Dov’è il cuore?

cuore

Dove sta il cuore? Davvero in mezzo al petto o attorcigliato nei nostri pensieri? Chi comanda che cosa?

P.S.  Una volta mi è capitato di sentire il ritmo del mio cuore (con lo strumento dell’ecografista) e subito mi è venuto in mente Jimi Hendrix mentre “scalda” la chitarra: “Cominciamo bene!” ho pensato…

Dov’è il cuore?

Batte il cuore
sussurra, corre, scavalca,
brucia il cuore
strazia, soffoca, impazzisce
chiede aiuto il cuore
pianopoifortepoiurla.
Chiede il cuore
chiede
chiede
chiede

Tace il cuore.
Ma dov’è il cuore?

©IreneMarchi2017

*Ascoltando Lou Reed – Rock and roll heart

Ma che importa…

pioverà, che importa...

Non importa, non importa, non importa… 

di quasi (quasi!) tutto si può dire non importa. Devo ricordarmelo più spesso.

 

Mi sorprenderà la pioggia,
ora che non ho neppure il cappello di bambù?
Ma che importa…

Matsuo Basho, da Cento Haiku, traduzione a cura di Irene Iarocci, Guanda Editore

 

*Ascoltando Jovanotti – Piove

Ma forse mi sbaglio

Particolare del Castello di Marostica (Vicenza) - sala interna

Particolare del Castello di Marostica (Vicenza) – sala interna

Ma forse mi sbaglio…

Un-due-tre…

Le distanze ci comandano
̶  non troppo vicini
meglio tre passi indietro  ̶
il nulla misurato  per rimanere
                                                indifferenti
vuoti calcolati per non sfiorare
i veri pensieri.
Geometrie sociali
                       che sanno di noia
atteggiamenti appesi a calici di vino.
«Mi concede questo valzer della solitudine sorridente?».

©IreneMarchi2017

* ascoltando Green Day – Boulevard Of Broken Dreams

 

 

Quello che vorremmo, quello che possiamo

prati 0

In quanti così? Vorremmo continuare a cercare di cielo in cielo chissà che altezza (ma siamo inchiodati a terra).

Prati

Forse non è nemmeno vero
quel che a volte ti senti urlare in cuore:
che questa vita è,
dentro il tuo essere,
un nulla
e che ciò che chiamavi la luce
è un abbaglio,
l’abbaglio estremo
dei tuoi occhi malati –
e che ciò che fingevi la meta
è un sogno,
il sogno infame
della tua debolezza.

Forse la vita è davvero
quale la scopri nei giorni giovani:
un soffio eterno che cerca
di cielo in cielo
chissà che altezza.

Ma noi siamo come l’erba dei prati
che sente sopra sé passare il vento
e tutta canta nel vento
e sempre vive nel vento,
eppure non sa così crescere
da fermare quel volo supremo
né balzare su dalla terra
per annegarsi in lui.

Antonia Pozzi, Milano, 31 dicembre 1931

* ascoltando Nick Drake –  Way to Blue

Tu lo sai?

frammenti di coraggio

(Io ancora no…)

Tu lo sai?

 

Forse dalle nuvole, talvolta
̶   li hai visti i raggi di luce scendere leggeri?  ̶
puoi raccogliere piccoli frammenti di coraggio:
ne basterebbe  uno
a  illuminare
                la nostra infinita salita.
Ne basterebbe uno.
Tu lo sai
                dove vanno a cadere?

©Irene Marchi 2017

 

* ascoltando Eva Cassidy – Over The Rainbow

https://www.youtube.com/watch?v=2rd8VktT8xY

Come le nuvole

siamonuvoleCome le nuvole non possiamo fermarci. Andiamo e corriamo, all’improvviso piangiamo, poi ci trasformiamo e (mai uguali) ripartiamo. Andiamo e corriamo, piangiamo, andiamo…

Siamo nuvole
i nomi complicano la tessitura
ma siamo nuvole,
notturne mattiniere
dipende,
oltraggiose spaurite
candide sprezzanti,
cavalieri e cavalcature
bastimenti e animali
siamo pronte
a dissolverci con fierezza
in quel tutto pacatissimo
del cielo ultimo
che ci affida il mondo.
Siamo nuvole
cambiamo vita di frequente
lì, sopra il disordine della realtà
il fondo
sereno delle cose,
la pioggia
la sete.

