è al mondo,
e a questo mondo non tutto è stato studiato
e messo sotto controllo.

Ora sono sotto esame le cose
che non possono muoversi da sole.

Bisogna aiutarle a farlo,
spostare, spingere,
prenderle da dove sono e trasportarle.

Non tutte lo vogliono, ad esempio l’armadio,
la credenza, le inflessibili pareti, il tavolo.

Ma la tovaglia sul tavolo ostinato
– se afferrata bene per gli orli –
manifesta già la volontà di viaggiare.

E sulla tovaglia i bicchieri, i piattini,
la brocchetta con il latte, i cucchiaini, la scodella
addirittura tremano per la voglia.

È interessante,
quale movimento sceglieranno
quando ormai vacilleranno sul bordo:
un viaggio lungo il soffitto?
un volo intorno alla lampada?
un salto sul davanzale e di lì all’albero?

Il signor Newton non ha ancora nulla a che fare con questo.
Guardi pure dal cielo e agiti le braccia.

Questo esperimento deve essere fatto.
E lo sarà.

Wislawa Szymborska, in Attimo (2002), da Opere, traduzione di Pietro Marchesani, Adelphi, 2008.

*ascoltando The Who – Smash The Mirror e The Beatles – Strawberry Fields Forever, (in ordine sparso).

Punti di vista

Sfuma il turchino in un azzurro tutto
stelle. Io siedo alla finestra e guardo.
Guardo e ascolto; però che in questo è tutta
la mia forza: guardare ed ascoltare.

Umberto Saba, da Meditazione

dalla-finestra(Dalla finestra)

Osservare il mondo da una certa distanza può far capire molte cose: la visione d’insieme aiuta a cogliere meglio le provenienze e gli arrivi, si notano i cambi di direzione, le esitazioni o il nascondersi delle persone. Capiamo gli altri e forse capiamo anche noi stessi. (Penso che a volte un cambio di prospettiva sia utilissimo).

Prospettiva

Si sono incrociati come estranei,
senza un gesto o una parola,
lei diretta al negozio,
lui alla sua auto.

Forse smarriti
o distratti
o immemori
di essersi, per un breve attimo,
amati per sempre.

D’altronde nessuna garanzia
che fossero loro.
Sì, forse, da lontano,
ma da vicino nient’affatto.

Li ho visti dalla finestra
e chi guarda dall’alto
sbaglia più facilmente.

Lei è sparita dietro la porta a vetri,
lui si è messo al volante
ed è partito in fretta.
Cioè, come se nulla fosse accaduto,
anche se è accaduto.

Ed io, solo per un istante
certa di quel che ho visto
cerco di persuadere, Voi, Lettori,
con qualche verso occasionale,
quanto triste è stato.

Wislawa Szymborska,  da Due Punti, in Wislawa Szymborska – Opere, traduzione di Pietro Marchesani, Adelphi Editore.

* ascoltando Perspective – Peter Gabriel

finestra

Una serie di attimi

pietre

Quante volte ti ha sorpreso una pioggia improvvisa, sei inciampato in una pietra, hai seguito una scintilla nel vento? Quante volte hai perso le chiavi tra l’erba e i pensieri tra le nuvole? Quante volte volevi sapere e non hai saputo? Quante volte ti sei arreso? Chissà quante  volte ci siamo incontrati (e non ci siamo visti!) io, te, loro, in questa serie di attimi che è la vita.

Un appunto

La vita – è il solo modo
per coprirsi di foglie,
prendere fiato sulla sabbia,
sollevarsi sulle ali;

essere un cane,
o carezzarlo sul suo pelo caldo;

distinguere il dolore
da tutto ciò che dolore non è;

stare dentro gli eventi,
dileguarsi nelle vedute,
cercare il più piccolo errore.

Un’occasione eccezionale
per ricordare per un attimo
di che si è parlato
a luce spenta;

e almeno per una volta
inciampare in una pietra,
bagnarsi in qualche pioggia,
perdere le chiavi tra l’erba;
e seguire con gli occhi una scintilla nel vento;

e persistere nel non sapere
qualcosa d’importante.

Wislawa Szymborska, da Opere, traduzione di Pietro Marchesani, Adelphi, 2008, p. 619.

