La quota d’amore (fuori tema n.17)

scritte sui muri

“Dove lo prendi tu, l’amore che ti serve?”
Giro, a te che stai leggendo, questa domanda
che appartiene alle pagine intense riportate (in parte) qui sotto.

(…) Dove lo prendi tu, l’amore che ti serve? […]

– Tutti abbiamo bisogno di una quota d’amore al giorno, – mi guarda, – senza quel minimo cadi in depressione e ti ammali, è come un piano dietetico, devi assumere energie, comunque le prendi, anche a pezzi, a intervalli, in modo discontinuo. A volte raccogli un mucchio di amore tutto in un punto, e per un po’ sei a posto […] altre volte raccatti briciole qua e là, metti insieme e impasti, ma ti basta appena per un giorno –. Le faccio segno di sì, la seguo.

– Tu non fai mai l’accattona? A rovistare tra i resti, fra gentilezze buttate a caso, nemmeno rivolte a te, o fra ricordi ancora buoni, li rimaneggi e stai  un po’ meglio?

Non ci avevo mai pensato in questi termini.

– Nei tempi di magra, quando finiscono le riserve, ti aiuta avere le tue risorse, quelle segrete, i tuoi granai.[…]– Ognuno di noi ha una partenza diversa, perché è diverso il capitale iniziale, – dice –.

– I bambini molto amati saranno adulti meno affamati di amore, hanno le loro riserve organiche, e chi invece non è stato amato, o amato male, avrà per sempre una specie di fame nervosa, un ammanco che non puoi colmare, e anche se costruirai un legame farai i conti con questo buco dentro, insaziabile, criminale, uno spasmo che brucia il fegato, la gola […] se non stai in guardia ti riassorbe e ti fagocita nello stesso gorgo, senz’aria e senza luce […]. Dobbiamo rabberciare, – ha detto e finalmente ha respirato. – Ricalibrare […] L’amore puoi prenderlo dagli altri, – ha detto, – anche quando non se ne accorgono. Anzi  è meglio, non c’è bisogno che loro ti vogliano bene, per fortuna. (…)

da Elvira Seminara,  I segreti del giovedì sera, Einaudi, 2020, pp. 45-47

ascoltando Ezio Bosso – Sunrise on a clear day https://www.youtube.com/watch?v=s5b3HE1NwuI

(Per gli altri fuori tema, qui)

Solo quattro righe in prosa (fuori tema n.16)

ombre

Sempre, ma più che mai in questo momento in cui ogni distanza si dilata per obbligo, nella realtà e nella percezione, ogni millimetro “buono”  della nostra vita  (e anche l’ombra di quel millimetro) andrebbe tenuto in considerazione. Sei d’accordo?

(…) Benedetti siano gli istanti, i millimetri, e le ombre delle piccole cose, ancora più umili delle cose stesse! Gli istanti, i millimetri: quale impressione di meraviglia e di coraggio mi provoca la loro esistenza, gli uni accanto agli altri così ravvicinati in un metro. A volte soffro e godo per queste cose. E ne sono goffamente orgoglioso.

Fernando Pessoa (Lisbona, 1888-1935), da Il libro dell’inquietudine, Milano, Feltrinelli 1987, a cura di Maria José de Lancastre.

(per altri” fuori tema”, qui: https://lapoesianonsimangia.myblog.it/category/fuori-tema/)

Il colore dell’estate (fuori tema n. 15)

menta

Per me l’estate ha questi colori.
Tu invece che colori visualizzi quando pensi all’estate?

(…) Amiamo la menta per il suo profumo. È la più popolare. Non appena dobbiamo citare una pianta profumata, è lei, solo lei che abbiamo in bocca. Il suo odore, ammettiamolo, anche se leggermente pepato, non stordisce, non dà alla testa. La sua grazia ci commuove. E basta lasciar cadere qualche foglia in una teiera per essere quasi trasportati nel palazzo di Sherazade.
La menta agisce così: come un filtro d’amore. Direi perfino che apre le porte di quell’immaginario orientale in cui, come cantava Baudelaire, tutto è lusso, calma e voluttà. (…)

Jean Claude Izzo (Marsiglia 1945-2000), da  Aglio, menta e basilico, a/o edizioni, 2012

*ascoltando Zucchero – Menta e rosmarino https://www.youtube.com/watch?v=Lbe9-2UcbGc

(per altri fuori tema, qui: https://lapoesianonsimangia.myblog.it/category/fuori-tema/ ; per altra menta, qui: https://lapoesianonsimangia.myblog.it/2019/08/18/prove-di-magia/)

Piccoli, insignificanti granelli (fuori tema n.14)

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Qual è stato il tuo piccolo granello di felicità, oggi?
Cerca bene tra le immagini e i pensieri… (e se non lo trovi probabilmente sta per arrivare).

