Quello che non facciamo (fuori tema n.19)

000

Ci sono cose  che immaginiamo di fare ma che non facciamo mai, intenti che disattendiamo, progetti che rimarranno tali. Sono come le ombre: assolutamente “visibili” ma impalpabili.
Ma guai se non ci fossero (anche) queste cose che non facciamo.

Le cose che non facciamo

Mi piace che non facciamo le cose che non facciamo. Mi piacciono i nostri progetti al risveglio, quando il giorno sale sul nostro letto come un gatto di luce, e che non realizziamo perché ci alziamo tardi per esserceli immaginati tanto. Mi piace il solletico che trasmettono ai nostri muscoli gli esercizi che enumeriamo senza eseguirli, le palestre dove non andiamo mai, le abitudini sane che invochiamo come se, desiderandole, il loro splendore si riflettesse su di noi. Mi piacciono le guide di viaggio che sfogli con quell’attenzione che tanto ammiro in te, con i loro monumenti, strade e musei dove non mettiamo mai piede, incantati da un caffelatte. Mi piacciono i ristoranti che non frequentiamo, le luci delle loro candele, il sapore fantasticato dei loro piatti (…). Mi piacciono tutti i propositi, dichiarati o segreti, che disattendiamo insieme. È questo che preferisco della vita a due. La meraviglia aperta sull’altrove. Le cose che non facciamo.

Andrés Neuman, da Le cose che non facciamo, Sur, 2016, traduzione di Silvia Sichel

⇒ ascoltando Nick Drake – One Of These Things First https://www.youtube.com/watch?v=TOv5NAhLbms

(altri fuori tema si trovano qui: https://lapoesianonsimangia.myblog.it/category/fuori-tema/)

Alla deriva? (Fuori tema n. 18)

Foto di Tobias Kamischke, da https://www.instagram.com/tekkify/

Foto di Tobias Kamischke, da https://www.instagram.com/tekkify/

Sei alla deriva? Prova a cercare un segno!

Un segno, sì. Un po’ come  fa Jeff, il protagonista del film “A Casa Con Jeff” (di Jay Duplass e Mark Duplass, con Susan Sarandon): Jeff è un trentenne che, utilizzando l’universo come sua guida, cerca dei segni per stabilire la propria strada e dare un senso alla propria vita.

Senza diventare dei fanatici della serendipità (termine coniato da Horace Walpole, con cui egli indicava quella “qualità per cui si fanno, per incidente o per sagacia, continue scoperte di cose che non si cercavano”) o della sincronicità (che fu evidenziata da Carl Gustav Jung come il  fenomeno per cui eventi mentali e fisici sono correlati tra loro, senza rapporto di causa ed effetto, in un breve lasso temporale quasi coincidenziale, per senso e significato),  si potrebbe andare alla ricerca di “segni” sperimentando il  Gioco della deriva di cui ci parla lo psicoterapeuta Paolo Maria Clemente nel libro La deriva – Istruzioni per perdersi:

“Lo sfruttamento non è l’unica possibilità di rapporto con l’ambiente. Esiste un modo alternativo di porsi nei suoi confronti che comporta il passaggio dalla logica del dominio a quella del rispetto. Il primo passo da compiere è considerare la zona circostante come la nostra interfaccia con l’universo. […] Nella vita infatti non abbiamo mai a che fare con l’universo intero, ma sempre e soltanto con quella piccola bolla di realtà che ci circonda; reciprocamente, l’universo si rapporta a noi usando il luogo dove ci troviamo. Chiamiamo “Zona” questa minuscola porzione di realtà che ci segue ovunque andiamo: è con essa – e soltanto con essa – che entriamo in rapporto, e lo facciamo costantemente, pur senza rendercene contro. […] Il senso di questa pratica […] risiede nel fatto  stesso che il mondo inanimato stia comunicando, perché ciò significa che intorno a noi c’è qualcosa di vivo con cui è possibile entrare in relazione. […] Scegli una via qualsiasi della tua città e guardati intorno. Ignora tutto ciò che è stato messo lì a bella posta per stupirti, come un monumento o un’installazione artistica; […] contano solo i piccoli eventi che si verificano proprio quando passi tu: una foglia che cade, un gatto che sbuca da una siepe, un rumore improvviso. Tra le cose che accadono intorno a te, scegli la prima che attira la tua attenzione e muoviti in quella direzione finché non giungi davanti a un bivio. Aspetta, non scegliere subito dove andare […] guarda l’ambiente circostante come se fossi un alieno. Prima o poi un evento accidentale ti farà capire quale strada imboccare […] alla fine la cosa più importante non sarà dove ti avrà condotto il caso, ma il fatto di aver instaurato una comunicazione con l’ambiente circostante (la Zona)”.

