Fuori tema n. 6: Origami (poesie di carta)

La gru dell'immortalità (che dedico a mio padre)

La gru dell’immortalità (che dedico a mio padre)

(Articolo originale già apparso qui http://caffebook.it/societa/item/864-origami-creativita-precisione-e-un-augurio-di-speranza)

Origami: creatività e precisione (e un augurio di speranza)

Se volessimo stupire una persona che ci sta a cuore con qualcosa di speciale (e, per una volta, senza l’ausilio del poco romantico smartphone) potremmo scrivere un pensiero d’amore o anche semplicemente la data per un appuntamento su un pezzo di carta quadrato, ripiegarlo più volte seguendo le regole dell’origami, per trasformarlo ad esempio  in un fiore o in una colomba, e quindi farne dono a questa nostra persona da stupire. Potrebbe succedere (e ve lo auguro) proprio come si legge in un libro, scritto attorno all’anno 1000 d.C. dal titolo La storia del principe Genji, che in Giappone ha lo stesso valore della Divina Commedia o de I Promessi Sposi  per gli italiani, e dove si parla  per la prima volta proprio dell’origami: “La risposta di Nyosan scritta su carta sottile di color rosso carminio, piegata in maniera così ricca di significato e piena di grazia, faceva battere più forte il cuore di Genji (…)”.

L’ origami  è dunque  l’arte giapponese di piegare la carta (anche se l’invenzione della carta avvenne in Cina, l’origine di quest’arte risale al periodo Heidan del Giappone, 714-1185 d.C.): il termine deriva dall’unione di oru, che vuol dire piegare, con kami, che significa carta. Però la  parola kami, con un ideogramma diverso ma con la stessa pronuncia, vuol dire anche spiriti, divinità e questa sovrapposizione di significato sembrerebbe legare  l’arte degli origami alla spiritualità e alla ricerca del divino, dando così a questa tecnica una certa valenza sacrale.
L’origami quindi può essere considerato come  la trasformazione di una cosa materiale (la carta e in origine la carta di riso, dunque un prodotto della terra) in qualcosa di diverso, di superiore. Perciò, dietro quest’arte apparentemente “leggera” e divertente, sarebbe possibile riconoscere i principi shintoisti del ciclo vitale e dell’accettazione della morte come parte di un tutto: nulla si distrugge o va perduto, ma tutto può rinascere eternamente. Alcune fonti invece riconducono l’origine di questa tecnica all’astuccio di carta che conteneva il noshi, una porzione di molluschi essiccati, che veniva regalato ai samurai come simbolo dell’immortalità (del resto l’abitudine di ripiegare la carta veniva in origine applicata anche all’uso civile: alla Corte Imperiale era considerato indice di buon gusto saper modellare in varie forme le comunicazioni ufficiali).

I primi modelli di origami (una farfalla maschio e una farfalla femmina stilizzati) venivano applicati al collo delle bottiglie di saké durante le cerimonie nuziali (usanza ancora viva). Ed è tuttora in uso anche la tradizione di legare all’esterno dei templi alcune strisce di carta piegate a zig-zag (go-hei) contenenti preghiere, affinché il vento, muovendole, porti le richieste  più vicino alle orecchie degli dei.

La tecnica moderna dell’origami utilizza pochi tipi di piegature, combinate in una infinita varietà di modi per creare forme anche molto complicate. In genere si parte da un foglio quadrato che viene piegato senza fare tagli alla carta (l’origami tradizionale era invece  molto meno rigido nelle regole e faceva frequente uso di tagli, prevedendo tra l’altro anche fogli di partenza non necessariamente quadrati).
L’unico materiale che serve per la realizzazione di un origami è quindi la carta: per quelli più semplici può essere utilizzato qualsiasi tipo, anche quella da fotocopie,  ma se ne possono  utilizzare tantissimi altri, dalla carta velina alla carta di riso, fino a quella fatta in casa con materiali di recupero.