La vita è fatta di piccole felicità insignificanti, simili a minuscoli fiori. Non è fatta solo di grandi cose, come lo studio, l’amore, i matrimoni, i funerali. Ogni giorno succedono piccole cose, tante da non riuscire a tenerle a mente né a contarle, e tra di esse si nascondono granelli di una felicità appena percepibile, che l’anima respira e grazie alla quale vive (…).

Banana Yoshimoto, da Un viaggio chiamato vita, 2006

*ascoltando Paco De Lucia & Al Di Meola – Mediterranean Sundance https://www.youtube.com/watch?v=v35YhhzCrYk

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Abbagliante (fuori tema n.13)

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Fuori tema perché tecnicamente il testo che segue non è una poesia, anche se spesso viene citato come tale (sono alcune delle righe del quaderno ritrovato da Cosette sotto una pietra del suo giardino). Ma il concetto espresso, così luminoso, “abbaglia” e porta romanticamente  verso la  poesia…

Ho incontrato per via un giovane poverissimo: era innamorato.
Il suo cappello era vecchio, l’abito logoro, con i buchi ai gomiti, l’acqua gli passava attraverso le scarpe, e gli astri attraverso l’anima.

Victor Hugo (Besanҫon, 1802-1885), da Les Misérables, libro V- parte IV: “Un cuore sotto una pietra”,  traduzione di Valentino Piccoli, BUR

*ascoltando Queen + Paul Rodgers – Time to Shine https://www.youtube.com/watch?v=en2t-pLLZ48

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C di Coerenza (fuori tema n.12)

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Troppo divertente questa vignetta: la coerenza nell’essere una scocciatrice… un’ottima consolazione!

Ma una tenace coerenza è davvero una cosa (sempre) buona?

Walt Whitman in  Foglie d’erba scriveva:

«Mi contraddico? Certo che mi contraddico!
Sono vasto, contengo moltitudini».

La trovo una bella affermazione.

Perché al di là di un certo (necessario) livello di coerenza relativa ai valori di base (che poi è la stessa bella coerenza di cui si parla nella canzone che cito alla fine di questo post), il voler sempre e a tutti i costi essere coerenti e non contradditori rispetto a ciò che siamo stati o abbiamo detto, pensato o creduto in precedenza, è (forse) qualcosa di poco spontaneo: un’autoimposizione quasi innaturale rispetto ai cambiamenti costanti di una persona. Cambiare idea (non in continuazione, ovviamente!) a volte ci salva dalla fossilizzazione del pensiero. E ci rende decisamente umani.

E la coerenza nel mantenerci umani (nel senso buono del termine) non è poi così male.

(Ma… forse… aggiungo sempre un forse: sono coerente con la mia mancanza di certezze)

“L’altro timore che ci allontana dalla fiducia in noi stessi è la nostra coerenza:

ci trattiene il rispetto per le azioni fatte e le parole dette, dato che gli occhi altrui non hanno altri elementi per calcolare la nostra orbita se non le nostre passate azioni, e noi siamo riluttanti a deluderli.

Ma perché continuare a tenere la testa dietro le spalle?

Perché trascinarti dietro il cadavere della memoria, per paura di contraddire quel che hai detto e fatto in questo o quel luogo pubblico?

Supponiamo che ti contraddica; e con questo?

A me sembra buona norma di saggezza quella di non contare esclusivamente sulla sola memoria e di farne poco, anzi, anche in atti di pura memoria; e allora trascina in giudizio quel passato in un presente dai mille occhi, vivi in un giorno sempre nuovo!

[…] Una stupida coerenza è l’ossessione di piccole menti […], una grande anima non ha niente a che fare con la coerenza”.

Ralf  Waldo Emerson, da Diventa chi Sei. La fiducia in se stessi, a cura di Stefano Paolucci, Donzelli Editore, 2005

*ascoltando Nomadi – La coerenza https://www.youtube.com/watch?v=TLEoRtkBL0Q

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Alcune cose da imparare (fuori tema n. 11)

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(…) Non voglio imparare a non aver paura, voglio imparare a tremare. Non voglio imparare a tacere, voglio assaporare il silenzio da cui ogni parola vera nasce. Non voglio imparare a non arrabbiarmi, voglio sentire il fuoco, circondarlo di trasparenza che illumini quello che gli altri mi stanno facendo e quello che posso fare io. Non voglio accettare, voglio accogliere e rispondere. Non voglio essere buona, voglio essere sveglia. Non voglio fare male, voglio dire: mi stai facendo male, smettila. Non voglio diventare migliore, voglio sorridere al mio peggio. Non voglio essere un’altra, voglio adottarmi tutta intera. Non voglio pacificare tutto, voglio esplorare la realtà anche quando fa male, voglio la verità di me. Non voglio insegnare, voglio accompagnare. Non è che voglio così, è che non posso fare altro (…).

