Nel caso servisse

(Una poesia per chi gli serve)

Se mai ti servisse, è qui

Prendila: è tua.
Strappala dal libro
o fai una fotocopia
piegala a metà
e poi ancora a metà
e mettila nel portafogli
o tra il materasso e le molle
o fissala al banco con lo scotch
così che sia lì
se.

Sappi questo: che ciò che è successo
al tuo corpo
alla tua testa
al tuo cuore
non è colpa tua.
Non lo meritavi,
non sei stata tu a causarlo.

È come incolpare te stessa
se qualcuno ti colpisce la mano
con un martello.
(Se quella persona sei tu,
metti via il martello.
Fa’ pure finta sia stato un incidente.
Falla finire lì.)

Il corpo, il cuore, la mente
sanno guarire. Sanno ricucirsi
insieme. Si sanno suturare,
mettere al sicuro. Lasciali lavorare.
Il tuo corpo è tuo. Il tuo corpo
sarà per sempre tuo.

Tu non sei ciò che è successo.
La tua intera vita
non è solo questo. La tua lingua
non è fatta di questo, questo
non è il tuo nome.

Il tuo nome è solo tuo.

Lascia che il tuo nome sia
quello di qualcuno
che può fare l’impensabile,
che può risollevarsi e andare avanti.
Tu sei in piedi. Riesci a fare
la doccia e colazione.
Vai a scuola
o al lavoro. Tu fai cose
difficili, impossibili. Continua
e continua, vai avanti e c’è
l’estate. Ridi anche se
con rabbia. Apri la bocca
e i pugni. Dì la verità.
Dilla a un amico. Ascolta
il cuore a qualcun altro. Sta pulsando
un miracolo. Voi siete
entrambi qui.

Le cicatrici, quelle nuove,
splendono. Sii tutto il luccicare
che ti serve.

Daphne Gottlieb (1968, Stati Uniti), da Poesie per ragazze di grazia e di fuoco, a cura di Karen Finneyrock, Rachel McKibbens, Mindy Nettifee, Rizzoli 2018, traduzione di Eugenia Galli e Tommaso Galvani

♥ ascoltando Sheryl Crow – Run, Baby, Run https://www.youtube.com/watch?v=N6PXr8je1a0

Self animator?

 

alzati e cammina ill maria Carluccio

Illustrazione di Maria Carluccio da https://www.instagram.com/carluccio7/

A volte sì, è proprio così:

 

A volte essere vivi richiede una violenza. Richiede
colpirsi maledirsi
richiede
vieni fuori una volta per tutte
richiede ora
smettila di lamentarti.
Come chi coglie – un gesto
attento minuzioso del dorso
della mano – un vino prezioso rovesciato sulla tovaglia
e salva – con
un po’ di avarizia –
qualche goccia almeno
e beve
e si ubriaca – se sbaglio
mi dico
non importa l’incidente
importa
la sua verità -. Come chi coglie
io dico
raccogli ciò che cade. Osserva come brilla
la rosa nelle tue viscere – anche la morte
esibisce una propria bellezza –
e zoppo muto cieco
e morto o risorto
cammina. Alzati
e cammina.

Ada Salas (Cáceres [Spagna], 1965), da Diez Mandamentos, traduzione di Anna Belozorovitch

ascoltando Sara Bareilles – Brave https://www.youtube.com/watch?v=QUQsqBqxoR4&list=RDpXVO0j-RUAY&index=21

With a little help from… the rain

rain

Una poesia popolare giapponese (citata da Roland Barthes in Frammenti di un discorso amoroso) ci sprona con queste parole:

Così è la vita:
Cadere sette volte
E rialzarsi otto

perché si cade… e ci si rialza.

                                            °°°
Tieniti pronto

Quando la pioggia
– inevitabile –
bagnerà il centro
del tuo dolore
regalati un grido
                           vivo
lascia andare
ogni lacrima,
stenditi nel fango
un’ultima volta.
Tu guarda le nuvole
e tieniti pronto.

Irene Marchi, da L’uso delle parole e delle nuvole, Cicorivolta Edizioni, 2020

*ascoltando Ezio Bosso – Music for Weather Elements: Rain, In Your Black Eyes https://www.youtube.com/watch?v=_vcSUaWOMI4

Riàlzati!

riàlzati

Riàlzati, afferra la tua tristezza e giocaci a palla, fanne una torta, dipingici un quadro, cantala in faccia al buio.  Riàlzati, che fai a terra? Che ci faccio io? Rialziamoci!

(Le due poesie che seguono sono di  Shibata Toyo,  una signora giapponese che ha iniziato a scrivere poesie a novantadue anni per vincere la sua depressione. Sono poesie semplici, che narrano la vita senza travestimenti letterari: parlano di speranza che può arrivare da semplici attimi quotidiani. Una poesia ottima per rialzarsi.)

 

A me stessa

Senza sosta
gocciolano
le lacrime che cadono dal rubinetto.
 
Per quanto si soffra
o si sia tristi
non bisogna
continuare ad angustiarsi.
 
Con decisione
apro il rubinetto
e di getto faccio scorrere
le lacrime.
 
Avanti! In una tazza nuova
berrò il mio caffè!

 

Il cielo

Quando sono triste guardo il cielo:
nuvole che hanno l’aspetto di una famiglia,
nuvole simili alla cartina del Giappone.
Ci sono anche nuvole che si divertono ad inseguirsi.
Ma dove andranno tutte quante?
Al tramonto, le nuvole tinte di rosso,
di notte, le stelle del firmamento.
Anche tu devi trovare il tempo
di alzare lo sguardo al cielo!

 

Shibata Toyo, da  Se sei triste guarda il cielo, Mondadori, 2012.

* Si potrebbe ascoltare: Max Gazzé – Splendere ogni giorno il sole