Non serve andare lontano

cieloSe mi fermo (ti fermi) e respiro (respiri) a fondo, allora mi ricordo (ti ricordi):  il cielo è qui, il cielo è ora.

Per salire al cielo

Per salire al cielo occorrono
due ali
un violino
e tante cose infinite,
ancora non nominate,
certificati di occhio lungo e lento,
iscrizioni sulle unghie del mandorlo,
titoli dell’erba nel mattino.

Pablo Neruda, tratto da Stravagario.

 

Il cielo è così tutto della mente
che fosse la mente dissolta –
la sua sede – nessun architetto
saprebbe dimostrare un’altra volta –

È vasto – come la capacità nostra –
bello – come la nostra idea –
per chi ne abbia un adeguato desiderio
non è lontano, è qua –

Emily Dickinson, da Centoquattro poesie, a cura di Silvia Bre, Einaudi.

* ascoltando Pink Floyd – The Great Gig in the Sky
https://www.youtube.com/watch?v=iw8wlede_fk

Aspettare la prima neve (con un vortice tra i capelli)

tornare bambini

Non è mai troppo tardi per tornare un po’ bambini.

Elogio dell’infanzia

Quando il bambino era bambino,
camminava con le braccia ciondoloni,
voleva che il ruscello fosse un fiume,
il fiume un torrente
e questa pozzanghera il mare.
Quando il bambino era bambino,
non sapeva di essere un bambino,
per lui tutto aveva un’anima
e tutte le anime erano un tutt’uno.
Quando il bambino era bambino
non aveva opinioni su nulla,
non aveva abitudini,
sedeva spesso con le gambe incrociate,
e di colpo si metteva a correre,
aveva un vortice tra i capelli
e non faceva facce da fotografo.
Quando il bambino era bambino,
era l’epoca di queste domande:
perché io sono io, e perché non sei tu?
perché sono qui, e perché non sono lì?
quando comincia il tempo, e dove finisce lo spazio?
la vita sotto il sole è forse solo un sogno?
non è solo l’apparenza di un mondo davanti al mondo
quello che vedo, sento e odoro?
c’è veramente il male e gente veramente cattiva?
come può essere che io, che sono io,
non c’ero prima di diventare,
e che, una volta, io, che sono io,
non sarò più quello che sono?
Quando il bambino era bambino,
si strozzava con gli spinaci, i piselli, il riso al latte,
e con il cavolfiore bollito,
e adesso mangia tutto questo, e non solo per necessità.
Quando il bambino era bambino,
una volta si svegliò in un letto sconosciuto,
e adesso questo gli succede sempre.
Molte persone gli sembravano belle,
e adesso questo gli succede solo in qualche raro caso di fortuna.
Si immaginava chiaramente il Paradiso,
e adesso riesce appena a sospettarlo,
non riusciva a immaginarsi il nulla,
e oggi trema alla sua idea.
Quando il bambino era bambino,
giocava con entusiasmo,
e, adesso, è tutto immerso nella cosa come allora,
soltanto quando questa cosa è il suo lavoro.
Quando il bambino era bambino,
per nutrirsi gli bastavano pane e mela,
ed è ancora così.
Quando il bambino era bambino,
le bacche gli cadevano in mano come solo le bacche sanno cadere,
ed è ancora così,
le noci fresche gli raspavano la lingua,
ed è ancora così,
a ogni monte,
sentiva nostalgia per una montagna ancora più alta,
e in ogni città,
sentiva nostalgia per una città ancora più grande,
ed è ancora così,
sulla cima di un albero prendeva le ciliegie tutto euforico,
com’è ancora oggi,
aveva timore davanti a ogni estraneo,
e continua ad averlo,
aspettava la prima neve,
e continua ad aspettarla.
Quando il bambino era bambino,
lanciava contro l’albero un bastone come fosse una lancia,
che ancora continua a vibrare.

Peter Handke (con questa poesia comincia il film di Wim Wenders Il cielo sopra Berlino, del 1987).

*ascoltando Van Morrison – Song of being a child
https://www.youtube.com/watch?v=b0praxBMGK4

 

Diciamolo!

scrvilosuimuri

Voi come la pensate? Io penso che quando sentiamo davvero di doverle dire, dobbiamo dirle, o scriverle (e non necessariamente sui muri) o disegnarle o mimarle…  queste due parole: ti – amo.  La versione base (ti amo) va già benissimo, ma volendo si possono fare delle aggiunte, ognuno a suo modo  (qui sotto due modi molto differenti, per esempio).

