Blue Valentines

blue valentines

Blue Valentines

She sends me blue valentines
All the way from Philadelphia
To mark the anniversary
Of someone that I used to be
And it feels just like a warrant
Is out for my arrest
Baby, you got me checkin’
In my rearview mirror
That’s why I’m always on the run
That’s why I changed my name
And I didn’t think you’d ever find me here

To send me blue valentines
Like half-forgotten dreams
Like a pebble in my shoe
As I walk these streets
And the ghost of your memory
Baby, it’s the thistle in the kiss
It’s the burglar that can break a rose’s neck
It’s the tatooed broken promise
I gotta hide beneath my sleeve
I’m going to see you every time I turn my back

She sends me blue valentines
Though I try to remain at large
They’re insisting that our love
Must have a eulogy
Why do I save all of this madness
Here in the nightstand drawer
There to haunt upon my shoulders
Baby, I know
I’d be luckier to walk around everywhere I go
With this blind and broken heart
Sleeps beneath my lapel

Instead, these blue valentines
To remind me of my cardinal sin
I can never wash the guilt
Or get these bloodstains off my hands
And it takes a lot of whiskey
To make these nightmares go away
And I cut my bleedin’ heart out every night
And I’m going to die a little more on each St. Valentines day
Don’t you remember, I promised I would write you
These blue valentines
Blue valentines
Blue valentines

Tom Waits, dall’album “Blue valentine”, 1978

traduzione:

Lei mi mi manda tristi Valentines
fin da Filadelfia
per celebrare l’anniversario
di quello che ero anni fa
e sembra come ci fosse
una taglia sul mio arresto
che mi osserva dallo specchietto
retrovisore
E sono sempre in fuga
perciò ho cambiato nome
pensavo che qui non mi avresti mai
trovato

Per mandarmi tristi Valentines
come sogni mezzi dimenticati
come un sassolino nella scarpa
mentre vado per queste strade
e il fantasma del tuo ricordo
è la spina dentro un bacio
il ladro che può spezzare il collo
alle rose
il tatuaggio di una promessa
non mantenuta
che nascondo sotto la manica
e ti vedo ogni volta che mi volto

Lei mi manda tristi Valentines
anche se non mi faccio più vedere
insistono che il nostro amore
deve essere celebrato
perchè conservo tutta questa pazzia
nel cassetto del comodino?
a tormentarmi con il fiato sul collo
baby lo so
per me è più conveniente vagare ovunque
vada
con il cuore cieco e spezzato
che dorme sotto le pieghe del giubbotto

Lei mi manda tristi Valentines
per ricordarmi il mio peccato principale
non potrò mai pulirmi della colpa
o le macchie di sangue dalle mie mani
e ci vuole un sacco di whisky
per cacciare questi incubi
ogni notte mi ferisco il cuore a pezzi
e ogni San Valentino muoio un poco di più
ricordo di averti promesso
di scrivere
questi tristi Valentines
tristi Valentines
tristi Valentines

*ascoltando Tom Waits – Blue Valentines https://www.youtube.com/watch?v=dfQ7ieF7w4Y

Cortázar invece dei cioccolatini

cortazarperlafesta

Visto che si avvicina San… San… come si chiama? ma sì dai,  l’odiata/amata giornata di cuori, cioccolatini e rose, ne approfitto per proporre tre poesie di Julio Cortázar (qui alcune sue pagine di prosa http://lapoesianonsimangia.myblog.it/2018/01/05/in-bicicletta-fuori-tema-n-9/; http://lapoesianonsimangia.myblog.it/2017/12/30/cose-difficili/  http://lapoesianonsimangia.myblog.it/2017/12/22/i-pensieri-dellacqua/; http://lapoesianonsimangia.myblog.it/2017/02/27/un-tiranno/), poesie in tema più che altro con le spine delle rose. Sono proprio le poesie, infatti (queste ma anche  altre), che mi hanno fatto interessare a questo autore  prima ancora di sapere chi fosse: poesie appassionate e disperate, di una passione e disperazione che arriva addosso come un treno e graffia anche il più felice e pacifico dei lettori.
(Buona prossima giornata di San… San… insomma, lui).

Il Futuro

E so molto bene che non ci sarai.
Non ci sarai nella strada,
non nel mormorio che sgorga di notte
dai pali che la illuminano,
neppure nel gesto di scegliere il menù,
o nel sorriso che alleggerisce il “tutto completo” delle sotterranee,
nei libri prestati e nell’arrivederci a domani.

Nei miei sogni non ci sarai,
nel destino originale delle parole,
né ci sarai in un numero di telefono
o nel colore di un paio di guanti, di una blusa.
Mi infurierò, amor mio, e non sarà per te,
e non per te comprerò dolci,
all’angolo della strada mi fermerò,
a quell’angolo a cui non svolterai,
e dirò le parole che si dicono
e mangerò le cose che si mangiano
e sognerò i sogni che si sognano
e so molto bene che non ci sarai,
né qui dentro, il carcere dove ancora ti detengo,
né là fuori, in quel fiume di strade e di ponti.
Non ci sarai per niente, non sarai neppure ricordo,
e quando ti penserò, penserò un pensiero
che oscuramente cerca di ricordarsi di te.

 

Liquidazione di saldi

Mi sento morire, in te, attraversato da spazi che crescono,
farfalle affamate che mi mangiano, appena vivo,
con le labbra aperte dove risale il fiume della dimenticanza.
E tu con delicate pinze di pazienza mi strappi
i denti, le ciglia, mi denudi
Del trifoglio della tua voce, dell’ombra del desiderio
Vai aprendo in mio nome finestre allo spazio
E fori azzurri nel mio petto
Da cui le estati fuggono lamentandosi
Trasparente, affilato, intessuto d’aria
Fluttuo nel dormiveglia, e ancora
Dico il tuo nome e ti sveglio d’angoscia
Però tu ti sforzi e mi dimentichi
Già sono appena la liquida bolla dell’aria
Che ti riflette, che distruggerai
Con un solo palpebrìo.

 

Incarico

Non mi dar tregua, non perdonarmi mai.
Fustigami nel sangue, che ogni cosa crudele sia tu che ritorni.
Non mi lasciar dormire, non darmi pace!
Allora conquisterò il mio regno,
nascerò lentamente.
Non mi perdere come una musica facile, non essere carezza né guanto;
intagliami come una selce, disperami.
Conserva il tuo amore umano, il tuo sorriso, i tuoi capelli. Dalli pure.
Vieni da me con la tua collera secca, di fosforo e squame.
Grida. Vomitami arena nella bocca, rompimi le fauci.
Non mi importa ignorarti in pieno giorno,
sapere che tu giochi, faccia al sole e all’uomo.
Dividilo.

Io ti chiedo la crudele cerimonia del taglio,
ciò che nessuno ti chiede: le spine
fino all’osso. Strappami questa faccia infame,
obbligami a gridare finalmente il mio vero nome.

Julio Cortazar, da Le ragioni della collera, Edizioni Fahrenheit 451, traduzione di G. Toti

 

*ascoltando l’altrettanto graffiante Janis Joplin in Kozmic Blues https://www.youtube.com/watch?v=nLN72sR9w0M