Nel sonno

cerca di dormire

Quell’attimo prima di prendere sonno: sei salito (faticosamente) sulla cima dello scivolo e ora devi solo abbandonarti alla discesa  per dormire un po’ di ore (sempre troppo poche). Ecco che cominci a scivolare-lasci andare i pensieri-stai scivolando-dimentichi dove sei-tutto è silenzio-stai scivolando-dimentichi chi sei-non senti caldo-non senti freddo-stai scivolando-dimentichi chi vorresti essere-stai scivol…

 II
Sogno, sogno dentro il sonno
luce di ciò che non c’è
e voce di quello che c’era,
nero bocciolo della notte

 che promette splendore,
terra fatta di nuvola
nuvola fatta radice
mano sinistra dentro la destra

sogno, prendimi pure, sogno
campanula di buio
fiammella benedetta

declinazione di poeta
che promette amore
 e orlo d’orlo e notte.

Sium, sium dentri inte sium
lûs di ce che nol è
e vôs di chel ch’al jere
neri butul de gnot

ch’al impromet sflandôr
tiere fate di niule
niule fate ladrîs
man çampe inte man drete

sium cjapimi me sium
cjampanule di scûr
flamule benedete

declinazion di poete
ch’al impromet amôr
e ôr dal ôr e gnot.


III

Donzel, la notte piú bella
è quella che mi tace
dentro, minuta come
un centesimo di pace

dentro la tasca del cuore
dove il quarto di luna
nel silenzio del cielo
brilla come un orecchino

e il gattomammone sorride
che da bambino faceva paura
e tace l’urlío del giorno

e noi non si è piú noi
e il dolce cadersi dentro
non è dormire ancora.
 

Donzel, la gnot plui biele
e je chê ch’e mi tâs
dentri, minude come
un centesim di pâs

te sachete dal cûr
dulà che il cuart di lune
intal cidin dal cîl
al lûs come un rincjin

e la maràngule e rît
che, frut, faseve pôre
e al tâs il crît dal dì

e nô no si è plui nô
e il dolç mancjâsi dentri
nol è ancjemò durmî.

 

IV

Io sono qui, dentro
una notte che non c’è
e silenzioso nel silenzio
fiorito di pietra e mio.

Io sono qui, a scurirmi
con lo scurirsi della notte
fresca e scurita intorno
come di culla.

Io sono qui, che stringo
le mani alle ginocchia,
le ginocchia accanto al cuore,

dentro il cerchio degli occhi
il cerchio della luna
fino a tornare bambino.

 

Achì soi jo, par dentri
une gnot che no je
e cidin tal cidin
florît di piere e gno.

Achì soi jo, a scurîmi
cul scurîsi de gnot
frescje e scuride ator
ator come di scune.

Achì soi jo, ch’o strenç
lis mans tor dai zenôi
i zenôi dongje il cûr

dentri il cercli dai vôi
il cercli da la lune
fin a vignî bambin.

Pierluigi Cappello, da Il me Donzel, in Azzurro elementare, 2013, Bur

*ascoltando John Lennon –  Number 9  Dream https://www.youtube.com/watch?time_continue=2&v=DGFvlnCq-ts

P.S. Dormi!

Ma dove sei?

minuta creatura

Ancora sugli incontri necessari (http://lapoesianonsimangia.myblog.it/2017/10/03/un-appuntamento-insolito/): oltre il filo (più o meno) spinato delle nostre esistenze adulte e complicate c’è quella “creatura minuta”  e libera che eravamo noi, tanto tempo fa. E forse ci aspetta.

Lo  specchio

Con i tuoi nei tuoi occhi
è quando ti guardi guardarti
che qualcosa si alza e non si posa più.
 
Da bambino mi posavo sui verdi spenti di novembre,
gli occhi spalancati su un silenzio che baciava dentro,
era leggero ascoltarsi così, cielo nel cielo, paura nella paura.
E portami insieme allora la tua forza e la tua paura,
nascita pura, bambino mio, ombra luminosa.
 
Ti ascolti ancora laggiù laggiù, creatura minuta?
Ma dove sei tu, dove sei tu,
ma veramente?
 

Il spieli

Cui tiei tai tiei vôi
al è cuan’ che tu cjalis cjalâti
che alc a si alce e no si torne a poiâ
 
di frut mi poiavi sui verts distudâts in novembar
i vôi spalancâts ‘tun cidin ch’al bussave par dentri
al jere lizêr scoltâsi cussì, cîl tal cîl, poure ta poure
e partimi insiemit aore la tô farce e la tô poure
pûr nassiment, frut gno, ombre luminose
 
lajù lajù ti scoltistu inmò, creature minude?
ma ‘ndolà sestu tu, ‘ndolà sestu tu
ma veramentri?
 