 

XVII

Non t’amo come se fossi rosa di sale, topazio
o freccia di garofani che propagano il fuoco:
t’amo come si amano certe cose oscure,
segretamente, entro l’ombra e l’anima.

T’amo come la pianta che non fiorisce e reca
dentro di sé, nascosta, la luce di quei fiori;
grazie al tuo amore vive oscuro nel mio corpo
il concentrato aroma che ascese dalla terra.

T’amo senza sapere come, né quando, né da dove,
t’amo direttamente senza problemi né orgoglio:
così ti amo perché non so amare altrimenti

che così, in questo modo in cui non sono e non sei,
così vicino che la tua mano sul mio petto è mia,
così vicino che si chiudono i tuoi occhi col mio sonno.

Pablo Neruda, da Cento sonetti d’amore, (del 1959), traduzione di Giuseppe Bellini,  Passigli Poesia, 1996.

 

Io ti amo

Io ti amo
e se non ti basta
ruberò le stelle al cielo
per farne ghirlanda
e il cielo vuoto
non si lamenterà di ciò che ha perso
che la tua bellezza sola
riempirà l’universo

 
Io ti amo
e se non ti basta
vuoterò il mare
e tutte le perle verrò a portare
davanti a te
e il mare non piangerà
di questo sgarbo
che onde a mille, e sirene
non hanno l’incanto
di un solo tuo sguardo

 
Io ti amo
e se non ti basta
solleverò i vulcani
e il loro fuoco metterò
nelle tue mani, e sarà ghiaccio
per il bruciare delle mie passioni

 
Io ti amo
e se non ti basta
anche le nuvole catturerò
e te le porterò domate
e su te piover dovranno
quando d’estate
per il caldo non dormi

 
E se non ti basta
perché il tempo si fermi
fermerò i pianeti in volo
e se non ti basta
vaffanculo

Stefano Benni, da Ballate, Feltrinelli, 1991.

* ascoltando The Doors – Hello, I Love You

La strada dei fiori

 la via dei fiori foto

 

Una foto e tre brevissime poesie che regalano  fiori.
Fiori, fatti di profumo e leggerezza: sanno dire molto o anche solo tenerci compagnia
(penso che la strada dei fiori non sia mai sbagliata).

 

Papaveri rossi
mossi dal vento
al mio passaggio
un saluto?

Vasco Mirandola, da E se fosse lieve? – Poesie un po’ tue un po’ mie, Editrice C.L.E.U.P., 2016.

 

Colgo un mazzo di fiori
in cima alla sponda del fiume.
Una donna, stasera,
avrà un sorriso anche per me.

Antonello Farris, da 44 (raccolta di baishu, componimenti poetici in quattro versi e trentadue sillabe), Edizioni Compagine, 2014.

 

Quale dita toccheranno
in futuro
quei fiori rossi?

Matsuo Basho (1644-1694), testo dell’ haiku tratto dal web.

*ascoltando Come Back As A Flower – Stevie Wonder dall’album The Secret Life of the Plants https://www.youtube.com/watch?v=ZMjE8jJGJ0A

la via dei fiori rossi 1992
 

Più dell’oro

ombra di calma

Ci sono luci, suoni, luoghi, profumi che hanno il potere (quasi magico) di riportarci la calma. Sono preziosissimi (e non bisogna neppure pagarli).

Nel pomeriggio, a gennaio

Quella luce
danza sulla tenda
e, dorata,
sfiora i ricordi
              e i tuoi capelli.
Ti regala  unʼombra
                       di calma
pensavi di averla persa
e invece è lì
che ti batte nel petto.

 ©Irene Marchi 2017

 

* ascoltando Waiting on an Angel – Ben Harper

“… Che tu sei qui…”

walt whitman

Walt Whitman,  Ahimè! Ah vita! (da By the Roadside), da Foglie d’erba, nella traduzione di Giuseppe Conte,  Mondadori, 1991.

Che tu sei qui – che esiste la vita e l’individuo, che il potente spettacolo continua, e tu puoi contribuirvi con un tuo verso” o una tua parola o gesto… : trovo che questi versi di Whitman siano tra le cose più consolatorie e propositive che si possano leggere (il concentrato, anzi di più, di un manuale di self-help!).

