C di Coerenza (fuori tema n.12)

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Troppo divertente questa vignetta: la coerenza nell’essere una scocciatrice… un’ottima consolazione!

Ma una tenace coerenza è davvero una cosa (sempre) buona?

Walt Whitman in  Foglie d’erba scriveva:

«Mi contraddico? Certo che mi contraddico!
Sono vasto, contengo moltitudini».

La trovo una bella affermazione.

Perché al di là di un certo (necessario) livello di coerenza relativa ai valori di base (che poi è la stessa bella coerenza di cui si parla nella canzone che cito alla fine di questo post), il voler sempre e a tutti i costi essere coerenti e non contradditori rispetto a ciò che siamo stati o abbiamo detto, pensato o creduto in precedenza, è (forse) qualcosa di poco spontaneo: un’autoimposizione quasi innaturale rispetto ai cambiamenti costanti di una persona. Cambiare idea (non in continuazione, ovviamente!) a volte ci salva dalla fossilizzazione del pensiero. E ci rende decisamente umani.

E la coerenza nel mantenerci umani (nel senso buono del termine) non è poi così male.

(Ma… forse… aggiungo sempre un forse: sono coerente con la mia mancanza di certezze)

“L’altro timore che ci allontana dalla fiducia in noi stessi è la nostra coerenza:

ci trattiene il rispetto per le azioni fatte e le parole dette, dato che gli occhi altrui non hanno altri elementi per calcolare la nostra orbita se non le nostre passate azioni, e noi siamo riluttanti a deluderli.

Ma perché continuare a tenere la testa dietro le spalle?

Perché trascinarti dietro il cadavere della memoria, per paura di contraddire quel che hai detto e fatto in questo o quel luogo pubblico?

Supponiamo che ti contraddica; e con questo?

A me sembra buona norma di saggezza quella di non contare esclusivamente sulla sola memoria e di farne poco, anzi, anche in atti di pura memoria; e allora trascina in giudizio quel passato in un presente dai mille occhi, vivi in un giorno sempre nuovo!

[…] Una stupida coerenza è l’ossessione di piccole menti […], una grande anima non ha niente a che fare con la coerenza”.

Ralf  Waldo Emerson, da Diventa chi Sei. La fiducia in se stessi, a cura di Stefano Paolucci, Donzelli Editore, 2005

*ascoltando Nomadi – La coerenza https://www.youtube.com/watch?v=TLEoRtkBL0Q

(Per altri “Fuori tema”, qui: https://lapoesianonsimangia.myblog.it/category/fuori-tema/)

Alcune cose da imparare (fuori tema n. 11)

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(…) Non voglio imparare a non aver paura, voglio imparare a tremare. Non voglio imparare a tacere, voglio assaporare il silenzio da cui ogni parola vera nasce. Non voglio imparare a non arrabbiarmi, voglio sentire il fuoco, circondarlo di trasparenza che illumini quello che gli altri mi stanno facendo e quello che posso fare io. Non voglio accettare, voglio accogliere e rispondere. Non voglio essere buona, voglio essere sveglia. Non voglio fare male, voglio dire: mi stai facendo male, smettila. Non voglio diventare migliore, voglio sorridere al mio peggio. Non voglio essere un’altra, voglio adottarmi tutta intera. Non voglio pacificare tutto, voglio esplorare la realtà anche quando fa male, voglio la verità di me. Non voglio insegnare, voglio accompagnare. Non è che voglio così, è che non posso fare altro (…).

Chandra Livia Candiani, da Il silenzio è cosa viva. L’arte della meditazione, Torino, Einaudi 2018, p. 75

*ascoltando Alanis Morissette – You Learn https://www.youtube.com/watch?v=GFW-WfuX2Dk

(Altri “fuori tema”: https://lapoesianonsimangia.myblog.it/category/fuori-tema/)

Gentilezza: lasciamoci contagiare (fuori tema n. 10)

Gentilezza

Se hai visto il film “Il favoloso mondo di Amélie” probabilmente non avrai dimenticato le imprese di gentilezza dell’altrettanto indimenticabile protagonista: dalle più studiate e articolate alle più semplici e fattibili, come quella di far attraversare la strada a un anziano signore non vedente e accompagnarlo alla fermata della metropolitana.

Ma quello di Amélie era un film, appunto, mentre nella realtà gli atti di gentilezza sono sempre più un’eccezione, tanto da suscitare spesso sorpresa in chi li riceve o ne è testimone .

Eppure, se per caso l’essere gentili solo per il genuino gusto di esserlo non ci interessasse, è stato dimostrato che fare qualcosa di gentile per gli altri stimola le endorfine e quindi di conseguenza dovrebbe avere un effetto positivo anche su di noi (uno studio di psicologia dell’Università della Carolina del Nord ha dimostrato che occuparsi degli altri influisce positivamente sulla nostra salute e longevità.).