Pierluigi Cappello, da Inniò, in Azzurro elementare – Poesie 1992-2010, Bur, 2013

 
* ascoltando Jimmy Page, Robert Plant – When I Was A Child https://www.youtube.com/watch?v=F98JnHZ__ng

Scusa

scusami

Scusami: una delle parole più difficili da dire. Perché tradotta  significa  – ci ho pensato: ho sbagliato solo io.

Scusa

Che cosa vuol dire la parola scusa?
Questa parola sciocca – come me –
sempre in ritardo, spettinata
come uscita da un bosco fitto
ma vestita di limpido,
senza bugie nelle tasche.
Che cosa vuol dire la parola scusa?
Vuol dire aver letto lo spartito dalla fine
e aver capito
ogni nota ogni tempo ogni movimento.
Pesa, questa parola,
come un cielo di novembre:
cinque lettere faticose
che a dirle tutte in fila si mastica la terra.
S  c    u          s             a
cinque lettere di pioggia
su una pagina di vento.

©IreneMarchi2017

*ascoltando R.E.M. – The Apologist

 

Fischi per fiaschi

fischi per fiaschi

A chi non è mai capitato di “prendere fischi per fiaschi”, di vedere carrozze ed erano solo zucche, di vedere fiori ed erano solo grovigli di erba matta?  Ma, in certi momenti, sono comunque belli quei fiori inesistenti, fiori  solo per noi, lì, nella nostra fantasia.

Quando si è scarsi di ragione o senno
càpita che si scambino
fischi per fiaschi
– fa’ che càpiti –
nei sereni di maggio
di’ pure che un usignolo più un usignolo
sommato a un altro usignolo
è una manciata di spiccioli d’oro
gettata nell’aria chissà da chi
chissà per chi
magari fra i tanti per te
quando sei solo

Pierluigi  Cappello, da La misura dell’erba, in Azzurro elementare, Bur, 2013

* ascoltando Traffic – Dear Mr Fantasy https://www.youtube.com/watch?v=pSQ1akE2CcM

Nel labirinto

 da che parte2

Se ritrovare sé stessi fosse facile anche solo  la metà di quanto lo è perdersi, sarebbe (forse) possibile andare a sbattere un po’ meno contro questi specchi da Luna Park. Ma l’uscita c’è: non è impossibile trovarla (forse).

Labirinto

– e ora qualche passo
da parete a parete,
su per questi gradini
o giù per quelli,
e poi un po’ a sinistra,
se non a destra,
dal muro in fondo al muro
fino alla settima soglia,
da ovunque, verso ovunque
fino al crocevia
dove convergono
per poi disperdersi
le tue speranze, errori, dolori,
sforzi, propositi e nuove speranze.

Una via dopo l’altra,
ma senza ritorno.
Accessibile soltanto
ciò che sta davanti a te,
e laggiù a mo’ di conforto,
curva dopo curva,
e stupore su stupore,
e veduta su veduta
Puoi decidere
dove essere o non essere,
saltare, svoltare
pur di non lasciarsi sfuggire.
Quindi di qui o di qua
magari per di lì,
per istinto, intuizione,
per ragione, di sbieco,
alla cieca,
per scorciatoie intricate.
Attraverso infilate di file
di corridoi, di portoni,
in fretta, perché nel tempo
hai poco tempo
da luogo a luogo,
fino a molti ancora aperti,
dove c’è buio ed incertezza
ma insieme chiarore, incanto
dove c’è gioia, benché il dolore
sia pressoché lì accanto
e altrove, qua e là,
in un altro luogo e ovunque
felicità nell’infelicità
come parentesi dentro parentesi,
e così sia,
e d’improvviso un dirupo
un dirupo, ma un ponticello
un ponticello, ma traballante,
traballante, ma c’è solo quello,
perché un altro non c’è.
Deve pur esserci un’uscita,
è più che certo.
Ma tu non la cerchi,
è lei che ti cerca,
e lei fin dall’inizio
che ti insegue
e il labirinto
altro non è
se non la tua, finché è possibile,
la tua, finché è tua
fuga, fuga –

Wislawa Szymborska, da Due punti/Qui, Libri Scheiwiller, a cura di  Pietro Marchesani

*ascoltando Cream – Crossroads https://www.youtube.com/watch?v=PE9HvSdcaL4

Ancora sui labirinti: http://lapoesianonsimangia.myblog.it/2017/04/09/come-si-esce-dal-labirinto/