Paolo Maria Clemente ha  intitolato  il suo libro La deriva, in onore di Guy Debord, il primo che negli anni ’50 ne ipotizzò una qualche esistenza e che dava questi consigli proprio su come affrontare una deriva:

“Per fare una deriva, andate in giro a piedi senza meta od orario. Scegliete man mano il percorso non in base a ciò che sapete, ma in base a ciò che vedete intorno. Dovete essere straniati e guardare ogni cosa come se fosse la prima volta. Un modo per agevolarlo è camminare con passo cadenzato e sguardo leggermente inclinato verso l’alto, in modo da portare al centro del campo visivo l’architettura e lasciare il piano stradale al margine inferiore della vista. Dovete percepire lo spazio come un insieme unitario e lasciarvi attrarre dai particolari.”

Il Gioco della Deriva sembrerebbe quindi un modo rigenerante e avventuroso di esplorare, di “stimolare” il mondo e, soprattutto, di riceverne stimoli. E se arrivasse quel famoso segno… speriamo sia incoraggiante!

(…) Alla deriva
c’è invece il mare il mare aperto infinito
alla deriva
c’è finalmente la vita
filtrata digerita
c’è la leggerezza
del corpo vuoto.

Salvatore Toma, dalla poesia Alla deriva, in Canzoniere della morte, Einaudi 1999

♥ ascoltando Kronos Quartet – I See the Sign https://www.youtube.com/watch?v=N0n2NX_6WUE

La quota d’amore (fuori tema n.17)

scritte sui muri

“Dove lo prendi tu, l’amore che ti serve?”
Giro, a te che stai leggendo, questa domanda
che appartiene alle pagine intense riportate (in parte) qui sotto.

(…) Dove lo prendi tu, l’amore che ti serve? […]

– Tutti abbiamo bisogno di una quota d’amore al giorno, – mi guarda, – senza quel minimo cadi in depressione e ti ammali, è come un piano dietetico, devi assumere energie, comunque le prendi, anche a pezzi, a intervalli, in modo discontinuo. A volte raccogli un mucchio di amore tutto in un punto, e per un po’ sei a posto […] altre volte raccatti briciole qua e là, metti insieme e impasti, ma ti basta appena per un giorno –. Le faccio segno di sì, la seguo.

– Tu non fai mai l’accattona? A rovistare tra i resti, fra gentilezze buttate a caso, nemmeno rivolte a te, o fra ricordi ancora buoni, li rimaneggi e stai  un po’ meglio?

Non ci avevo mai pensato in questi termini.

– Nei tempi di magra, quando finiscono le riserve, ti aiuta avere le tue risorse, quelle segrete, i tuoi granai.[…]– Ognuno di noi ha una partenza diversa, perché è diverso il capitale iniziale, – dice –.