* ascoltando Johnny Thunder – I’m Alive

Poesia “in movimento”

poesia in movimento

Articolo originale qui: http://caffebook.it/cultura/item/774-la-poesia-viaggia-anche-nella-metro

La poesia “viaggia” (anche) nella mètro

Avevo già parlato dei “libri liberati” attraverso il bookcrossing (qui http://caffebook.it/societa/item/657-bookcrossing-liberare-e-condividere-i-libri) e della piacevole ed evocativa sensazione che può regalare l’imbattersi in una poesia di strada (qui http://caffebook.it/cultura/item/727-la-poesia-e-di-tutti-quando-la-poesia-agisce-nelle-strade). Adesso  vorrei parlare di un particolare tipo di poesia  “in movimento”. No, non si tratta di una nuova”app” da scaricare sul nostro smartphone (e poi, davvero ci sarebbe ancora spazio in queste scatolette da cui non ci stacchiamo mai?), ma di un’esperienza reale  caratterizzata dalla stessa idea di base del bookcrossing e della poesia di strada: i libri, la poesia, e tutto il buono che da questi  può nascere, non devono per forza restare “fissi” negli scaffali di una libreria o di una biblioteca convenzionale, ma possono “muoversi”, arrivare in luoghi inconsueti (per dei libri) e raggiungere anche le persone che stanno viaggiando o semplicemente si stanno spostando per andare al lavoro.

A Poem On the Underground Wall” cantavano Simon & Garfunkel… e proprio a Londra,  già nel 1986,  è nato il progetto Poems on the Underground, ancora oggi vivissimo e bene accolto dall’utenza (proprio l’anno scorso ne è stato celebrato il trentesimo anniversario): si tratta di una iniziativa (nata da un’idea condivisa da un gruppo di scrittori, Judith Chernaik, Gerard Benson e Cicely Herbert, e realizzata in collaborazione con la metropolitana di Londra)  che consiste nel disporre alcuni pannelli sui vagoni della metropolitana, con la trascrizione di poesie al posto (meraviglia!) delle inserzioni pubblicitarie. Le poesie, selezionate dagli ideatori, appaiono nei vagoni tre volte all’anno e danno voce sia a poeti molto famosi, sia a quelli meno conosciuti.

Questa iniziativa si è poi diffusa in molte città del mondo e tra queste c’è anche New York dove i vagoni e le stazioni delle principali linee della metropolitana vengono decorati, con i versi di autori giovani e anche non particolarmente noti, fin dal 1992. Il merito di questa diffusione poetica  si deve alla Poetry Society of America e alla Metropolitan Transportation Authority (MTA, la società di trasporti cittadina) che con il loro progetto Poetry in Motion hanno dato la possibilità a centinaia di poesie di “catturare” lo sguardo di milioni di passeggeri. Poesia “in motion” quindi, e proprio di vero movimento si tratta: con l’attuazione di questi progetti le poesie perdono infatti la staticità dei libri e acquistano la dinamicità delle metropolitane e del mondo che vi ruota attorno, rendendo gli spostamenti più stimolanti per tutti i viaggiatori. E non è necessario essere grandi lettori o appassionati di poesia per essere “colpiti” dalle parole scritte:  un verso, letto per caso in un momento di quotidiana frenesia, può innescare in chiunque una serie di pensieri che potrebbero aiutare a rallentare un po’ il ritmo, a ripescare memorie piacevoli, a dar vita ad azioni “di cambiamento” o di ricerca. Leggendo quelle parole, ideate in un altro tempo e luogo  da un’altra persona (mentre anche il lettore si sta spostando nello spazio, in un tempo che solitamente viene considerato “perso” o comunque vuoto), si potrebbero creare piccole scintille di pensiero ed emozioni… Come?… Dite che pure la foto della modella seminuda o dell’ennesimo orologio di lusso può provocare dei pensieri? Sì, ma io mi riferivo a qualcosa che andasse oltre i pensieri sempre un po’ troppo “mercificati” in cui siamo immersi anche nostro malgrado. La stessa ideatrice di  Poems on the Underground, Judith Chernaik, ha spiegato che nella selezione dei testi da trascrivere sui pannelli uno dei criteri è proprio quello di trovare poesie che rientrino nei limiti di uno spazio pubblicitario, sottolineando poi che le poesie della mètro  sono popolari (e non elitarie come spesso si pensa della poesia) proprio perché offrono una via di fuga dalle pressioni combinate della pubblicità e del lavoro quotidiano. In ogni caso, che si riesca o meno a evadere tramite le poesie “viaggianti”, queste iniziative sono davvero un bel tentativo per migliorare le giornate delle persone: male che vada avremmo letto qualcosa di diverso dai soliti slogan pubblicitari che, in generale, promettono molto, non regalano nulla (e ci fanno troppo spesso sentire inadeguati).