Male che vada, la carta può essere riciclata

carta da riciclare

Perché scrivere o leggere poesie? A che serve una poesia? … ? e altre domande che rincorrono l’utilità o l’inutilità della poesia (alcuni pensieri su questo “dilemma” qui http://lapoesianonsimangia.myblog.it/2015/11/25/la-poesia-si-mangia-cosa-serve-la-poesia/e qui http://lapoesianonsimangia.myblog.it/2015/12/18/343/). Una poesia serve parecchio a chi la scrive, per esempio. Agli altri forse un po’ meno… ma a volte basta solo un verso per accendere una luce nel ricordo o nella speranza o nella curiosità o, perché no, per suscitare una gustosa risata (ridere fa bene!). In questo caso (se ti si accende una luce, se ridi, se piangi, se ti arrabbi, se ti indigni, se chiedi scusa, se cambi strada, musica, pensiero, …) non sarai stato solo tu ad aver letto quella poesia, ma sarà stata anche la poesia che ha letto le tue emozioni.

Lavorare con la carta

Di ogni poesia
puoi farti una rondine.

L’importante è che sia piegata ad arte.

Proprio di ogni poesia, sai,
anche se non riuscita.

Poi col pensiero vai e mettici il cielo.

Jürgen Theobaldy, da Tutto sempre di nuovo, 2000, Traduzione di Gio Batta Bucciol
 

Alternativa episodica del poeta

Stavo per scrivere una poesia
invece ho fatto una torta ci è voluto
più o meno lo stesso tempo
chiaro la torta era una stesura
definitiva una poesia avrebbe avuto
un po’ di strada da fare giorni e settimane e
parecchi fogli stropicciati

la torta aveva già una sua piccola
platea ciarlante che ruzzolava tra
camioncini e un’autopompa sul
pavimento della cucina

questa torta piacerà a tutti
avrà dentro mele e mirtilli rossi
albicocche secche tanti amici
diranno ma perché diavolo
ne hai fatta una sola

questo non succede con le poesie

a causa di una inesprimibile
tristezza ho deciso di
dedicare la mattinata a un pubblico
ricettivo non voglio
aspettare una settimana un anno una
generazione che si presenti il
consumatore giusto

Grace Paley (1922 – 2007), da Begin Again: Collected Poems
 

Ad alcuni piace la poesia

Ad alcuni piace la poesia
ad alcuni cioè non a tutti.
E neppure alla maggioranza ma alla minoranza.
Senza contare le scuole dove è un obbligo
e i poeti stessi
ce ne saranno forse due su mille.
Piace
mi piace anche la pasta in brodo,
piacciono i complimenti e il colore azzurro
piace una vecchia sciarpa
piace averla vinta
piace accarezzare un cane.
La poesia
ma cos’è mai la poesia?
Più d’una risposta incerta
è stata già data in proposito.
Ma io non lo so,
non lo so e mi aggrappo a questo
come alla salvezza di un corrimano.

Wislawa Szymborska, in Wislawa Szymborska – Opere, Adelphi, 2008, a cura di Pietro Marchesani

*ascoltando  Max Gazzè – Poeta minore

Un appuntamento insolito

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Un appuntamento insolito, ma necessario (prima o poi): quello con noi stessi, col nostro io più vero (sì, proprio quello che non guardiamo mai in faccia, quello che non ascoltiamo mai).
Che luogo immagini per questo tuo incontro?

Appuntamento
 
Penso che  aspetterò lì
tra alberi verdi di pioggia e l’aria
fresca di nuvole  viola,
come prima delle sere di marzo:
è tutta la vita che aspetto
di tornare bambina

aspetterò lì
contro un muro di sassi vecchi
e una nuova allegria tra i capelli,
– sorriderò tra le ombre e la luce.

Non so ancora il giorno, non so l’ora,
ma non c’è dubbio:
io  mi  aspetterò  lì.

©IreneMarchi2017

* ascoltando Nick Drake – From The Morning
https://www.youtube.com/watch?time_continue=2&v=Q2JjJPDz3EE

Un po’ più soli

Poesia di Pierluigi Cappello, in Mandate a dire all'imperatore, Crocetti Editore

Poesia di Pierluigi Cappello, in Mandate a dire all’imperatore, Crocetti Editore

Addio a Pierluigi Cappello, poeta friulano dalla parola nitida, quieta ma viva, incantata ma anche concreta: niente rabbia tra i suoi versi, ma tanto cielo e luce. Aveva 50 anni e ci lascia pagine da leggere e rileggere, e  poi dire –grazie-.

