Piani di scrittura

u

Doppia dose di poesia, oggi, dato che ci sono dei versi che ne promettono altri (e altrettanto belli!).

Un giorno ti scriverò una poesia che non parli del cielo o della notte;
una poesia che ometta i nomi dei fiori, che non abbia gelsomini o magnolie.
Un giorno ti scriverò una poesia senza uccelli, senza sorgenti, una poesia che ignori il mare
e che non guardi le stelle.
Un giorno ti scriverò una poesia che si limiti a passare le dita sulla tua pelle
e che trasformi in parole il tuo sguardo.
Senza similitudini, senza metafore; un giorno scriverò una poesia che profumi di te,
una poesia al ritmo dei tuoi battiti, con l’intensità della stretta del tuo abbraccio.
Un giorno ti scriverò una poesia, il canto della mia felicità.

***

Algún día te escribiré un poema que no mencione el aire ni la noche;
un poema que omita los nombres de las flores, que no tenga jazmines o magnolias.
Algún día te escribiré un poema sin pájaros ni fuentes, un poema que eluda el mar
y que no mire a las estrellas.
Algún día te escribiré un poema que se limite a pasar los dedos por tu piel
y que convierta en palabras tu mirada.
Sin comparaciones, sin metáforas, algún día escribiré un poema que huela a ti,
un poema con el ritmo de tus pulsaciones, con la intensidad estrujada de tu abrazo.
Algún día te escribiré un poema, el canto de mi dicha.

Darío Jaramillo Agudelo (Santa Rosa de Osos, Colombia, 1947), da Poemas de amor, 1986, traduzione di Martha Canfield in http://www.filidaquilone.it/index.html

Solo quattro righe in prosa (fuori tema n.16)

ombre

Sempre, ma più che mai in questo momento in cui ogni distanza si dilata per obbligo, nella realtà e nella percezione, ogni millimetro “buono”  della nostra vita  (e anche l’ombra di quel millimetro) andrebbe tenuto in considerazione. Sei d’accordo?

(…) Benedetti siano gli istanti, i millimetri, e le ombre delle piccole cose, ancora più umili delle cose stesse! Gli istanti, i millimetri: quale impressione di meraviglia e di coraggio mi provoca la loro esistenza, gli uni accanto agli altri così ravvicinati in un metro. A volte soffro e godo per queste cose. E ne sono goffamente orgoglioso.

Fernando Pessoa (Lisbona, 1888-1935), da Il libro dell’inquietudine, Milano, Feltrinelli 1987, a cura di Maria José de Lancastre.

(per altri” fuori tema”, qui: https://lapoesianonsimangia.myblog.it/category/fuori-tema/)

AAA cercasi poetastronomi

cercadistarebene

Hai mai trovato frammenti di poesia sul tuo balcone?
E se sì, che cosa ne hai fatto?

È successo ancora, anche questa volta
è transitata non distante dalla terra,
visibile a occhio nudo, senza cannocchiale.
Accade ogni imprevedibile numero di anni,
la poesia ha traiettorie solo a posteriori,
è un asteroide disperso, non monitorato.
Non esplode, non fa danni, lascia polvere
di versi sui balconi e torna nel buio siderale.

Andrea Bajani, da Dimora naturale, Einaudi, 2020

IMG_20201025_162809

Per fortuna…

voglio scendere e sparire

Ci sono giorni (un po’ storti) in cui mi dico per fortuna ho cominciato a leggere poesia (ho cominciato tardi, sì, prima credevo fosse troppo difficile, ma mi sbagliavo)… per fortuna, mi dico, c’è quel luogo chiamato poesia, dove puoi entrare senza paura di disturbare e senza dover essere quello che non sei. Per fortuna.

D’accordo: non vale niente.
È meno del fumo
assai meno del vino.
Ma uno non può morire
senza un briciolo di poesia
è come pulire un vetro
e vedi cose sapute
ora più esatte e nuove.

Pieraldo Marasi  (1932-1986), da Pieraldo Marasi – Antologia, Samuele Editore 2010, a cura di Ludovica Cantarutti

Che cosa vedi?

 

farfalla

Illustrazione tratta da Filo di fata, di Philippe Lechermeier e Aurélia Fronty, Donzelli Editore, traduzione di Maria Vidale, 2008

La speranza

Una verde, una trepida farfalla
nella stanza! Un miracolo la strinse
qui tra le secche pietre di città.
Si posa e trema sopra cose che
non sono fiore
non sono ruscello
cose senza né miele né colore.
– Non muoverti – sussurri – o se ne andrà.
Ma io non temo che svoli. L’essenza
stessa della speranza è di restare.

Daria Menicanti (Piacenza, 1914 – 1995), da Un nero d’ombra, Arnoldo Mondadori Editore, 1969

 

Ho perso il conto

mylifeisdifferent

Ti sei mai sentit* inadeguat*, divers*, dissonante, sradicat*?
Io sì, un sacco di volte (ne ho perso il conto).

Cos’é la Terra? Erba
aria folate erba
fruscio contesa
fra radicati e sradicati.
E tu fra i due chi sei?
 
Anna Maria Carpi, da  L’asso nella neve – Poesie 1990-2010

***

Felice chi è diverso
essendo egli diverso
Ma guai a che è diverso
essendo egli comune.