Ma che cosa vuol dire essere gentili?

“Essere gentili significa mostrare attenzione nei confronti degli altri e di tutto il mondo che ci circonda, dell’ambiente, degli animali. È un’apertura all’esterno, in contrapposizione all’individualismo e all’arroganza che spesso contraddistinguono il nostro tempo” spiega Cristina Milani, vicepresidente del Movimento mondiale per la gentilezza (e fondatrice della onlus Gentletude*, di cui sotto riporto il decalogo). Nel 1997, a Tokyo, questo movimento ha dato vita per la prima volta all’evento che si festeggia ogni 13 novembre in centinaia di Paesi del mondo (vengono incentivati, per questo giorno e per la settimana relativa, dei gesti gentili nei confronti di un amico, di un collega, di uno sconosciuto, oppure vengono promossi acquisti solidali per i meno fortunati). In Italia, l’iniziativa è stata introdotta nel 2000 dal Movimento italiano per la gentilezza che (come si legge nel sito ufficiale) ricerca “una più profonda e concreta diffusione della gentilezza fra i concittadini, del senso civico, del rispetto delle regole, della cosa pubblica, dell’ambiente e delle persone, nel quadro di una più armonica convivenza tra gli uomini”.

La gentilezza ha comunque sollevato controversie fin dai tempi antichi: i filosofi dell’antica Grecia, i Padri della Chiesa, gli intellettuali del Rinascimento e i pensatori dell’Illuminismo si sono sempre divisi tra chi sosteneva o meno l’inclinazione alla gentilezza dell’animo umano. Nel 1741 il filosofo scozzese David Hume, ad esempio, rispondendo a una scuola filosofica che riteneva l’umanità irrimediabilmente egoista, si chiedeva come fosse possibile che le persone rinnegassero la gentilezza e i grandi piaceri che se ne possono trarre, perdendo così contatto con la loro realtà emotiva.

In effetti la gentilezza non è una cosa da eroi, ma è qualcosa che deve soltanto essere riscoperta, coltivata e che, magari, potrebbe anche creare una reazione a catena, un inaspettato contagio positivo, perché, proprio come dice il premio Nobel Aung San Suu Kyi (nel suo discorso sulla pace, pronunciato il 16 giugno 2012): “Ogni gentilezza ricevuta, grande o piccola, mi ha convinta che non ce ne sarà mai abbastanza nel nostro mondo […] e perfino il più piccolo gesto di gentilezza può illuminare un cuore incattivito:  la gentilezza può cambiare la vita delle persone“.

Quindi, non serve davvero essere Superman: gentilezza è sorridere a chi ci parla e a chi incontriamo (che importa se non ci conosciamo?), è cedere il posto sui mezzi pubblici a chi è più anziano o alla donna incinta (o farli passare avanti nella coda alla cassa del supermercato), gentilezza è ringraziare e salutare, è offrire un aiuto a chi ci sembra in difficoltà, è ascoltare (veramente). Gentilezza è guidare senza mandare tutti a quel paese con gestacci, è lasciar passare qualcuno sulle strisce (sarebbe un obbligo in realtà, ma ormai è un optional, di gentilezza appunto); gentilezza è rispondere alle mail e ai messaggi entro un tempo ragionevole (e in ogni caso… rispondere!), gentilezza è non sporcare l’ambiente con i nostri rifiuti (con mozziconi, gomme da masticare o fazzoletti di carta, per esempio, ché i cestini per i rifiuti li hanno inventati da tantissimo tempo).

Gentilezza è molto altro ancora, ma tutto questo è considerato spesso come una poco moderna perdita di tempo. Un atteggiamento gentile è visto talvolta addirittura con sospetto, quasi fosse una forma di debolezza (si pensi al fenomeno del bullismo che in genere vede coinvolti come vittime i ragazzi meno aggressivi, un po’ timidi o comunque considerati più deboli o diversi). Che dire, inoltre, di quei post che è facile leggere su facebook in cui si prendono in giro o si denigrano, gratuitamente e con inutile spreco di creatività, questa o quella categoria di persone? Comunque il mondo virtuale meriterebbe un discorso a sé, tanto i comportamenti sono esasperati dalla (falsa) protezione dello schermo. Sicuramente però sono emblematici di una tendenza alla non-cortesia che contagia giovani e meno giovani.