Una rosa

Che cos’è quella rosa sul tavolo
ferma nella sua freschezza come un lago alpino
alta nel suo silenzio piú del fragore
dei quotidiani affastellati lí accanto
piú del disordine dei notiziari,
la concitazione delle chiavi di casa.
Che cos’è questa parola verdeggiante d’amore
se non il suolo dove lasciarsi cadere
la penombra di un bosco da attraversare
e la mano che si apre e prende la mia
e mi conduce a me.

Pierluigi Cappello, da Dediche a chi sa  in Mandate a dire all’imperatore, Crocetti Editore, 2010

***

Da lontano

Qualche volta, piano piano, quando la notte
si raccoglie sulle nostre fronti e si riempie di silenzio
e non c’è più posto per le parole
e a poco a poco ci si raddensa una dolcezza intorno
come una perla intorno al singolo grano di sabbia,
una lettera alla volta pronunciamo un nome amato
per comporre la sua figura; allora la notte diventa cielo
nella nostra bocca, e il nome amato un pane caldo, spezzato.
 
Pierluigi Cappello, da Dediche a chi sa, in Mandate a dire all’imperatore, Crocetti Editore, 2010

***

XXVI
O ài daviert i miei vòi
tai vòi color trist timp
dal cil; lassù Donzel
nus menarà tampieste
 
tampieste e po tampieste
sul trimula dai flors:
inte prime sgoriade
di vint sore dai verts
 
o ài nasat cu l’odor
da lis jerbis di ploie
l’odor penc da l’amor
 
come che amor mi fos
il pes intir di un cil
sore il tanar di un flor.

 

Ho aperto i miei occhi
negli occhi color tempocattivo
del cielo; lassú, Donzel,
ci porterà tempesta

tempesta e poi tempesta
sul tremolio dei fiori:
nella prima frustata
di vento sopra i verdi

ho annusato con l’odore
delle erbe di pioggia
l’odore denso d’amore

come se amore mi fosse
il peso intero di un cielo
sulla tenerezza di un fiore.

Pierluigi Cappello, da Il me Donzel . Poesie 1992-2010, in Azzurro elementare, Bur, 2013

Sulle nuvole. Anzi no, per terra

“Sognare non costa nulla, è svegliarsi che costa caro.” Ivan Tresoldi, poeta di strada

cadere

Vivere sopra le nuvole oppure sotto, in prossimità del reale? Chissà cosa conviene: si cade spesso, in ogni caso, e quasi mai sull’erba.

Alternativa

Vivevo su una nuvola
su un piatto volante
e non leggevo giornali.
I miei piedi delicati
non percorrevano più le strade
che non sapevano percorrere.
Consolandosi l’un l’altro
come due colombe
rimpicciolivano ogni giorno di più.
Certo ero inutile.
Il piatto di nuvole si spezzò
caddi nel mondo
un mondo di carta smerigliata.
I palmi delle mani mi fanno male
i piedi si odiano l’un l’altro.
Piango.
Sono inutile.

Hilde Domin, da  Lettera su un altro continente, Del Vecchio editore, traduzione di Ondina Granato

* ascoltando Paul Weller – Above The Clouds https://www.youtube.com/watch?v=zgoNgfcmUTY

Di amore, di vita, di cose difficili

Palazzo Zabarella, Padova - Mostra di Federico Zandomeneghi- particolare di Coppia al caffè (1885)

Palazzo Zabarella, Padova – Mostra di Federico Zandomeneghi- particolare di Coppia al caffè (1885)

Due poesie del poeta argentino  Roberto Juarroz (1925-1995) per  descrivere due luoghi difficilissimi da raggiungere.

Il centro dell’amore
non sempre coincide
con il centro della vita.

Entrambi i centri si cercano dunque
come due animali tormentati.
Ma quasi mai si incontrano,
perché la chiave della coincidenza è un’altra:
nascere insieme.

Nascere insieme,
come dovrebbero nascere e morire
tutti gli amanti.

Roberto Juarroz, da Ottava Poesia Verticale

***

Un amore al di là dell’amore,
più alto del rito del legame,
al di là del gioco sinistro
della solitudine e della compagnia.
 
Un amore che non abbia a ritornare,
ma a non andarsene più.
Un amore non sottomesso
alle frenesie d’andare e venire,
d’essere svegliati o addormentati,
di chiamare o di tacere.
 
Un amore per essere insieme
o per non esserlo,
ma anche per tutti gli stati intermedi.
 
Un amore che sarebbe
come aprire gli occhi,
e forse anche come chiuderli.
 
Roberto Juarroz, da Quinta poesia Verticale (l’opera di Juarroz è riunita con il titolo unico di Poesia verticale, cambia solo il numero d’ordine delle varie raccolte: Seconda, Terza, Quarta e così via), traduzione di Roberta De Francesco.

*ascoltando  Fleetwood Mac – Albatross