*Ascoltando Beautiful Day – U2
(“…It’s a beautiful day
Sky falls, you feel like
It’s a beautiful day
Don’t let it get away

You’re on the road
But you’ve got no destination
You’re in the mud
In the maze of her imagination…”).

Catene

catene

La cosa difficile è riconoscerle, le nostre catene.

Catene

Giorno afoso, una cuccia e un cane alla catena.
Poco più in là una ciotola ricolma d’acqua.
Ma la catena è corta e il cane non ci arriva.
Aggiungiamo al quadretto ancora un elemento:
le nostre sono molto più lunghe
e meno visibili catene
che ci fanno passare accanto disinvolti.

Wislawa Szymborska, da Basta così, Milano, Adelphi, 2012.

 

Per te amore mio

Sono andato al mercato degli uccelli
E ho comprato uccelli
Per te
amore mio
Sono andato al mercato dei fiori
E ho comprato fiori
Per te amore mio
Sono andato al mercato di ferraglia
E ho comprato catene
Pesanti catene
Per te
amore mio
E poi sono andato al mercato degli schiavi
E t’ho cercata
Ma non ti ho trovata
amore mio.

Jaques Prévert, da Poesie d’amore e libertà.

 

Sono ostinate queste catene

Sono ostinate queste catene
il cuore mi fa molto male
quando cerco di spezzarle.
Libertà è ciò che voglio
ma ho vergogna anche solo a sperarla.
Sono certo di trovare in te
una ricchezza inestimabile.

Sono certo che tu
sei il mio amico migliore
ma non so liberarmi degli orpelli
che riempiono le mie stanze.
Sono avvolto in un sudario
di polvere e morte
che odio
ma stringo a me con amore.
Sono molti i miei debiti
gravi i miei errori
profonda e pesante la mia vergogna
ma quando vengo a chiedere il mio bene
tremo nel timore di essere esaudito.

Rabindranath Tagore, da Gitanjali, traduzione di Elvira Marinelli.

 

*Note e catene: Marillion – These Chains https://www.youtube.com/watch?v=DjLuzfsRuXE; Estra – Vieni https://www.youtube.com/watch?v=uj46s3ADnus  e Break the chain, https://www.youtube.com/watch?v=fL5N8rSy4CU la canzone/coreografia utilizzata per  campagna mondiale del One Billion Rising. Dance, Strike, Rise – Break the chain, organizzata dal team internazionale della scrittrice statunitense Eve Ensler  (nel 14 febbraio 2013) e coordinata a Trieste dal Centro antiviolenza goap.

Bugie

bugie

Bugie innocenti, bugie per difendere, bugie che aiutano, bugie che “dispongono un mondo che non è di questo mondo” come scrive la poetessa polacca in La mappa (qui sotto). Comunque bugie. Facciamo un gioco: ognuno pensa alla sua ultima bugia.

La mappa

Piatta come il tavolo
sul quale è posata.
Sotto – nulla si muove,
né cerca uno sbocco.
Sopra – il mio fiato umano
non crea vortici d’aria
e lascia tranquilla
la sua intera superficie.

Bassopiani e vallate sono sempre verdi,
altopiani e montagne sono gialli e marrone,
oceani e mari – di un azzurro amico
sui margini sdruciti.

Qui tutto è piccolo, vicino, alla portata.
Con la punta dell’unghia posso schiacciare i vulcani,
accarezzare i poli senza guanti grossi,
posso con un’occhiata
abbracciare ogni deserto
insieme al fiume che sta lì accanto.

Segnalano le selve alcuni alberelli
tra i quali è ben difficile smarrirsi.

A est e ovest, sopra e sotto
l’equatore, un assoluto
silenzio sparso come semi,
ma in ogni seme nero
la gente vive.
Forse comuni e improvvise rovine
sono assenti in questo quadro.

I confini si intravedono appena,
quasi esitanti – esserci o non esserci?

Amo le mappe perché dicono bugie.
Perché sbarrano il passo a verità aggressive.
Perché con indulgenza e buon umore
sul tavolo mi dispongono un mondo
che non è di questo mondo.

Wislava Szymborska, da Basta così,  Adelphi Edizioni, traduzione di Silvano De Fanti, 2012.

