E le pianure?

 collina

Eppure i libri di geografia parlavano anche di pianure (?).

La collina

Sono arrivato fin qui con le mie gambe,
perso l’autobus, persi i taxi,
sempre in salita. Un piede avanti all’altro,
è così che faccio.

Non mi inquieta, il modo in cui continua la collina.
Erba lungo la strada, un albero che fa risuonare
le foglie nere. E allora?
Più cammino, più mi allontano da tutto.

Un piede avanti all’altro. Passano le ore.
Un piede avanti all’altro. Passano gli anni.
I colori dell’arrivo svaporano.
È così che faccio.

The Hill

I have come this far on my own legs,
missing the bus, missing taxis,
climbing always. One foot in front of the other,
that is the way I do it.

It does not bother me, the way the hill goes on.
Grass beside the road, a tree rattling
its black leaves. So what?
The longer I walk, the farther I am from everything.

One foot in front of the other. The hours pass.
One foot in front of the other. The years pass.
The colors of arrival fade.
That is the way I do it.

Mark Strand, da Darker-1970, in L’uomo che cammina un passo avanti al buio – Poesie 1964-2006, traduzione di Damiano Abeni

*ascoltando Metallica – To Live Is To Die https://www.youtube.com/watch?v=k7_hwgD1ugg

Riprendere fiato

leggerezza

Riposare un po’  prima di riprendere la strada (troppo spesso in salita): questo il bisogno espresso nelle due poesie trascritte qui  sotto.  E quasi si possono toccare,  in ogni verso,  tutta la fatica già vissuta  e  il bisogno di una leggerezza forse mai provata.

XIII
Su questo poggio d’erbe
leggere di gennaio
e lunghe quanto il raggio
che si spegne in loro

poter riposare, riposare…
tra il dire e il pensare, seduto
sul nulla, riprendere fiato
levare scheggia dopo scheggia

il male dei passi portati
e da portare ogni giorno.
E dopo ripartire

con per sentiero l’anima
che è vivaio di versi
amaro amaro amaro.

 

Intal rivâl di jerbis
lizeris di Zenâr
e lungjis tant che il rai
che si distude in lôr

podê polsâ, polsâ…
tra dî e pensâ, sentât
sul nuie tirâ il flât
gjavâ scae sore scae

il mâl dai pas puartâts
e di puartâ ogni dì.
E po tornâ a partî

cu l’anime par troi
ch’al è vivâr di viers
amâr amâr amâr.

 
 

XV
Come vorrei rimanere,
Donzel, meno che il piú
dimenticato degli uomini
spettinato e selvatico
 
fratello del prato posato
sulla luce verde
del prato, come vorrei
la carità del vento
 
a carezzarmi mani
e fronte e con gli occhi
succhiare lassú la polpa

profonda del cielo, e dentro
sentirmi attraversare la rabbia
pacificata del mare.

Ce ch’o vorès restâ
Donzel, mancul che il plui
dismenteât dai oms
dispetenât salvadi

fradi dal prât poiât
su la verde lusere
dal prât, ce ch’o vorès
la caretât dal vint

a cjarinâmi mans
e çarneli, e cui vôi
çupâ lassù la polpe

fonde dal cîl, e dentri
sintî passâ la rabie
cuietade dal mâr.

Entrambi i testi sono di Pierluigi Cappello, da Il me Donzel, in Azzurro elementare, Bur, 2013

*ascoltando  King Crimson – Moonchild
https://www.youtube.com/watch?v=1EVGR6rSu0c