In Italia, a Torino, proprio in questi giorni è proposta un’iniziativa simile, anche se non viene utilizzato il canale visivo della scrittura, ma quello uditivo della lettura e quindi dell’ascolto: da gennaio, infatti, fino al 15 aprile 2017, la metropolitana di Torino darà voce alla poesia con il progetto Metro Poetry. In tutte le stazioni, all’interno della normale programmazione di Radio GTT (Gruppo Trasporti Torinese) verranno inserite più volte al giorno, brevi letture eseguite da otto lettori e lettrici, diversi per provenienza, età, ritmo, timbro, cadenza. Lettori che  interpreteranno i versi (accompagnati da un sottofondo musicale) di diciannove poeti, scelti fra i più noti e i più studiati (da Giacomo Leopardi a Edgar Lee Masters, da Emily Dickinson a Federico Garcia Lorca, da Giovanni Pascoli a Jacques Prévert): si tratta di oltre settanta poesie, o frammenti di poesie, selezionate tra quelle maggiormente conosciute per sollecitare nell’ascoltatore il senso di ricordo e di familiarità (ma non mancheranno comunque alcune letture di testi meno conosciuti, per mantenere viva anche la curiosità e la voglia di scoperta).

Metro Poetry è un progetto ideato dall’Associazione culturale YOWRAS –  Young Writers & Storytellers  (che non è nuova a esperimenti poetici del genere) in collaborazione con alcune case editrici: gli ideatori sono appunto convinti che la poesia possa entrare a far parte delle nostre giornate, magari in quel tragitto tra casa e lavoro che spesso non è il nostro migliore momento, regalando così una nuova piacevole consuetudine  o l’inizio di una nuova ricerca.

Decisamente significativo è il sorriso sognante che si vede sul volto (disegnato di profilo, davanti a un microfono, e ricavato dal percorso reale della Linea 1 della metropolitana di Torino) nell’immagine ideata per rappresentare Metro Poetry.

Ancora una volta vorrei suggerire l’idea che la poesia è veramente di tutti, e non è soltanto “inarrivabile roba da libri”, ma ci può raggiungere in ogni luogo. Basta guardarsi attorno e avere voglia di trovarla.

  • ascoltandoSimon & Garfunkel – A Poem On the Underground Wall

27 Gennaio – Giorno della Memoria

27gennaio

27 Gennaio – Giorno della Memoria

Oh, notte dei bimbi piangenti!
Notte dei bimbi chiamati alla morte!
Non può più entrare il sonno.
Orribili guardiane
hanno sostituito le madri,
nei muscoli delle mani tendono la falsa morte,
la spargono sui muri e sulle travi,
tutto fermenta nei nidi dell’orrore.
Paura allatta i bimbi e non la madre.
Appena ieri la mamma chiamava il sonno
su loro, come una bianca luna,
in un braccio era la bambola —
con le guance lavate dai baci,
nell’altro una bestia di pezza
fatta viva dall’amore.
Soffia ora il vento della morte,
solleva le camicie sui capelli
che nessuno più pettinerà.