Chandra Livia Candiani, da Fatti vivo, Einaudi, 2017

*ascoltando Sheryl Crow, Run Baby Run

Se sei perso

camminare in salita

… ho imparato che, se sei perso, puoi ascoltare i messaggi del corpo  (se non  vuoi ascoltare la mente).

Se sei perso.
Se nulla ha più un senso.
Se tutti i tuoi punti di riferimento sono crollati.
Se la vecchia vita ora si sta sgretolando.
Se la mente è annebbiata, stanca, occupata.
Se l’organismo è esausto e desidera riposare.
Festeggia.
Fidati.
È un rito di passaggio, non un errore.
Stai guarendo in un modo tutto tuo.
Ora contatta la terra.
Inspira.
Espira.
Fa’ spazio per gli ospiti:
La tristezza, il dubbio, la paura, la rabbia.
Un antico senso di vuoto –
Vogliono solo essere sentiti.
Vogliono solo attraversarti.
Sei un recipiente, non un sé separato.
Sei un cielo, non il clima di passaggio.
Una vecchia vita se ne sta andando.
Una nuova vita sta nascendo.
Gli altri potrebbero non comprendere.
Ma fidati comunque.
Festeggia.
Contatta la terra.

Jeff Foster, testo dal web

* ascoltando REM, Everybody hurts

Fuori tema n. 6: Origami (poesie di carta)

La gru dell'immortalità (che dedico a mio padre)

La gru dell’immortalità (che dedico a mio padre)

(Articolo originale già apparso qui http://caffebook.it/societa/item/864-origami-creativita-precisione-e-un-augurio-di-speranza)

Origami: creatività e precisione (e un augurio di speranza)

Se volessimo stupire una persona che ci sta a cuore con qualcosa di speciale (e, per una volta, senza l’ausilio del poco romantico smartphone) potremmo scrivere un pensiero d’amore o anche semplicemente la data per un appuntamento su un pezzo di carta quadrato, ripiegarlo più volte seguendo le regole dell’origami, per trasformarlo ad esempio  in un fiore o in una colomba, e quindi farne dono a questa nostra persona da stupire. Potrebbe succedere (e ve lo auguro) proprio come si legge in un libro, scritto attorno all’anno 1000 d.C. dal titolo La storia del principe Genji, che in Giappone ha lo stesso valore della Divina Commedia o de I Promessi Sposi  per gli italiani, e dove si parla  per la prima volta proprio dell’origami: “La risposta di Nyosan scritta su carta sottile di color rosso carminio, piegata in maniera così ricca di significato e piena di grazia, faceva battere più forte il cuore di Genji (…)”.

L’ origami  è dunque  l’arte giapponese di piegare la carta (anche se l’invenzione della carta avvenne in Cina, l’origine di quest’arte risale al periodo Heidan del Giappone, 714-1185 d.C.): il termine deriva dall’unione di oru, che vuol dire piegare, con kami, che significa carta. Però la  parola kami, con un ideogramma diverso ma con la stessa pronuncia, vuol dire anche spiriti, divinità e questa sovrapposizione di significato sembrerebbe legare  l’arte degli origami alla spiritualità e alla ricerca del divino, dando così a questa tecnica una certa valenza sacrale.
L’origami quindi può essere considerato come  la trasformazione di una cosa materiale (la carta e in origine la carta di riso, dunque un prodotto della terra) in qualcosa di diverso, di superiore. Perciò, dietro quest’arte apparentemente “leggera” e divertente, sarebbe possibile riconoscere i principi shintoisti del ciclo vitale e dell’accettazione della morte come parte di un tutto: nulla si distrugge o va perduto, ma tutto può rinascere eternamente. Alcune fonti invece riconducono l’origine di questa tecnica all’astuccio di carta che conteneva il noshi, una porzione di molluschi essiccati, che veniva regalato ai samurai come simbolo dell’immortalità (del resto l’abitudine di ripiegare la carta veniva in origine applicata anche all’uso civile: alla Corte Imperiale era considerato indice di buon gusto saper modellare in varie forme le comunicazioni ufficiali).