In Elogio della gentilezza, di Adam Phillips e Barbara Taylor (Ponte alle Grazie, 2009) si afferma che: “siamo molto ambivalenti rispetto alla gentilezza, la amiamo e la temiamo: sentiamo molto acutamente la sua mancanza, ma facciamo resistenza nei confronti dei nostri impulsi generosi” e soprattutto viene fatto notare che “il sospetto” più grave a carico della gentilezza d’animo è che essa sia solo una forma di narcisismo camuffato. Siamo generosi perché la cosa ci fa sentire bene con noi stessi: le persone generose sono i drogati dell’autocompiacimento. Dovendo rispondere a questo argomento il filosofo Francis Hutcheson lo liquidò bruscamente: “Se questo è amore per sé stessi, bene, che lo sia… Nulla può essere migliore di questo amore per sé stessi, nulla più generoso”.

E, in effetti, tra un mondo totalmente privo di gentilezza e uno dove ancora ne esiste un po’, io continuerei a preferire il secondo, anche se questa gentilezza comportasse un certo autocompiacimento in chi è gentile. Tu no?

*Ecco le dieci azioni della Gentilezza che ci propone l’associazione Gentletude (citata sopra):

-Vivere bene insieme: ascoltare ed essere pazienti
-Essere aperti verso tutti: salutare, ringraziare e sorridere
-Lasciare scivolare via le sgarberie e abbandonare l’aggressività
-Rispettare e valorizzare la diversità, grande fonte di ricchezza
-Non essere gelosi del sapere: comunicare, trasmettere e condividere
-Il pianeta è uno solo, non inquinare e non sporcare
-Ridurre gli sprechi: riciclare, riutilizzare e riparare
-Seguire la stagionalità e preferire i prodotti locali
-Proteggere gli animali: non sfruttarli, non maltrattarli e non abbandonarli
-Allevare gli animali in modo etico, non infliggere sofferenze

Speriamo in un bel contagio… di gentilezza!

(Irene Marchi – Articolo già apparso su https://caffebook.it/2016/11/13/gentilezza-lasciamoci-contagiare/)

 – Ascoltando Il Favoloso mondo di Amelie – scena del mercato https://www.youtube.com/watch?v=WdQp08J8hLY; Max Gazzè – Splendere ogni giorno il sole https://www.youtube.com/watch?v=zLurBvISW34

In bicicletta (fuori tema n. 9)

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Ieri sono stata rimproverata. Ho attraversato sulle strisce pedonali di un mini attraversamento (quattro strisce  bianche  in tutto), dopo aver aspettato diligentemente e un po’ in disparte  che le macchine si fermassero e lasciassero passare me e altre tre persone in attesa. Ma io ero in bicicletta e NON sono scesa per attraversare! E una signora che aspettava dall’altra parte mi ha ripreso, con tanto di dito puntato, dicendo: “Non si attraversa sulla bici!” Ed è verissimo! Bisogna sempre smontare dalla bicicletta, perché altrimenti non  si è pedoni, e potremmo creare confusione e quindi diventiamo un pericolo, anche per noi stessi. Chiedo venia! (E, magari, anche un briciolo di elasticità!… Si scherza eh!). In ogni caso andrei in bicicletta ovunque, anche in banca, potendo. Ma…

Vietato introdurre biciclette

Nelle banche e nei negozi di tutto il mondo a nessuno importa un fico secco che qualcuno entri con un cavolo sotto il braccio o con un tucano o che dalla sua bocca si snodino come un nastro le canzoni che insegnò la mamma, oppure che conduca per mano uno scimpanzé in maglietta a righe. Ma non appena una persona entra con una bicicletta tutti si agitano, e il veicolo è espulso violentemente in strada mentre il suo proprietario deve subire gl’indignati rimproveri degli impiegati.

Per una bicicletta, ente docile e dal comportamento modesto, costituisce una umiliazione e una beffa la presenza dei cartelli che le sbarrano il passo ad ogni bella porta di cristallo della città. È noto che le biciclette hanno cercato con tutti i mezzi di ovviare a questa loro triste condizione sociale. Però in tutti i paesi assolutamente della terra è proibito introdurre biciclette. Alcuni aggiungono «e cani», precisazione che raddoppia nelle biciclette e nei cani il complesso d’inferiorità. Un gatto, una lepre, una tartaruga possono legalmente entrare da Bunge & Born o negli studi degli avvocati di corso San Martín senza suscitare altro che sorpresa, somma delizia fra le telefoniste ansiose o al massimo un ordine al portiere di sbattere fuori i suddetti animali. Può accadere anche questo, ma non è cosa umiliante, innanzi tutto perché rappresenta una probabilità tra molte altre, e poi perché scaturisce come effetto di una causa e non da una fredda macchinazione preordinata, orribilmente impressa su targhe di bronzo o di smalto, tavole dell’inesorabile legge che umilia la semplice spontaneità delle biciclette, creature innocenti.