Chandra Livia Candiani, da Il silenzio è cosa viva. L’arte della meditazione, Torino, Einaudi 2018, p. 75

*ascoltando Alanis Morissette – You Learn https://www.youtube.com/watch?v=GFW-WfuX2Dk

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Gentilezza: lasciamoci contagiare (fuori tema n. 10)

Gentilezza

Se hai visto il film “Il favoloso mondo di Amélie” probabilmente non avrai dimenticato le imprese di gentilezza dell’altrettanto indimenticabile protagonista: dalle più studiate e articolate alle più semplici e fattibili, come quella di far attraversare la strada a un anziano signore non vedente e accompagnarlo alla fermata della metropolitana.

Ma quello di Amélie era un film, appunto, mentre nella realtà gli atti di gentilezza sono sempre più un’eccezione, tanto da suscitare spesso sorpresa in chi li riceve o ne è testimone .

Eppure, se per caso l’essere gentili solo per il genuino gusto di esserlo non ci interessasse, è stato dimostrato che fare qualcosa di gentile per gli altri stimola le endorfine e quindi di conseguenza dovrebbe avere un effetto positivo anche su di noi (uno studio di psicologia dell’Università della Carolina del Nord ha dimostrato che occuparsi degli altri influisce positivamente sulla nostra salute e longevità.).

Ma che cosa vuol dire essere gentili?

“Essere gentili significa mostrare attenzione nei confronti degli altri e di tutto il mondo che ci circonda, dell’ambiente, degli animali. È un’apertura all’esterno, in contrapposizione all’individualismo e all’arroganza che spesso contraddistinguono il nostro tempo” spiega Cristina Milani, vicepresidente del Movimento mondiale per la gentilezza (e fondatrice della onlus Gentletude*, di cui sotto riporto il decalogo). Nel 1997, a Tokyo, questo movimento ha dato vita per la prima volta all’evento che si festeggia ogni 13 novembre in centinaia di Paesi del mondo (vengono incentivati, per questo giorno e per la settimana relativa, dei gesti gentili nei confronti di un amico, di un collega, di uno sconosciuto, oppure vengono promossi acquisti solidali per i meno fortunati). In Italia, l’iniziativa è stata introdotta nel 2000 dal Movimento italiano per la gentilezza che (come si legge nel sito ufficiale) ricerca “una più profonda e concreta diffusione della gentilezza fra i concittadini, del senso civico, del rispetto delle regole, della cosa pubblica, dell’ambiente e delle persone, nel quadro di una più armonica convivenza tra gli uomini”.

La gentilezza ha comunque sollevato controversie fin dai tempi antichi: i filosofi dell’antica Grecia, i Padri della Chiesa, gli intellettuali del Rinascimento e i pensatori dell’Illuminismo si sono sempre divisi tra chi sosteneva o meno l’inclinazione alla gentilezza dell’animo umano. Nel 1741 il filosofo scozzese David Hume, ad esempio, rispondendo a una scuola filosofica che riteneva l’umanità irrimediabilmente egoista, si chiedeva come fosse possibile che le persone rinnegassero la gentilezza e i grandi piaceri che se ne possono trarre, perdendo così contatto con la loro realtà emotiva.

In effetti la gentilezza non è una cosa da eroi, ma è qualcosa che deve soltanto essere riscoperta, coltivata e che, magari, potrebbe anche creare una reazione a catena, un inaspettato contagio positivo, perché, proprio come dice il premio Nobel Aung San Suu Kyi (nel suo discorso sulla pace, pronunciato il 16 giugno 2012): “Ogni gentilezza ricevuta, grande o piccola, mi ha convinta che non ce ne sarà mai abbastanza nel nostro mondo […] e perfino il più piccolo gesto di gentilezza può illuminare un cuore incattivito:  la gentilezza può cambiare la vita delle persone“.

Quindi, non serve davvero essere Superman: gentilezza è sorridere a chi ci parla e a chi incontriamo (che importa se non ci conosciamo?), è cedere il posto sui mezzi pubblici a chi è più anziano o alla donna incinta (o farli passare avanti nella coda alla cassa del supermercato), gentilezza è ringraziare e salutare, è offrire un aiuto a chi ci sembra in difficoltà, è ascoltare (veramente). Gentilezza è guidare senza mandare tutti a quel paese con gestacci, è lasciar passare qualcuno sulle strisce (sarebbe un obbligo in realtà, ma ormai è un optional, di gentilezza appunto); gentilezza è rispondere alle mail e ai messaggi entro un tempo ragionevole (e in ogni caso… rispondere!), gentilezza è non sporcare l’ambiente con i nostri rifiuti (con mozziconi, gomme da masticare o fazzoletti di carta, per esempio, ché i cestini per i rifiuti li hanno inventati da tantissimo tempo).