I primi modelli di origami (una farfalla maschio e una farfalla femmina stilizzati) venivano applicati al collo delle bottiglie di saké durante le cerimonie nuziali (usanza ancora viva). Ed è tuttora in uso anche la tradizione di legare all’esterno dei templi alcune strisce di carta piegate a zig-zag (go-hei) contenenti preghiere, affinché il vento, muovendole, porti le richieste  più vicino alle orecchie degli dei.

La tecnica moderna dell’origami utilizza pochi tipi di piegature, combinate in una infinita varietà di modi per creare forme anche molto complicate. In genere si parte da un foglio quadrato che viene piegato senza fare tagli alla carta (l’origami tradizionale era invece  molto meno rigido nelle regole e faceva frequente uso di tagli, prevedendo tra l’altro anche fogli di partenza non necessariamente quadrati).
L’unico materiale che serve per la realizzazione di un origami è quindi la carta: per quelli più semplici può essere utilizzato qualsiasi tipo, anche quella da fotocopie,  ma se ne possono  utilizzare tantissimi altri, dalla carta velina alla carta di riso, fino a quella fatta in casa con materiali di recupero.

In Occidente l’arte del piegare la carta si diffonde tra il XVI e il XVII secolo, soprattutto in Spagna (tramite gli arabi): il primo modello europeo è la pajarita, un passero che muove le ali quando gli viene tirata la coda. Il poeta Garcia Lorca (1898-1936) ha dedicato proprio a questa figura una poesia intitolata Uccellino di carta (Pajarita de papel, 1920). Ma la tecnica era stata bene accolta anche in altri paesi europei: il pedagogo tedesco Friederich Fröbel (1782-1852) per esempio, intuì le enormi potenzialità dell’origami in campo educativo per sviluppare la creatività dei bambini fin dall’età dell’asilo, e per insegnare varie regole di geometria elementare. L’ esperienza di Fröbel  venne poi riproposta proprio in Giappone, dove fu riconosciuta e applicata su larga scala nell’educazione dei bambini. Un’altra esperienza molto importante, che in qualche modo “modernizzò” l’origami, fu portata avanti dalla scuola d’arte del Bauhaus (in Germania), dove questa disciplina fu insegnata per almeno una decina d’anni dal 1920 al 1930.
Con il tempo poi, le applicazioni dell’origami nella vita quotidiana sono diventate sempre più frequenti: gli airbag delle automobili, per esempio, derivano da un’applicazione origami (piegare nel minimo spazio una data superfi­cie in modo che si espanda con il minimo sforzo e alla massima velocità).

Venendo alle figure che si possono realizzare, due degli origami tradizionali giapponesi più noti, sono sicuramente quello della rana,  per il doppio significato del termine: in giapponese rana si pronuncia kaeru  ma questo termine significa anche ritorno a casa (rappresenta quindi un augurio per coloro che stanno per intraprendere un viaggio), e quello della gru, simbolo di immortalità. Tra le varie leggende legate a questa figura vi è anche quella secondo la quale chiunque riesca a piegare mille origami raffiguranti la gru, potrà  esprimere un desiderio che gli dei esaudiranno. Una statua nel Parco della Pace di Hiroshima  ricorda proprio questa tradizione: la statua (che ogni anno viene decorata con migliaia di corone formate da mille gru) è dedicata alla piccola Sadako Sasaki, ritratta con le braccia aperte protese verso il cielo mentre una gru spicca il volo dalle sue mani. Sadako aveva undici anni quando si ammalò di leucemia a causa delle radiazioni della bomba atomica di Hiroshima. Da allora iniziò a piegare le gru con la speranza di arrivare a mille  per poi vedere esaudito il suo desiderio più grande, ovvero che nessuno soffrisse più a causa delle guerre. Purtroppo Sadako morì il 25 ottobre 1955, all’età di dodici anni, dopo avere piegato 644 gru. Il suo corpo verrà sepolto assieme ai suoi origami e a quelli realizzati dai suoi amici, e il suo nome diventerà il simbolo di una struggente e disperata ricerca della pace. Ai piedi della statua di Sadako è scritto così: “Questo è il tuo pianto. La nostra preghiera. Pace nel mondo”.