Ad ogni modo, attenti a quel che fate, direttori! Anche le rose sono ingenue e dolci, ma forse sapete che in una guerra di due rose perirono principi ch’erano un nero fulmine, accecati da petali di sangue. Non vi accada che le biciclette si destino un giorno irte di spine, che le manopole del loro manubrio si rizzino disponendosi per l’attacco, che corazzate di furore assaltino a legioni i cristalli delle compagnie di assicurazione, e che il ferale giorno si chiuda con un tracollo in borsa, con un lutto di ventiquattro ore, e biglietti listati di nero con cui la famiglia commossa ringrazia.

Jiulio Cortázar, da Storie di Cronopios e di Famas, traduzione di Flaviarosa Nicoletti Rossini

* ascoltando Queen – Bicycle Race
https://www.youtube.com/watch?v=GugsCdLHm-Q

Fuori tema n. 8: un gesto poco (anzi per nulla) poetico

perchè per terra punto di domanda

Immagina di aver conosciuto un bel ragazzo (o una bella ragazza), anzi, diamogli un volto, giusto per visualizzare meglio la scena: qualcuno  che per esempio si avvicini (dato che immaginiamo, esageriamo!) al Kevin Costner o alla Madeleine Stowe usciti direttamente dal set di “Revenge”. E questi due sono pure simpatici, interessanti,  ecc. ecc. Poi però, mentre vi state salutando nel parcheggio della pizzeria del vostro secondo incontro, lui (o lei) che fa? Getta con nonchalance il mozzicone della sigaretta a dieci metri di distanza (forse perché se la cicca si getta lontano dai piedi evaporerà da sola?!). E tu, che non fumi, ma non hai assolutamente nessun tipo di problema nei confronti di chi fuma, come reagisci a questo gesto (dentro di te)? Non ti scadono di un paio di punticini il tuo Kevin o la tua Madeleine? No, nemmeno di mezzo! –  risponderanno in molti (che due così non se li lascerebbero mai scappare, cascasse il mondo).  Invece c’è di sicuro qualcuno che rimarrebbe almeno un po’ deluso dal suo bellissimo lanciatore di cicche e troverebbe quel gesto decisamente brutto e maleducato. Perché di questo si tratta:  per quanto sia ormai diventato così automatico e diffuso da non riconoscerlo  nemmeno più come un gesto  “volontario”, il lancio-della-cicca-a-terra (anche e soprattutto dal finestrino di un’auto) è un gesto di inciviltà (ora sarebbe pure vietato dalla legge e passibile di multa, ma dico “sarebbe”…).  Anche perché in macchina di solito c’è un posacenere, e per strada o sulla spiaggia prima o poi un cestino dei rifiuti lo si trova (adesso hanno inventato anche i porta mozziconi tascabili, che sono un’ottima idea regalodato che  siamo in zona Natale).  Del resto nessuno a casa sua lancia i mozziconi sul tappeto di design che gli è costato un botto (col rischio di dare fuoco alla casa, esattamente come succede a molti boschi in estate), e neppure sulle piastrelle, in mancanza del tappeto. E quindi,  caro Kevin e cara Madeleine (mi rivolgo a questi due ragazzi immaginari, molto belli e simpatici ma con questo vizio del lancio)… la prossima volta, in quel parcheggio, pensateci, prima di lanciare la cicca per terra! (Non deludete, ve lo cantano pure i Beatles con  Don’t Let Me Down https://www.youtube.com/watch?time_continue=9&v=NCtzkaL2t_Y,  mentre il mozzicone di sigaretta si appella agli Animals e vi canta Don’t Bring Me Down https://www.youtube.com/watch?time_continue=34&v=0FZU4JVOmro).

P.S.  Non me ne vogliate per questa ramanzina ai nostri due bellissimi fumatori-lanciatori (nata dopo aver visto lanciare l’ennesima cicca per strada).

“Dai fumatori si può imparare la tolleranza. Mai un fumatore si è lamentano di un non fumatore”.
(Sandro Pertini)

Fuori tema n. 7: Poesia e Venerdì Nero, per favore no!