– I bambini molto amati saranno adulti meno affamati di amore, hanno le loro riserve organiche, e chi invece non è stato amato, o amato male, avrà per sempre una specie di fame nervosa, un ammanco che non puoi colmare, e anche se costruirai un legame farai i conti con questo buco dentro, insaziabile, criminale, uno spasmo che brucia il fegato, la gola […] se non stai in guardia ti riassorbe e ti fagocita nello stesso gorgo, senz’aria e senza luce […]. Dobbiamo rabberciare, – ha detto e finalmente ha respirato. – Ricalibrare […] L’amore puoi prenderlo dagli altri, – ha detto, – anche quando non se ne accorgono. Anzi  è meglio, non c’è bisogno che loro ti vogliano bene, per fortuna. (…)

da Elvira Seminara,  I segreti del giovedì sera, Einaudi, 2020, pp. 45-47

ascoltando Ezio Bosso – Sunrise on a clear day https://www.youtube.com/watch?v=s5b3HE1NwuI

(Per gli altri fuori tema, qui)

Solo quattro righe in prosa (fuori tema n.16)

ombre

Sempre, ma più che mai in questo momento in cui ogni distanza si dilata per obbligo, nella realtà e nella percezione, ogni millimetro “buono”  della nostra vita  (e anche l’ombra di quel millimetro) andrebbe tenuto in considerazione. Sei d’accordo?

(…) Benedetti siano gli istanti, i millimetri, e le ombre delle piccole cose, ancora più umili delle cose stesse! Gli istanti, i millimetri: quale impressione di meraviglia e di coraggio mi provoca la loro esistenza, gli uni accanto agli altri così ravvicinati in un metro. A volte soffro e godo per queste cose. E ne sono goffamente orgoglioso.

Fernando Pessoa (Lisbona, 1888-1935), da Il libro dell’inquietudine, Milano, Feltrinelli 1987, a cura di Maria José de Lancastre.

(per altri” fuori tema”, qui: https://lapoesianonsimangia.myblog.it/category/fuori-tema/)

Il colore dell’estate (fuori tema n. 15)

menta

Per me l’estate ha questi colori.
Tu invece che colori visualizzi quando pensi all’estate?

(…) Amiamo la menta per il suo profumo. È la più popolare. Non appena dobbiamo citare una pianta profumata, è lei, solo lei che abbiamo in bocca. Il suo odore, ammettiamolo, anche se leggermente pepato, non stordisce, non dà alla testa. La sua grazia ci commuove. E basta lasciar cadere qualche foglia in una teiera per essere quasi trasportati nel palazzo di Sherazade.
La menta agisce così: come un filtro d’amore. Direi perfino che apre le porte di quell’immaginario orientale in cui, come cantava Baudelaire, tutto è lusso, calma e voluttà. (…)

Jean Claude Izzo (Marsiglia 1945-2000), da  Aglio, menta e basilico, a/o edizioni, 2012

*ascoltando Zucchero – Menta e rosmarino https://www.youtube.com/watch?v=Lbe9-2UcbGc

(per altri fuori tema, qui: https://lapoesianonsimangia.myblog.it/category/fuori-tema/ ; per altra menta, qui: https://lapoesianonsimangia.myblog.it/2019/08/18/prove-di-magia/)

Piccoli, insignificanti granelli (fuori tema n.14)

magic

Qual è stato il tuo piccolo granello di felicità, oggi?
Cerca bene tra le immagini e i pensieri… (e se non lo trovi probabilmente sta per arrivare).

La vita è fatta di piccole felicità insignificanti, simili a minuscoli fiori. Non è fatta solo di grandi cose, come lo studio, l’amore, i matrimoni, i funerali. Ogni giorno succedono piccole cose, tante da non riuscire a tenerle a mente né a contarle, e tra di esse si nascondono granelli di una felicità appena percepibile, che l’anima respira e grazie alla quale vive (…).

Banana Yoshimoto, da Un viaggio chiamato vita, 2006

*ascoltando Paco De Lucia & Al Di Meola – Mediterranean Sundance https://www.youtube.com/watch?v=v35YhhzCrYk

(altri “fuori tema”, qui: https://lapoesianonsimangia.myblog.it/category/fuori-tema/)

Abbagliante (fuori tema n.13)

hugo

Fuori tema perché tecnicamente il testo che segue non è una poesia, anche se spesso viene citato come tale (sono alcune delle righe del quaderno ritrovato da Cosette sotto una pietra del suo giardino). Ma il concetto espresso, così luminoso, “abbaglia” e porta romanticamente  verso la  poesia…

Ho incontrato per via un giovane poverissimo: era innamorato.
Il suo cappello era vecchio, l’abito logoro, con i buchi ai gomiti, l’acqua gli passava attraverso le scarpe, e gli astri attraverso l’anima.