Sandro Penna, da Appunti, 1950

 

Leggere i muri

chi lo sa

Il muro che compare nella foto qui sopra è di una casa del mio paese: ogni volta che passo di lì provo a immaginare chi possa avere scritto quell’unica parola e perché: sarà stato un messaggio in codice? o magari un’inconsueta dichiarazione d’amore? una parola d’ordine o forse l’acronimo di una frase di dodici parole? Non lo saprò mai, e va bene così. Probabilmente chi doveva capire ha capito e questo basta. Agli altri, resta la curiosità che accende la fantasia.
Ma tu, se ne avessi la possibilità, che frase vorresti scrivere, proprio in questo momento, su un ipotetico muro?

Qualcosa in comune

t i   a m o  c’è scritto su un muro
di ogni paese del mondo,
se in rosso
in nero
in corsivo o cubitale
non ha alcuna importanza:
in ogni paese del mondo
tutti
ma proprio tutti, almeno per un attimo,
abbiamo sperato che le parole su quel muro
fossero lì per noi

©IreneMarchi2020

Inaspettati arcobaleni

jpg«Alza gli occhi al cielo, non troverai mai arcobaleni se guardi in basso»
cantava Charlie Chaplin nel film “The Circus”
(però qualche volta capita di trovare un arcobaleno dove meno te l’aspetti).

Respirare a colori

Che importa se mi vesto di nero?
Ho comunque nel respiro ogni colore:
le nuvole rossarancio – ogni sera –
sul volto di mia figlia
il giallo vivo di certe mattine leggere
il verde che rinasce in una foglia
la luce chiarazzurra dei ricordi buoni
quel blu profumato di lavanda
e l’indaco che accompagna la verità
di un sorriso

perciò che importa – anche tu –
che importa se ti vesti di nero

se ancora ti commuovi
per un arcobaleno?
 
 © IreneMarchi 2017

 

Trova il tuo nome

 

pioggialeggera

“È bello se qualcuno ci dà un nome nuovo, segno di un nuovo stato dell’essere. Ma è ancora più bello trovarsi da sé il proprio nome spirituale nella natura. Come facevano i Nativi americani: andando nel bosco o nella prateria, si “sente” arrivare il proprio nome. Si tratta solo di accoglierlo (…) Può anche succedere che il nome cambi, magari dopo anni. Il nome che si riceve può essere detto ad altri: non è nulla di esoterico o magico, né c’è da vergognarsene. È solo una poesia vivente, un gioco profondo che ci insegna il mondo.”
Stefano Fusi, da
Spirito naturale, Tecniche Nuove Editore, 2007

 E tu, con quale nome vorresti sentirti chiamare, dalla natura?

 

Il mio nome

Una sera che il prato era verdeoro e gli alberi,
marmo venato alla luna, si ergevano come nuovi mausolei
nell’aria fragrante, e la campagna tutta palpitava
di strida e brusii di insetti, io stavo sdraiato sull’erba,
ad ascoltare le immense distanze aprirsi su di me, e mi chiedevo
cosa sarei diventato e dove mi sarei trovato,
e per quanto a malapena esistessi, per un attimo sentii
che il cielo vasto e affollato di stelle era mio, e udii
il mio nome come per la prima volta, lo udii come
si sente il vento o la pioggia, ma flebile e distante
come se appartenesse non a me ma al silenzio
dal quale era venuto e al quale sarebbe tornato.

Mark Strand, da Uomo e cammello, 2006, in Mark Strand, Tutte le poesie, Mondadori, 2019, traduzione di Damiano Abeni con Moira Egan

∗∗∗

My Name

Once when the lawn was a golden green
and the marbled moonlit trees rose like fresh memorials
in the scented air, and the whole countryside pulsed
with the chirr and murmur of insects, I lay in the grass,
feeling the great distances open above me, and wondered
what I would become and where I would find myself,
and though I barely existed, I felt for an instant
that the vast star-clustered sky was mine, and I heard
my name as if for the first time, heard it the way
one hears the wind or the rain, but faint and far off
as though it belonged not to me but to the silence
from which it had come and to which it would go.

Una fata, per favore!

dimmidiquantefateavremmobisognoduelilionidifateforseinquestocasinochecosadovreifareeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee

Illustrazione tratta da Filo di fata, di Philippe Lechermeier e Aurélia Fronty, Donzelli Editore, traduzione di Maria Vidale, 2008

Quando mia figlia era piccola, per convincerla a fare il bagno, e soprattutto a farsi lavare i capelli, mi ero inventata la fatina-della-vasca, una fata tutta azzurra che viveva nascosta nella nostra vasca da bagno e che usciva quando sentiva profumo di bagnoschiuma. In questo modo ho superato la fase del nonvogliofareilbagno.

E noi, adesso?
Di quante fatine avremmo bisogno?
Troppe, decisamente troppe.

Ti prego

dov’è una fata, dimmi,
dov’è una fata
che scrosti tutti i muri graffiati
dai segni crudi della parola buio
– quel buio che dentro ha tutto il male –
dov’è una fata, dimmelo,
che spalanchi le finestre
di questa stanza-mondo
di questo mondo-distanza
affinché entri l’aria
– chiara –
della parola luce
(non basterà una fata per la parola pace)

©IreneMarchi2020