don't buy

In realtà non volevo parlarne, ma  oggi mi sono arrivate (altre) due e-mail  in cui si offrono in saldo  (per il tanto atteso Black Friday) libri di poesie e iscrizioni a concorsi di poesia (!). Quindi ho cambiato idea e ora ne parlo solo un momento: perché almeno la poesia, per favore, preserviamola  dalle logiche di mercato e dalle strategie di marketing più eclatanti. Io non sono un’economista (per cui non ho sotto mano i grafici dell’amatissimo PIL) ma nemmeno un’asceta e mantengo un certo piacere nel poter comprare (ogni tanto) qualcosa che mi serve e mi piace, PERÒ, sono quindici giorni che veniamo bombardati attraverso ogni canale (pubblicità, e-mail, sms da negozi e ditte varie, radio, volantini, piccioni viaggiatori e forse anche segnali di fumo) da messaggi che inneggiano all’arrivo del Black Friday, nemmeno fosse il salvatore dell’umanità: BASTA! Non ci bastavano gli annunci per i saldi prefestivi, i saldi dopo le feste, i saldi per rinnovo locale, i saldi per la festa di miofratellovaincampagna?  Dovevamo per forza avere l’ambizione di trasformarci in folle urlanti davanti alle vetrine di un negozio come succede in America?  Siamo sicuri che sarà questo continuo e martellante invito all’offerta imperdibile  a salvarci? Siamo sicuri che l’uomo si possa riassumere in un “compro dunque sono”? Comunque, per chi volesse scioperare dal Black Friday, domani è anche il Buy Nothing Day (si è diffuso a partire dal 1992 proprio come reazione al Black Friday, ma con un intento di riflessione): una giornata in cui non comprare nulla (a parte generi di prima necessità) e soprattutto per riflettere sul consumo facile e veloce di ogni tipo che ci stiamo imponendo (e che porta preoccupanti conseguenze sui lavoratori delle zone più disagiate del mondo -e non  solo-  e sull’ambiente).  Allora, per domani… buona giornata libera!

* ascoltando The Limboos – I Don’t Buy It https://www.youtube.com/watch?v=7C-JTX3FRsE

Fuori tema n. 6: Origami (poesie di carta)

La gru dell'immortalità (che dedico a mio padre)

La gru dell’immortalità (che dedico a mio padre)

(Articolo originale già apparso qui https://caffebook.it/2017/05/15/origami-creativita-precisione-e-un-augurio-di-speranza/)

Origami: creatività e precisione (e un augurio di speranza)

Se volessimo stupire una persona che ci sta a cuore con qualcosa di speciale (e, per una volta, senza l’ausilio del poco romantico smartphone) potremmo scrivere un pensiero d’amore o anche semplicemente la data per un appuntamento su un pezzo di carta quadrato, ripiegarlo più volte seguendo le regole dell’origami, per trasformarlo ad esempio  in un fiore o in una colomba, e quindi farne dono a questa nostra persona da stupire. Potrebbe succedere (e ve lo auguro) proprio come si legge in un libro, scritto attorno all’anno 1000 d.C. dal titolo La storia del principe Genji, che in Giappone ha lo stesso valore della Divina Commedia o de I Promessi Sposi  per gli italiani, e dove si parla  per la prima volta proprio dell’origami: “La risposta di Nyosan scritta su carta sottile di color rosso carminio, piegata in maniera così ricca di significato e piena di grazia, faceva battere più forte il cuore di Genji (…)”.

L’ origami  è dunque  l’arte giapponese di piegare la carta (anche se l’invenzione della carta avvenne in Cina, l’origine di quest’arte risale al periodo Heidan del Giappone, 714-1185 d.C.): il termine deriva dall’unione di oru, che vuol dire piegare, con kami, che significa carta. Però la  parola kami, con un ideogramma diverso ma con la stessa pronuncia, vuol dire anche spiriti, divinità e questa sovrapposizione di significato sembrerebbe legare  l’arte degli origami alla spiritualità e alla ricerca del divino, dando così a questa tecnica una certa valenza sacrale.
L’origami quindi può essere considerato come  la trasformazione di una cosa materiale (la carta e in origine la carta di riso, dunque un prodotto della terra) in qualcosa di diverso, di superiore. Perciò, dietro quest’arte apparentemente “leggera” e divertente, sarebbe possibile riconoscere i principi shintoisti del ciclo vitale e dell’accettazione della morte come parte di un tutto: nulla si distrugge o va perduto, ma tutto può rinascere eternamente. Alcune fonti invece riconducono l’origine di questa tecnica all’astuccio di carta che conteneva il noshi, una porzione di molluschi essiccati, che veniva regalato ai samurai come simbolo dell’immortalità (del resto l’abitudine di ripiegare la carta veniva in origine applicata anche all’uso civile: alla Corte Imperiale era considerato indice di buon gusto saper modellare in varie forme le comunicazioni ufficiali).

I primi modelli di origami (una farfalla maschio e una farfalla femmina stilizzati) venivano applicati al collo delle bottiglie di saké durante le cerimonie nuziali (usanza ancora viva). Ed è tuttora in uso anche la tradizione di legare all’esterno dei templi alcune strisce di carta piegate a zig-zag (go-hei) contenenti preghiere, affinché il vento, muovendole, porti le richieste  più vicino alle orecchie degli dei.