Victor Hugo (Besanҫon, 1802-1885), da Les Misérables, libro V- parte IV: “Un cuore sotto una pietra”,  traduzione di Valentino Piccoli, BUR

*ascoltando Queen + Paul Rodgers – Time to Shine https://www.youtube.com/watch?v=en2t-pLLZ48

(per altri “Fuori tema”: https://lapoesianonsimangia.myblog.it/category/fuori-tema/)

C di Coerenza (fuori tema n.12)

 78194170_2923615781005537_4926362887632453632_n

Troppo divertente questa vignetta: la coerenza nell’essere una scocciatrice… un’ottima consolazione!

Ma una tenace coerenza è davvero una cosa (sempre) buona?

Walt Whitman in  Foglie d’erba scriveva:

«Mi contraddico? Certo che mi contraddico!
Sono vasto, contengo moltitudini».

La trovo una bella affermazione.

Perché al di là di un certo (necessario) livello di coerenza relativa ai valori di base (che poi è la stessa bella coerenza di cui si parla nella canzone che cito alla fine di questo post), il voler sempre e a tutti i costi essere coerenti e non contradditori rispetto a ciò che siamo stati o abbiamo detto, pensato o creduto in precedenza, è (forse) qualcosa di poco spontaneo: un’autoimposizione quasi innaturale rispetto ai cambiamenti costanti di una persona. Cambiare idea (non in continuazione, ovviamente!) a volte ci salva dalla fossilizzazione del pensiero. E ci rende decisamente umani.

E la coerenza nel mantenerci umani (nel senso buono del termine) non è poi così male.

(Ma… forse… aggiungo sempre un forse: sono coerente con la mia mancanza di certezze)

“L’altro timore che ci allontana dalla fiducia in noi stessi è la nostra coerenza:

ci trattiene il rispetto per le azioni fatte e le parole dette, dato che gli occhi altrui non hanno altri elementi per calcolare la nostra orbita se non le nostre passate azioni, e noi siamo riluttanti a deluderli.

Ma perché continuare a tenere la testa dietro le spalle?

Perché trascinarti dietro il cadavere della memoria, per paura di contraddire quel che hai detto e fatto in questo o quel luogo pubblico?

Supponiamo che ti contraddica; e con questo?

A me sembra buona norma di saggezza quella di non contare esclusivamente sulla sola memoria e di farne poco, anzi, anche in atti di pura memoria; e allora trascina in giudizio quel passato in un presente dai mille occhi, vivi in un giorno sempre nuovo!

[…] Una stupida coerenza è l’ossessione di piccole menti […], una grande anima non ha niente a che fare con la coerenza”.

Ralf  Waldo Emerson, da Diventa chi Sei. La fiducia in se stessi, a cura di Stefano Paolucci, Donzelli Editore, 2005

*ascoltando Nomadi – La coerenza https://www.youtube.com/watch?v=TLEoRtkBL0Q

(Per altri “Fuori tema”, qui: https://lapoesianonsimangia.myblog.it/category/fuori-tema/)

Alcune cose da imparare (fuori tema n. 11)

20190722_202619

(…) Non voglio imparare a non aver paura, voglio imparare a tremare. Non voglio imparare a tacere, voglio assaporare il silenzio da cui ogni parola vera nasce. Non voglio imparare a non arrabbiarmi, voglio sentire il fuoco, circondarlo di trasparenza che illumini quello che gli altri mi stanno facendo e quello che posso fare io. Non voglio accettare, voglio accogliere e rispondere. Non voglio essere buona, voglio essere sveglia. Non voglio fare male, voglio dire: mi stai facendo male, smettila. Non voglio diventare migliore, voglio sorridere al mio peggio. Non voglio essere un’altra, voglio adottarmi tutta intera. Non voglio pacificare tutto, voglio esplorare la realtà anche quando fa male, voglio la verità di me. Non voglio insegnare, voglio accompagnare. Non è che voglio così, è che non posso fare altro (…).