 

Coro dei superstiti

Noi superstiti
dalle cui ossa la morte ha già intagliato i suoi flauti,
sui cui tendini ha già passato il suo archetto –
I nostri corpi ancora si lamentano
col loro canto mozzato.
Noi superstiti
davanti a noi, nell’aria azzurra,
pendono ancora i lacci attorti per i nostri colli –
le clessidre si riempiono ancora con il nostro sangue.
Noi superstiti,
ancora divorati dai vermi dell’angoscia –
la nostra stella è sepolta nella polvere.
Noi superstiti
vi preghiamo:
mostrateci lentamente il vostro sole.
Guidateci piano di stella in stella.
Fateci di nuovo imparare la vita.
Altrimenti il canto di un uccello,
il secchio che si colma alla fontana
potrebbero far prorompere il dolore
a stento sigillato
e farci schiumar via –
Vi preghiamo:
non mostrateci ancora un cane che morde
potrebbe darsi, potrebbe darsi
che ci disfiamo in polvere
davanti ai vostri occhi.
Ma cosa tiene unita la nostra trama?
Noi, ormai senza respiro,
la nostra anima è volata a Lui alla mezzanotte
molto prima che il nostro corpo si salvasse
nell’arca dell’istante –
Noi superstiti,
stringiamo la vostra mano,
riconosciamo i vostri occhi –
ma solo l’addio ci tiene ancora uniti,
l’addio nella polvere
ci tiene uniti a voi –

Nelly Sachs*, da Nelle dimore della morte, in Al di là della polvere, Einaudi, traduzione di Ida Porena.  

*Nelly Sachs è nata  a Berlino nel 1891 ed è morta a Stoccolma nel 1970. I suoi libri di poesie sono tra le più drammatiche testimonianze dell’Olocausto. Nel 1940 riuscì a fuggire in Svezia e questa esperienza segnò un netto discrimine anche poetico, oltre che di vita: ripudiò infatti tutto quello  che aveva scritto prima dell’espatrio, quando viveva in Germania, come se la sua vita  e la sua capacità di “vedere” e scrivere fossero cominciate in seguito alla conoscenza della realtà del terribile genocidio. È stata insignita del Premio Nobel per la Letteratura nel 1966 con questa motivazione: “Per la sua lirica notevole e la scrittura drammatica, che interpreta il destino di Israele con forza toccante”. Pur non avendo vissuto in prima persona l’orrore dei lager nazisti ha saputo interpretare tutta la disperazione e la tragedia di quegli eventi in maniera forte e profondissima. “L’opera poetica di Nelly Sachs è grande e misteriosa […]. Di questo tipo è la poesia di Nelly Sachs: dura ma trasparente (…)” (dall’introduzione di Hans Magnus Enzensberger alla raccolta poetica Al di là della polvere, Einaudi, 1961).

Ci vuole un fiore

fiore

E tu, che fiore senti di essere?

 

Potendo scegliere

Se poi
mi troverò rinata
tra le fibre di un fiore
mi piacerebbe suggerire
                      piano, al vento:
«Nontiscordardime».

©Irene Marchi 2015

*ascoltando Radiohead – Lotus Flower https://www.youtube.com/watch?v=cfOa1a8hYP8

Cosa ti è rimasto?

cosa rimane

Tu cosa hai perso, per strada, durante il percorso? Ombrelli, stelle, disegni, sogni, libri, guanti, amori, ricordi… e cosa hai trovato? Amori, libri, guanti, ombrelli, … anche sogni? Quindi hai perso sogni ma ne hai sempre trovati altri… direi che stai andando benissimo: con quelli ritrovi tutto (chiunque tu fossi e chiunque tu sia adesso).

Discorso all’Ufficio oggetti smarriti

Ho perso qualche dea per via dal Sud al Nord,
e anche molti dèi per via dall’Est all’Ovest.
Mi si è spenta per sempre qualche stella, svanita.
Mi è sprofondata nel mare un’isola, e un’altra.
Non so neanche dove mai ho lasciato gli artigli,
chi gira nella mia pelliccia, chi abita il mio guscio.
Mi morirono i fratelli quando strisciai a riva
e solo un ossicino festeggia in me la ricorrenza.
Non stavo nella pelle, sprecavo vertebre e gambe,
me ne uscivo di senno più  e più volte.
Da tempo ho chiuso su tutto ciò il mio terzo occhio,
ci ho messo una pinna sopra, ho scrollato le fronde.

Perduto, smarrito, ai quattro venti se n’è volato.
Mi stupisco io stessa del poco di me che è restato:
una persona singola per ora di genere umano,
che ha perso solo ieri l’ombrello sul treno.

Wislawa Szymborska, in Opere, da Ogni Caso (1972), traduzione di Pietro Marchesani, Adelphi Edizioni

*ascoltando Dream On  – Aerosmith