La tecnica moderna dell’origami utilizza pochi tipi di piegature, combinate in una infinita varietà di modi per creare forme anche molto complicate. In genere si parte da un foglio quadrato che viene piegato senza fare tagli alla carta (l’origami tradizionale era invece  molto meno rigido nelle regole e faceva frequente uso di tagli, prevedendo tra l’altro anche fogli di partenza non necessariamente quadrati).
L’unico materiale che serve per la realizzazione di un origami è quindi la carta: per quelli più semplici può essere utilizzato qualsiasi tipo, anche quella da fotocopie,  ma se ne possono  utilizzare tantissimi altri, dalla carta velina alla carta di riso, fino a quella fatta in casa con materiali di recupero.

In Occidente l’arte del piegare la carta si diffonde tra il XVI e il XVII secolo, soprattutto in Spagna (tramite gli arabi): il primo modello europeo è la pajarita, un passero che muove le ali quando gli viene tirata la coda. Il poeta Garcia Lorca (1898-1936) ha dedicato proprio a questa figura una poesia intitolata Uccellino di carta (Pajarita de papel, 1920). Ma la tecnica era stata bene accolta anche in altri paesi europei: il pedagogo tedesco Friederich Fröbel (1782-1852) per esempio, intuì le enormi potenzialità dell’origami in campo educativo per sviluppare la creatività dei bambini fin dall’età dell’asilo, e per insegnare varie regole di geometria elementare. L’ esperienza di Fröbel  venne poi riproposta proprio in Giappone, dove fu riconosciuta e applicata su larga scala nell’educazione dei bambini. Un’altra esperienza molto importante, che in qualche modo “modernizzò” l’origami, fu portata avanti dalla scuola d’arte del Bauhaus (in Germania), dove questa disciplina fu insegnata per almeno una decina d’anni dal 1920 al 1930.
Con il tempo poi, le applicazioni dell’origami nella vita quotidiana sono diventate sempre più frequenti: gli airbag delle automobili, per esempio, derivano da un’applicazione origami (piegare nel minimo spazio una data superfi­cie in modo che si espanda con il minimo sforzo e alla massima velocità).

Venendo alle figure che si possono realizzare, due degli origami tradizionali giapponesi più noti, sono sicuramente quello della rana,  per il doppio significato del termine: in giapponese rana si pronuncia kaeru  ma questo termine significa anche ritorno a casa (rappresenta quindi un augurio per coloro che stanno per intraprendere un viaggio), e quello della gru, simbolo di immortalità. Tra le varie leggende legate a questa figura vi è anche quella secondo la quale chiunque riesca a piegare mille origami raffiguranti la gru, potrà  esprimere un desiderio che gli dei esaudiranno. Una statua nel Parco della Pace di Hiroshima  ricorda proprio questa tradizione: la statua (che ogni anno viene decorata con migliaia di corone formate da mille gru) è dedicata alla piccola Sadako Sasaki, ritratta con le braccia aperte protese verso il cielo mentre una gru spicca il volo dalle sue mani. Sadako aveva undici anni quando si ammalò di leucemia a causa delle radiazioni della bomba atomica di Hiroshima. Da allora iniziò a piegare le gru con la speranza di arrivare a mille  per poi vedere esaudito il suo desiderio più grande, ovvero che nessuno soffrisse più a causa delle guerre. Purtroppo Sadako morì il 25 ottobre 1955, all’età di dodici anni, dopo avere piegato 644 gru. Il suo corpo verrà sepolto assieme ai suoi origami e a quelli realizzati dai suoi amici, e il suo nome diventerà il simbolo di una struggente e disperata ricerca della pace. Ai piedi della statua di Sadako è scritto così: “Questo è il tuo pianto. La nostra preghiera. Pace nel mondo”.

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Statua nel Parco della Pace di Hiroshima dedicata alla piccola Sadako-Sasaki.

E proprio come messaggio di speranza, oggi gli origami vengono utilizzati anche da un’artista francese, Mademoiselle Maurice, che ha iniziato nel 2011 in Giappone a costruire con le forme di carta colorata delle enormi installazioni sui palazzi, per portare una nota di colore all’interno delle città.

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foto da Mademoiselle-Maurice-www.marketingcreativo.it

L’origami quindi è un’attività creativa e con un forte potenziale educativo, sa regalare figure leggere e divertenti ma anche cariche di messaggi profondi e universali.

P.S. Una gru l’ho piegata anch’io, ma in nome di questa pace che sembra essere ormai perduta continuerei volentieri fino a mille… ci proviamo?