Chandra Livia Candiani, da Il silenzio è cosa viva. L’arte della meditazione, Torino, Einaudi 2018, p. 75

*ascoltando Alanis Morissette – You Learn https://www.youtube.com/watch?v=GFW-WfuX2Dk

(Altri “fuori tema”: https://lapoesianonsimangia.myblog.it/category/fuori-tema/)

Gentilezza: lasciamoci contagiare (fuori tema n. 10)

Gentilezza

Se hai visto il film “Il favoloso mondo di Amélie” probabilmente non avrai dimenticato le imprese di gentilezza dell’altrettanto indimenticabile protagonista: dalle più studiate e articolate alle più semplici e fattibili, come quella di far attraversare la strada a un anziano signore non vedente e accompagnarlo alla fermata della metropolitana.

Ma quello di Amélie era un film, appunto, mentre nella realtà gli atti di gentilezza sono sempre più un’eccezione, tanto da suscitare spesso sorpresa in chi li riceve o ne è testimone .

Eppure, se per caso l’essere gentili solo per il genuino gusto di esserlo non ci interessasse, è stato dimostrato che fare qualcosa di gentile per gli altri stimola le endorfine e quindi di conseguenza dovrebbe avere un effetto positivo anche su di noi (uno studio di psicologia dell’Università della Carolina del Nord ha dimostrato che occuparsi degli altri influisce positivamente sulla nostra salute e longevità.).

Ma che cosa vuol dire essere gentili?

“Essere gentili significa mostrare attenzione nei confronti degli altri e di tutto il mondo che ci circonda, dell’ambiente, degli animali. È un’apertura all’esterno, in contrapposizione all’individualismo e all’arroganza che spesso contraddistinguono il nostro tempo” spiega Cristina Milani, vicepresidente del Movimento mondiale per la gentilezza (e fondatrice della onlus Gentletude*, di cui sotto riporto il decalogo). Nel 1997, a Tokyo, questo movimento ha dato vita per la prima volta all’evento che si festeggia ogni 13 novembre in centinaia di Paesi del mondo (vengono incentivati, per questo giorno e per la settimana relativa, dei gesti gentili nei confronti di un amico, di un collega, di uno sconosciuto, oppure vengono promossi acquisti solidali per i meno fortunati). In Italia, l’iniziativa è stata introdotta nel 2000 dal Movimento italiano per la gentilezza che (come si legge nel sito ufficiale) ricerca “una più profonda e concreta diffusione della gentilezza fra i concittadini, del senso civico, del rispetto delle regole, della cosa pubblica, dell’ambiente e delle persone, nel quadro di una più armonica convivenza tra gli uomini”.

La gentilezza ha comunque sollevato controversie fin dai tempi antichi: i filosofi dell’antica Grecia, i Padri della Chiesa, gli intellettuali del Rinascimento e i pensatori dell’Illuminismo si sono sempre divisi tra chi sosteneva o meno l’inclinazione alla gentilezza dell’animo umano. Nel 1741 il filosofo scozzese David Hume, ad esempio, rispondendo a una scuola filosofica che riteneva l’umanità irrimediabilmente egoista, si chiedeva come fosse possibile che le persone rinnegassero la gentilezza e i grandi piaceri che se ne possono trarre, perdendo così contatto con la loro realtà emotiva.

In effetti la gentilezza non è una cosa da eroi, ma è qualcosa che deve soltanto essere riscoperta, coltivata e che, magari, potrebbe anche creare una reazione a catena, un inaspettato contagio positivo, perché, proprio come dice il premio Nobel Aung San Suu Kyi (nel suo discorso sulla pace, pronunciato il 16 giugno 2012): “Ogni gentilezza ricevuta, grande o piccola, mi ha convinta che non ce ne sarà mai abbastanza nel nostro mondo […] e perfino il più piccolo gesto di gentilezza può illuminare un cuore incattivito:  la gentilezza può cambiare la vita delle persone“.