In Occidente l’arte del piegare la carta si diffonde tra il XVI e il XVII secolo, soprattutto in Spagna (tramite gli arabi): il primo modello europeo è la pajarita, un passero che muove le ali quando gli viene tirata la coda. Il poeta Garcia Lorca (1898-1936) ha dedicato proprio a questa figura una poesia intitolata Uccellino di carta (Pajarita de papel, 1920). Ma la tecnica era stata bene accolta anche in altri paesi europei: il pedagogo tedesco Friederich Fröbel (1782-1852) per esempio, intuì le enormi potenzialità dell’origami in campo educativo per sviluppare la creatività dei bambini fin dall’età dell’asilo, e per insegnare varie regole di geometria elementare. L’ esperienza di Fröbel  venne poi riproposta proprio in Giappone, dove fu riconosciuta e applicata su larga scala nell’educazione dei bambini. Un’altra esperienza molto importante, che in qualche modo “modernizzò” l’origami, fu portata avanti dalla scuola d’arte del Bauhaus (in Germania), dove questa disciplina fu insegnata per almeno una decina d’anni dal 1920 al 1930.
Con il tempo poi, le applicazioni dell’origami nella vita quotidiana sono diventate sempre più frequenti: gli airbag delle automobili, per esempio, derivano da un’applicazione origami (piegare nel minimo spazio una data superfi­cie in modo che si espanda con il minimo sforzo e alla massima velocità).

Venendo alle figure che si possono realizzare, due degli origami tradizionali giapponesi più noti, sono sicuramente quello della rana,  per il doppio significato del termine: in giapponese rana si pronuncia kaeru  ma questo termine significa anche ritorno a casa (rappresenta quindi un augurio per coloro che stanno per intraprendere un viaggio), e quello della gru, simbolo di immortalità. Tra le varie leggende legate a questa figura vi è anche quella secondo la quale chiunque riesca a piegare mille origami raffiguranti la gru, potrà  esprimere un desiderio che gli dei esaudiranno. Una statua nel Parco della Pace di Hiroshima  ricorda proprio questa tradizione: la statua (che ogni anno viene decorata con migliaia di corone formate da mille gru) è dedicata alla piccola Sadako Sasaki, ritratta con le braccia aperte protese verso il cielo mentre una gru spicca il volo dalle sue mani. Sadako aveva undici anni quando si ammalò di leucemia a causa delle radiazioni della bomba atomica di Hiroshima. Da allora iniziò a piegare le gru con la speranza di arrivare a mille  per poi vedere esaudito il suo desiderio più grande, ovvero che nessuno soffrisse più a causa delle guerre. Purtroppo Sadako morì il 25 ottobre 1955, all’età di dodici anni, dopo avere piegato 644 gru. Il suo corpo verrà sepolto assieme ai suoi origami e a quelli realizzati dai suoi amici, e il suo nome diventerà il simbolo di una struggente e disperata ricerca della pace. Ai piedi della statua di Sadako è scritto così: “Questo è il tuo pianto. La nostra preghiera. Pace nel mondo”.

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Statua nel Parco della Pace di Hiroshima dedicata alla piccola Sadako-Sasaki.

E proprio come messaggio di speranza, oggi gli origami vengono utilizzati anche da un’artista francese, Mademoiselle Maurice, che ha iniziato nel 2011 in Giappone a costruire con le forme di carta colorata delle enormi installazioni sui palazzi, per portare una nota di colore all’interno delle città.

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foto da Mademoiselle-Maurice-www.marketingcreativo.it

L’origami quindi è un’attività creativa e con un forte potenziale educativo, sa regalare figure leggere e divertenti ma anche cariche di messaggi profondi e universali.

P.S. Una gru l’ho piegata anch’io, ma in nome di questa pace che sembra essere ormai perduta continuerei volentieri fino a mille… ci proviamo?