Credits per le foto: installazione colorata  in città –  da www.marketingcreativo.it/mademoiselle-maurice-tra-origami-e-street-art/;statua di Sadako Sasaki a Hiroshima – da www.marketingcreativo.it/mademoiselle-maurice-tra-origami-e-street-art; origami: foto di Irene Marchi

 

 

Fuori tema n. 5 – “Esclusivo”: un aggettivo (che mi sta) antipatico

Renato Guttuso - Particolare da La Vuccirìa, 1974

Renato Guttuso – Particolare da La Vucciria, 1974 (particolare di immagine tratta dal web)

Quello che scrivo sotto non c’entra nulla con la poesia (e infatti l’ho collocato nella categoria Fuori tema), ma c’entra con le parole che (personalmente) considero davvero NON poetiche. L’aggettivo in questione è una di queste.

Cena esclusiva. E poi vacanza esclusiva, scuola esclusiva, circolo esclusivo: tutto esclusivo ovvero, letteralmente, che esclude qualcuno. Perché deve essere per pochi privilegiati (di solito dai soldi o dalle conoscenze). E allora? Tutto qui? Che gran merito ci sarà a partecipare a qualcosa solo perché ho abbastanza soldi da poterne comprare l’ingresso? In fondo, se tutti fossimo esclusivi alla fine non lo sarebbe più nessuno.  E dopo che avrò frequentato asili, scuole, licei esclusivi, dopo che avrò presenziato a cene, feste, progetti esclusivi per arrivare lì, in quel posto davvero esclusivo, poi che me ne faccio di tutta questa esclusività? Quanto, di vita (tutta, non quella esclusiva) ho escluso nel frattempo? Esclusivo è un aggettivo usato (e abusato soprattutto dalla pubblicità) pensando di dire qualcosa di meraviglioso, ma in realtà significa solo che qualcuno pensa di meritare il meglio (rispetto a cosa poi? e rispetto a chi?), e quindi tornando al punto di partenza: cena esclusiva = cena per soli tipi presuntuosi (come minimo). Personalmente preferisco una buona cena comune. E tu?

* ascoltando Paul Young –  Love of the Common People https://www.youtube.com/watch?v=PggVRHqOOO4

Fuori tema n. 4: perdersi tra i colori

 

Claude Monet, Sentiero sull'Ile St. Martin, Vetheuil, olio su tela

Claude Monet, Sentiero sull’Ile St. Martin, Vetheuil, olio su tela

Particolare da Vincent Van Gogh, Gelsi potati al tramonto, 1888, Otterlo, Kroller-Muller Museum, The Netherlands

Particolare da Vincent Van Gogh, Gelsi potati al tramonto, 1888, Otterlo, Kroller-Muller Museum, The Netherlands

Particolare da Gustav Klimt, Oberosterreichisches Bauernhaus, 1911/1912, Osterreichische Galerie, Wien

Particolare da Gustav Klimt, Oberosterreichisches Bauernhaus, 1911/1912, Osterreichische Galerie, Wien

Pareti indaco

Sono nella sua camera, nessuno mi ha vista entrare.
L’emozione è fortissima, quasi non respiro e il caldo di questo agosto si fa sentire anche qui. Dall’interno lo spazio sembra più piccolo di quanto pensassi, ma mi piace: il colore delle pareti è lo stesso  di quello della stanza di mia figlia, un indaco delicato, mi ricorda la lavanda di montagna. É tutto ordinato, non c’è nulla fuori posto e lui si è perfino rifatto il letto, con la coperta scarlatta sistemata in modo perfetto.
Ma il caos, quello che lui ha portato sempre dentro di sé, c’è, lo sento, anche se non capisco da dove provenga. Quanto vorrei parlargli, chiedergli cosa veramente lo spaventi, se la sua angoscia è nera o ha un altro colore.
Cammino in punta di piedi e mi avvicino all’angolo dove si trova il letto: ci sono dei quadri alle pareti, due ritratti e un paesaggio, più altri due di cui non riconosco il soggetto. Le sue tele incantano il mondo, ma lui non lo sa, non lo saprà mai. Questo pensiero è troppo pesante: è così ingiusto che la sua sensibilità non sia stata compresa; vorrei potergli dire  quanto lui sia apprezzato e che il suo tormento si è trasformato in qualcosa di meraviglioso, ma ormai è troppo tardi. Vorrei potermi sedere su quella sedia gialla di paglia:  sembra che aspetti qualcosa, qualcuno.
Ora però mi manca l’aria, la finestra è appena socchiusa e c’è una luce verde che filtra all’interno: è una luce calma, forse troppo calma e non riesco a vedere nulla oltre i vetri. Continua a mancarmi l’aria. Che ore sono? Mi gira la testa, all’improvviso le pareti mi sembrano sul punto di cedere, i quadri e i pochi oggetti della stanza danno l’impressione di piegarsi verso di me e  anche il pavimento mi pare si stia inclinando. Mi avvicino allo specchio appeso alla parete, dietro al tavolino, ma non vedo la mia immagine riflessa, solo luce bianca… perché? Respiro angoscia, la sua angoscia, la calma della stanza era solo apparente, devo uscire in fretta…
Nous informons nos visiteurs que le Musée d’Orsay sera fermé  à 18 heures. Merci.
We inform our visitors that the Museum d’Orsay will close at 18 o’clock. Thank you.
«Ilaria, che fai? Ancora imbambolata davanti a quel quadro di Van Gogh? Ma sei fissata! E andiamo… che a momenti ci buttano fuori!».