Quindi, non serve davvero essere Superman: gentilezza è sorridere a chi ci parla e a chi incontriamo (che importa se non ci conosciamo?), è cedere il posto sui mezzi pubblici a chi è più anziano o alla donna incinta (o farli passare avanti nella coda alla cassa del supermercato), gentilezza è ringraziare e salutare, è offrire un aiuto a chi ci sembra in difficoltà, è ascoltare (veramente). Gentilezza è guidare senza mandare tutti a quel paese con gestacci, è lasciar passare qualcuno sulle strisce (sarebbe un obbligo in realtà, ma ormai è un optional, di gentilezza appunto); gentilezza è rispondere alle mail e ai messaggi entro un tempo ragionevole (e in ogni caso… rispondere!), gentilezza è non sporcare l’ambiente con i nostri rifiuti (con mozziconi, gomme da masticare o fazzoletti di carta, per esempio, ché i cestini per i rifiuti li hanno inventati da tantissimo tempo).

Gentilezza è molto altro ancora, ma tutto questo è considerato spesso come una poco moderna perdita di tempo. Un atteggiamento gentile è visto talvolta addirittura con sospetto, quasi fosse una forma di debolezza (si pensi al fenomeno del bullismo che in genere vede coinvolti come vittime i ragazzi meno aggressivi, un po’ timidi o comunque considerati più deboli o diversi). Che dire, inoltre, di quei post che è facile leggere su facebook in cui si prendono in giro o si denigrano, gratuitamente e con inutile spreco di creatività, questa o quella categoria di persone? Comunque il mondo virtuale meriterebbe un discorso a sé, tanto i comportamenti sono esasperati dalla (falsa) protezione dello schermo. Sicuramente però sono emblematici di una tendenza alla non-cortesia che contagia giovani e meno giovani.

In Elogio della gentilezza, di Adam Phillips e Barbara Taylor (Ponte alle Grazie, 2009) si afferma che: “siamo molto ambivalenti rispetto alla gentilezza, la amiamo e la temiamo: sentiamo molto acutamente la sua mancanza, ma facciamo resistenza nei confronti dei nostri impulsi generosi” e soprattutto viene fatto notare che “il sospetto” più grave a carico della gentilezza d’animo è che essa sia solo una forma di narcisismo camuffato. Siamo generosi perché la cosa ci fa sentire bene con noi stessi: le persone generose sono i drogati dell’autocompiacimento. Dovendo rispondere a questo argomento il filosofo Francis Hutcheson lo liquidò bruscamente: “Se questo è amore per sé stessi, bene, che lo sia… Nulla può essere migliore di questo amore per sé stessi, nulla più generoso”.

E, in effetti, tra un mondo totalmente privo di gentilezza e uno dove ancora ne esiste un po’, io continuerei a preferire il secondo, anche se questa gentilezza comportasse un certo autocompiacimento in chi è gentile. Tu no?

*Ecco le dieci azioni della Gentilezza che ci propone l’associazione Gentletude (citata sopra):

-Vivere bene insieme: ascoltare ed essere pazienti
-Essere aperti verso tutti: salutare, ringraziare e sorridere
-Lasciare scivolare via le sgarberie e abbandonare l’aggressività
-Rispettare e valorizzare la diversità, grande fonte di ricchezza
-Non essere gelosi del sapere: comunicare, trasmettere e condividere
-Il pianeta è uno solo, non inquinare e non sporcare
-Ridurre gli sprechi: riciclare, riutilizzare e riparare
-Seguire la stagionalità e preferire i prodotti locali
-Proteggere gli animali: non sfruttarli, non maltrattarli e non abbandonarli
-Allevare gli animali in modo etico, non infliggere sofferenze

Speriamo in un bel contagio… di gentilezza!

(Irene Marchi – Articolo già apparso su https://caffebook.it/2016/11/13/gentilezza-lasciamoci-contagiare/)

 – Ascoltando Il Favoloso mondo di Amelie – scena del mercato https://www.youtube.com/watch?v=WdQp08J8hLY; Max Gazzè – Splendere ogni giorno il sole https://www.youtube.com/watch?v=zLurBvISW34