 

Ciò che ho scritto di noi è tutta una bugia
è la mia nostalgia
cresciuta sul ramo inaccessibile
è la mia sete
tirata su dal pozzo dei miei sogni
è il disegno
tracciato su un raggio di sole
ciò che ho scritto di noi è tutta verità
è la tua grazia
cesta colma di frutti rovesciata sull’erba
è la tua assenza
quando divento l’ultima luce all’ultimo angolo della via
è la mia gelosia
quando corro di notte fra i treni con gli occhi bendati
è la mia felicità
fiume soleggiato che irrompe sulle dighe
ciò che ho scritto di noi è tutta una bugia
ciò che ho scritto di noi è tutta verità.

Nazim Hikmet, da In esilio

* Qualche bugia  in musica (anche se detta così sembra brutto…): Luciano Ligabue – Il volume delle tue bugie; Giorgio Gaber –La bugia; Iron Maiden – No more lies.

Del prima, del dopo, di oggi, di domani…

addiotempo copia

Forse conviene davvero vivere il “qui e ora”… e poi ancora il qui e ora, e ora… ora… ora…

C’era qualcosa di buono

C’era qualcosa di buono
prima,
altrove.
Peccato
che sia così difficile
ricordarsi
di qualcosa di buono.
Sapere
com’era davvero.
Come davvero era.

Era, credo,
qualcosa di affatto abituale,
di meraviglioso.
Io l’ho,
credo, visto
e odorato
o afferrato.

Ma se fosse grande
o piccolo
nuovo o vecchio,
chiaro o scuro,
non lo so più.

Soltanto che era meglio,
molto meglio
di ciò che c’è adesso,
questo lo so tuttora.

Hans Magnus Enzensberger, da Chiosco, Einaudi, 2013.

 

Aspettativa

Di ieri in ieri
di domani in domani
i secondi curvano lungo
la circonferenza dell’attesa
circuendo più volte il nulla.
Il mio capo non trova posizione
in nessuna geografia
e si volge alterno
al passato e al futuro facendo capolino;
il suo cruccio è non sapere
da quale parte, semmai, verrai.

Valentino Zeichen, da Poesie 1963-2003, Mondadori.

 

Le tre parole più strane

Quando pronuncio la parola Futuro
la prima sillaba va già nel passato.

Quando pronuncio la parola Silenzio,
lo distruggo.

Quando pronuncio la parola Niente,
creo qualcosa che non entra in alcun nulla.

Wislawa Szymborska, da Attimo, in La gioia di scrivere – Tutte le poesie (1945-2009), traduzione di Pietro Marchesani, Adelphi.

 

* Cosa ascoltare? Pink Floyd – Time; Vasco Rossi – Vivere.

Salire

“La regola secondo me è: quando sei a un bivio e trovi una strada che va in su e una che va in giù, piglia quella che va in su. È più facile andare in discesa, ma alla fine ti trovi in un buco. A salire c’è più speranza. È difficile, è un altro modo di vedere le cose, è una sfida, ti tiene all’erta”.
Tiziano Terzani, da La fine è il mio inizio

salire1

Ma queste nostre strade sono sempre in salita? O forse a volte siamo già sulla cima e non ce ne accorgiamo (in fondo l’aria attorno a noi è già cielo).

Per salire al cielo

calligramma

Per salire al cielo occorrono
due ali
un violino
e tante cose infinite,
ancora non nominate,
certificati di occhio lungo e lento,
iscrizioni sulle unghie del mandorlo,
titoli dell’erba nel mattino.

Pablo Neruda, tratto da Stravagario.

 

Il cielo

Da qui si doveva cominciare: il cielo.
Finestra senza davanzale, telaio, vetri.
Un’apertura e nulla più,
ma spalancata.

Non devo attendere una notte serena,
né alzare la testa,
per osservare il cielo.
L’ho dietro a me, sottomano e sulle palpebre.
Il cielo mi avvolge ermeticamente
e mi solleva dal basso.

Perfino le montagne più alte
non sono più vicine al cielo
delle valli più profonde.
In nessun luogo ce n’è più
che in un altro.
La nuvola è schiacciata dal cielo
inesorabilmente come la tomba.
La talpa è al settimo cielo
come il gufo che scuote le ali.
La cosa che cade in un abisso
cade da cielo a cielo.