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Statua nel Parco della Pace di Hiroshima dedicata alla piccola Sadako-Sasaki.

E proprio come messaggio di speranza, oggi gli origami vengono utilizzati anche da un’artista francese, Mademoiselle Maurice, che ha iniziato nel 2011 in Giappone a costruire con le forme di carta colorata delle enormi installazioni sui palazzi, per portare una nota di colore all’interno delle città.

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foto da Mademoiselle-Maurice-www.marketingcreativo.it

L’origami quindi è un’attività creativa e con un forte potenziale educativo, sa regalare figure leggere e divertenti ma anche cariche di messaggi profondi e universali.

P.S. Una gru l’ho piegata anch’io, ma in nome di questa pace che sembra essere ormai perduta continuerei volentieri fino a mille… ci proviamo?

Credits per le foto: installazione colorata  in città –  da www.marketingcreativo.it/mademoiselle-maurice-tra-origami-e-street-art/;statua di Sadako Sasaki a Hiroshima – da www.marketingcreativo.it/mademoiselle-maurice-tra-origami-e-street-art; origami: foto di Irene Marchi

 

 

Poesia per un padre

per babbopsdNo, non te ne sei andato: eccoti qui

che mi spingi a non smettere di scrivere…

 

 

A mio padre   (poesia di Alfonso Gatto)

Se mi tornassi questa sera accanto
lungo la via dove scende l’ombra
azzurra già che sembra primavera,
per dirti quanto è buio il mondo e come
ai nostri sogni in libertà s’accenda
di speranze di poveri di cielo
io troverei un pianto da bambino
e gli occhi aperti di sorriso, neri
neri come le rondini del mare.
Mi basterebbe che tu fossi vivo,
un uomo vivo col tuo cuore è un sogno.
Ora alla terra è un’ombra la memoria
della tua voce che diceva ai figli:
– Com’è bella notte e com’è buona
ad amarci così con l’aria in piena
fin dentro al sonno – Tu vedevi il mondo
nel plenilunio sporgere a quel cielo,
gli uomini incamminati verso l’alba.

Alfonso Gatto, da La storia delle vittime, 1945

Permettetemi ora una poesia personale…

Ho conosciuto

                              (al mio babbo)

Ho conosciuto
con te, babbo,
la radice dolce
                 e salda
del bene

ora sei fiore
volato nel vento
ma la tua radice rimane

dolcissima

              in me.
Per sempre. 

Irene, 12 maggio 2017

 

Quando senti la tempesta

ilsoleprimadellatempesta

Perché una tempesta la senti, la intuisci…puoi ignorarla, negarla, ma poi la senti più forte, la vedi arrivare: non puoi scappare. Ora sei dentro alla tempesta. Respira, respira… passerà.

Quando senti la tempesta

Il  cielo
che precede un temporale
è così solido
nella sua paurosa bellezza

senti con gli occhi  ̶  o con il respiro?  ̶
il peso
          di nuvole
mature, nere
di unʼacqua pronta a lavare
veli di tempo e di attesa.

Ogni fiore aspetta   ̶  o teme?  ̶
il rombo scuro dellʼinizio.
 
©Irene Marchi 2017

* ascoltando Deep Purple-Stormbringer