(Irene Marchi)

*Riferimento a: Vincent Van Gogh (1853-1890) – La camera di Van Gogh ad Arles, 1889, Olio su tela, (Musée d’Orsay).

Vincent Van Gogh, la chambre de Van Gogh à Arles, Paris, Musée d'Orsay

Vincent Van Gogh, La chambre de Van Gogh à Arles, Paris, Musée d’Orsay

 E tu? In quale quadro vorresti perderti?

* ascoltando (e guardando il video) Gotye (feat. Kimbra) – Somebody That I Used To Know

Fuori tema n. 3: una storia di speranza

Foto (elaborata) da archivio fotografico di www.parada.it

Foto (elaborata) da archivio fotografico di www.parada.it

Un fuori tema che ha come protagnista la speranza. Perché la speranza  è fondamentale per vivere.

Come nasce una speranza: il clown Miloud e i bambini di Bucarest

Miloud Oukili, di origini franco-algerine, ha vent’anni quando nel 1992 arriva a Bucarest (la Romania è uscita solo tre anni prima dal regime di Ceauşescu).

È un clown itinerante e con la valigia dei trucchi è pronto a portare la sua arte per le strade della capitale rumena. E proprio in queste strade incontra quello che sarà il suo destino.

Il destino per lui ha il volto dei bambini e dei ragazzi che sono soli e allo sbando: scappati dagli orfanotrofi o da deleterie situazioni familiari, vivono nelle fogne e tra le tubature dell’acqua calda della città, arrabattandosi tra furti, violenze, elemosina,  prostituzione e sniffando la colla per stordirsi.

Sono parecchie centinaia (e ancora oggi ce ne sono circa 1500). Miloud non parla la lingua di questi ragazzi, ma sono loro ad avvicinarlo, attirati dai suoi trucchi da clown. Quello che lui propone con umiltà e generosità è uno scambio: se gli insegneranno il rumeno, lui insegnerà loro i trucchi della sua arte.

In questo modo Miloud si fa accettare (pur non essendo né un operatore sociale né un educatore) e riesce a creare con questi ragazzi una sorta di famiglia. Realizza dal nulla uno spettacolo e una scuola di arti circensi (nel 1994 Miloud e i ragazzi partecipano al festival di arte medioevale di Sighisoara, raggiungendo con l’esibizione un reale successo) e soprattutto riesce a far nascere in loro l’idea di un sogno: sfuggire a quella disperante realtà.

Quattro anni dopo il suo arrivo a Bucarest, Miloud fonda Fondation Parada con cui aiuta questi ragazzi di strada a crescere e a superare il senso di emarginazione, occupandosi della loro istruzione e svolgendo il recupero sociale mediante l’insegnamento delle tecniche di espressione artistica e circense (per dare poi vita a spettacoli rappresentati in tutta Europa).

Da questa esperienza, nel 2008 è nato anche un film: il lungometraggio di Marco Pontecorvo intitolato Pa-ra-da, esistente anche in dvd.

Sono davvero tanti i bambini salvati grazie a questo generoso impegno di Miloud (molti si sono reinseriti nelle famiglie d’origine, altri si sono creati un futuro attraverso l’istruzione e un nuovo lavoro, altri ancora sono diventati educatori e artisti e hanno contribuito a far conoscere e a combattere il problema, ora aggravato dalla diffusione delle droghe pesanti) e ancora, ogni giorno, la sua fondazione opera in Romania per il recupero sociale di moltissimi minori. Purtroppo questa situazione non è stata risolta del tutto: nel sottosuolo di Bucarest e di altre città della Romania si nasconde tuttora un inferno per tantissime persone.

 – In Italia è nata nel 2006 la Parada Italia Onlus che sostiene le attività di recupero e istruzione dei minori a Bucarest e organizza sul territorio nazionale gli spettacoli circensi dove i ragazzi di Miloud si esibiscono.

(articolo già apparso nel 2015 qui https://caffebook.it/2015/07/14/come-nasce-una-speranza-il-clown-miloud-e-i-bambini-di-bucarest/).