Friabili, fluenti, rocciosi,
infuocati e aerei,
distese di cielo, briciole di cielo,
folate e cumuli di cielo.
Il cielo è onnipresente
perfino nel buio sotto la pelle.

Mangio cielo, evacuo cielo.
Sono una trappola in trappola,
un abitante abitato,
un abbraccio abbracciato,
una domanda in risposta a una domanda.

La divisione in cielo e terra
non è il modo appropriato
di pensare a questa totalità.
Permette solo di sopravvivere
a un indirizzo più esatto,
più facile da trovare,
se dovessero cercarmi.
Miei segni particolari:
incanto e disperazione.

Wisława Szymborska, da La fine e l’inizio (1993), in La gioia di scrivere – Tutte le poesie (1945-2009), traduzione di Pietro Marchesani.

*Cosa ascoltare? Bob Dylan – Knockin’ on the Heaven’s Door, Led Zeppelin – Stairway to Heaven, e poi?

salire

(Chiedere) scusa

 scusa

Quando sentiamo di dover chiedere scusa a qualcuno,  dovremmo a tutti i costi assecondare questo bisogno. Questa sensazione, infatti, non lascia scampo: il più delle volte si insinua, con il fastidio pungente di un sasso nella scarpa, mentre stiamo parlando d’altro, mentre facciamo la spesa o stiamo leggendo un libro. E… bam! ci si para davanti quest’idea, all’improvviso chiarissima, di avere in qualche modo sbagliato (anche se inconsapevolmente e senza volontà di  ferire, e magari tanto tempo prima). Ma c’è, e urla e ci rincorre finché non riusciamo a chiedere scusa, appunto.  Certo, comportarci in modo tale da non doverci mai scusare sarebbe la cosa più giusta, ma siamo umani…

(E poi? Scuse accettate? Scuse non accettate? Scuse accettate per finta? Questo è un altro discorso…)

 

Sotto una piccola stella

Chiedo scusa al caso se lo chiamo necessità.
Chiedo scusa alla necessità se tuttavia mi sbaglio.
Non si arrabbi la felicità se la prendo per mia.
Mi perdonino i morti se ardono appena nella mia memoria.
Chiedo scusa al tempo per tutto il mondo che mi sfugge a ogni istante.
Chiedo scusa al vecchio amore se do la precedenza al nuovo.
Perdonatemi, guerre lontane, se porto fiori a casa.
Perdonatemi, ferite aperte, se mi pungo un dito.
Chiedo scusa a chi grida dagli abissi per il disco col minuetto.
Chiedo scusa alla gente nelle stazioni se dormo alle cinque del mattino.
Perdonami, speranza braccata, se a volte rido.
Perdonatemi, deserti, se non corro con un cucchiaio d’acqua.
E tu, falcone, da anni lo stesso, nella stessa gabbia,
immobile con lo sguardo fisso sempre nello stesso punto,
assolvimi, anche se tu fossi un uccello impagliato.
Chiedo scusa all’albero abbattuto per le quattro gambe del tavolo.
Chiedo scusa alle grandi domande per le piccole risposte.
Verità, non prestarmi troppa attenzione.
Serietà, sii magnanima con me.
Sopporta, mistero dell’esistenza, se strappo via fili dal tuo strascico.
Non accusarmi, anima, se ti possiedo di rado.
Chiedo scusa al tutto se non posso essere ovunque.
Chiedo scusa a tutti se non so essere ognuno e ognuna.
So che finché vivo niente mi giustifica,
perché io stessa mi sono d’ostacolo.
Non avermene, lingua, se prendo in prestito parole patetiche,
e poi fatico per farle sembrare leggere.

Wislawa Szymborska, da  Ogni caso (1972), in La gioia di scrivere – Tutte le poesie (1945-2009), Adelphi,  traduzione di Pietro Marchesani.

 

* Io ascolterei: Tom Waits – Take Me Home; Tracy Chapman – Baby Can I Hold You? John Lennon – Jealous Guy e, ovviamente, Elton John – Sorry Seems to Be the Hardest Word.