Credits per le foto: installazione colorata  in città –  da www.marketingcreativo.it/mademoiselle-maurice-tra-origami-e-street-art/;statua di Sadako Sasaki a Hiroshima – da www.marketingcreativo.it/mademoiselle-maurice-tra-origami-e-street-art; origami: foto di Irene Marchi

 

 

Poesia per un padre

per babbopsdNo, non te ne sei andato: eccoti qui

che mi spingi a non smettere di scrivere…

 

 

A mio padre   (poesia di Alfonso Gatto)

Se mi tornassi questa sera accanto
lungo la via dove scende l’ombra
azzurra già che sembra primavera,
per dirti quanto è buio il mondo e come
ai nostri sogni in libertà s’accenda
di speranze di poveri di cielo
io troverei un pianto da bambino
e gli occhi aperti di sorriso, neri
neri come le rondini del mare.
Mi basterebbe che tu fossi vivo,
un uomo vivo col tuo cuore è un sogno.
Ora alla terra è un’ombra la memoria
della tua voce che diceva ai figli:
– Com’è bella notte e com’è buona
ad amarci così con l’aria in piena
fin dentro al sonno – Tu vedevi il mondo
nel plenilunio sporgere a quel cielo,
gli uomini incamminati verso l’alba.

Alfonso Gatto, da La storia delle vittime, 1945

Permettetemi ora una poesia personale…

Ho conosciuto

                              (al mio babbo)

Ho conosciuto
con te, babbo,
la radice dolce
                 e salda
del bene

ora sei fiore
volato nel vento
ma la tua radice rimane

dolcissima

              in me.
Per sempre. 

Irene, 12 maggio 2017

 

Quando senti la tempesta

ilsoleprimadellatempesta

Perché una tempesta la senti, la intuisci…puoi ignorarla, negarla, ma poi la senti più forte, la vedi arrivare: non puoi scappare. Ora sei dentro alla tempesta. Respira, respira… passerà.

Quando senti la tempesta

Il  cielo
che precede un temporale
è così solido
nella sua paurosa bellezza

senti con gli occhi  ̶  o con il respiro?  ̶
il peso
          di nuvole
mature, nere
di unʼacqua pronta a lavare
veli di tempo e di attesa.

Ogni fiore aspetta   ̶  o teme?  ̶
il rombo scuro dellʼinizio.
 
©Irene Marchi 2017

* ascoltando Deep Purple-Stormbringer

Sì, ma una Giornata non basta…

siamoondedellostessomare

22 aprile – Giornata Mondiale della Terra

Per quanto ancora continueremo così, senza rispetto per l’umanità (e quindi per noi stessi) e per la nostra Terra (e quindi per noi stessi)?

Senza orizzonte

Non guardiamo
le ferite fatte
se guardare
porta a volerne fare ancora.
Dove
              volgeremo lo sguardo
quando la Terra sarà soltanto
unʼimmensa ferita?

©Irene Marchi 2016

* ascoltando (come l’anno scorso) Joni Mitchell – Big Yellow Taxi http://lapoesianonsimangia.myblog.it/2016/04/22/giornata-mondiale-della-terra/

tulipani

Frammenti

frammenti

Frammenti. La vita è fatta di frammenti? Questo frammento, quello dopo, quello di ieri o quello soltanto immaginato… Di sicuro molto spesso andiamo cercando i frammenti di noi stessi. Tentando di capire qualcosa di questo puzzle che stiamo attraversando.

“Che cosa ti piacerebbe fare davvero nella vita?” mi chiesero a un colloquio di lavoro.
Io risposi: “Mi piacerebbe vivere in una stanza al pianterreno che dà sulla strada. E dalla finestra mi accontenterei di guardare la gente che passa, osservando il frammento di vita che scorre davanti ai miei occhi per poi guardarlo scomparire”.
Dalla loro faccia capii che non ero l’impiegato che stavano cercando.
Tratto da Quattro amici – David Trueba, (ed. Feltrinelli-2010, p.166)

 
Frammenti

È forse che in qualche più lucente sfera
ci separiamo dagli amici che qui troviamo?
O noi vediamo passare il Futuro
oltre il vetro affumicato del Presente?
O che cosa è che ci porta a comporre
uno con l’altro i frammenti di un sogno,
parte dei quali diventa vera, e parte
batte e ci trema in cuore?

Versi tratti dalla poesia Frammenti di Percy Bysshe Shelley

* ascoltando Nick Drake –Way To Blue

 

Perché?

petali

Aleppo, 15 aprile 2017 e mille altre date di disumanità.
Perché? Perché? Perché? Perché? Perché? Perché? Perché? Perché? Perché? Perché? Perché? Perché? Perché? Perché? Perché? Perché? Perché? Perché? Perché? Perché? Perché? Perché? Perché? Perché? Perché? Perché? Perché? Perché? Perché? Perché? Perché? Perché? Perché? Perché? Perché? Perché? Perché? Perché? Perché? Perché? Perché? Perché? Perché? Perché? Perché? Perché? Perché? Perché? Perché? Perché? Perché? Perché? Perché? Perché? Perché? Perché? Perché? Perché? Perché?  Perché? Perché?  Perché? …

 

Qualcuno mi spieghi

Quale angelo
distratto
ha riportato di là, con sé
piccole farfalle colorate:
perché giorni così brevi per loro?
Chi semina dolore
non si impiglia mai
con un artiglio
nelle vesti di questi angeli svagati?

 
©Irene Marchi ( da Fiori, mine e alcune domande)
 

* ascoltando solo silenzio

Come è possibile?

pace appesa al chiodo

I tempi cambiano, ma l’uomo no. Come è possibile non imparare mai?

Uomo del mio tempo

Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
Quando il fratello disse all’altro fratello:
«Andiamo ai campi». E quell’eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
Salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.

Salvatore Quasimodo (dalla raccolta Giorno dopo giorno, 1947)

* ascoltando John Lennon – Imagine

Dedicata

da qualche parte

Dedico queste righe, e un sorriso, a tutte le persone che stanno vivendo una situazione difficile, a chi si sente perso. C’è, da qualche parte, almeno una persona che ci ha sorriso veramente, e ci sorriderà sempre.

Rina
                               (1917/2002)

Quando sei andata via,
un franare nella polvere
un sorso infinito di dolore
«Tesoro, come stai?»
e lʼattimo dopo sparivi.
Mi hai lasciato uno sguardo
dolce sempre
                  e un sorriso solo vero.

©Irene 2013

*ascoltando (ancora) Ben Harper – Waiting On An Angel

 

Come si esce dal labirinto?

labirinto di Sigurtà Parco

Come si esce dal labirinto?

Seguendo il filo dei ricordi? O forse il filo della fantasia?

Con ali di cera o con passi  incerti ma “pensati”?

E se poi usciamo veramente?

Il labirinto

Zeus non potrebbe sciogliere le reti
di pietra che mi stringono. Ho scordato
gli uomini che fui; seguo l’odiato
sentiero di monotone pareti
ch’è il mio destino. Dritte gallerie
che si curvano in circoli segreti,
passati che sian gli anni. Parapetti
in cui l’uso dei giorni ha aperto crepe.
Nella pallida polvere decifro
orme temute. L’aria m’ha recato
nei concavi crepuscoli un bramito
o l’eco d’un bramito desolato.
Nell’ombra un Altro so, di cui la sorte
è stancare le lunghe solitudini
che intessono e disfanno questo Ade
e bramare il mio sangue, la mia morte.
Ci cerchiamo l’un l’altro. Fosse almeno
questo l’ultimo giorno dell’attesa.

Jorge Luis Borges, da Elogio dell’ombra, Einaudi, Torino, 1971, traduzione di Francesco Tentori Montalto

  * ascoltando Elisa – Labyrinth

“Programma di minima”

dal giardino

“Quel che si può tener stretto”… pochi fiori del giardino, per esempio.

E un sorriso incancellabile. Il poco che è già moltissimo.

Programma di minima

Distacco, rinuncia, ascesi –
questo sarebbe già volare troppo alto.

Impressionante come di tutto si può fare a meno.
Non prendere nota delle offerte speciali,

puro piacere! Non emergere da nessuna parte,
tralasciare il più –

Acquisto di conoscenza tramite gesti di rifiuto.
Solo chi non vede tante cose

può vedere qualcosa.
L’Io: una forma cava,

definita da ciò che tralascia.
Quel che si può tener stretto,

quel che ci tiene stretti
è il meno.

Hans Magnus Enzensberger, da ChioscoSentimenti confusi, traduzione di Anna Maria Carpi, Einaudi

(ancora sul “meno è meglio” qui http://lapoesianonsimangia.myblog.it/2017/03/04/essenzialmente-non-siamo-quello-che-possediamo/)
* ascoltando Crosby Stills Nash and Young – Our House https://www.youtube.com/watch?v=fm-q0ELuk1A