Gentilezza è molto altro ancora, ma tutto questo è considerato spesso come una poco moderna perdita di tempo. Un atteggiamento gentile è visto talvolta addirittura con sospetto, quasi fosse una forma di debolezza (si pensi al fenomeno del bullismo che in genere vede coinvolti come vittime i ragazzi meno aggressivi, un po’ timidi o comunque considerati più deboli o diversi). Che dire, inoltre, di quei post che è facile leggere su facebook in cui si prendono in giro o si denigrano, gratuitamente e con inutile spreco di creatività, questa o quella categoria di persone? Comunque il mondo virtuale meriterebbe un discorso a sé, tanto i comportamenti sono esasperati dalla (falsa) protezione dello schermo. Sicuramente però sono emblematici di una tendenza alla non-cortesia che contagia giovani e meno giovani.

In Elogio della gentilezza, di Adam Phillips e Barbara Taylor (Ponte alle Grazie, 2009) si afferma che: “siamo molto ambivalenti rispetto alla gentilezza, la amiamo e la temiamo: sentiamo molto acutamente la sua mancanza, ma facciamo resistenza nei confronti dei nostri impulsi generosi” e soprattutto viene fatto notare che “il sospetto” più grave a carico della gentilezza d’animo è che essa sia solo una forma di narcisismo camuffato. Siamo generosi perché la cosa ci fa sentire bene con noi stessi: le persone generose sono i drogati dell’autocompiacimento. Dovendo rispondere a questo argomento il filosofo Francis Hutcheson lo liquidò bruscamente: “Se questo è amore per sé stessi, bene, che lo sia… Nulla può essere migliore di questo amore per sé stessi, nulla più generoso”.

E, in effetti, tra un mondo totalmente privo di gentilezza e uno dove ancora ne esiste un po’, io continuerei a preferire il secondo, anche se questa gentilezza comportasse un certo autocompiacimento in chi è gentile. Tu no?

*Ecco le dieci azioni della Gentilezza che ci propone l’associazione Gentletude (citata sopra):

-Vivere bene insieme: ascoltare ed essere pazienti
-Essere aperti verso tutti: salutare, ringraziare e sorridere
-Lasciare scivolare via le sgarberie e abbandonare l’aggressività
-Rispettare e valorizzare la diversità, grande fonte di ricchezza
-Non essere gelosi del sapere: comunicare, trasmettere e condividere
-Il pianeta è uno solo, non inquinare e non sporcare
-Ridurre gli sprechi: riciclare, riutilizzare e riparare
-Seguire la stagionalità e preferire i prodotti locali
-Proteggere gli animali: non sfruttarli, non maltrattarli e non abbandonarli
-Allevare gli animali in modo etico, non infliggere sofferenze

Speriamo in un bel contagio… di gentilezza!

(Irene Marchi – Articolo già apparso su https://caffebook.it/2016/11/13/gentilezza-lasciamoci-contagiare/)

 – Ascoltando Il Favoloso mondo di Amelie – scena del mercato https://www.youtube.com/watch?v=WdQp08J8hLY; Max Gazzè – Splendere ogni giorno il sole https://www.youtube.com/watch?v=zLurBvISW34

In bicicletta (fuori tema n. 9)

bicicletta

Ieri sono stata rimproverata. Ho attraversato sulle strisce pedonali di un mini attraversamento (quattro strisce  bianche  in tutto), dopo aver aspettato diligentemente e un po’ in disparte  che le macchine si fermassero e lasciassero passare me e altre tre persone in attesa. Ma io ero in bicicletta e NON sono scesa per attraversare! E una signora che aspettava dall’altra parte mi ha ripreso, con tanto di dito puntato, dicendo: “Non si attraversa sulla bici!” Ed è verissimo! Bisogna sempre smontare dalla bicicletta, perché altrimenti non  si è pedoni, e potremmo creare confusione e quindi diventiamo un pericolo, anche per noi stessi. Chiedo venia! (E, magari, anche un briciolo di elasticità!… Si scherza eh!). In ogni caso andrei in bicicletta ovunque, anche in banca, potendo. Ma…

Vietato introdurre biciclette

Nelle banche e nei negozi di tutto il mondo a nessuno importa un fico secco che qualcuno entri con un cavolo sotto il braccio o con un tucano o che dalla sua bocca si snodino come un nastro le canzoni che insegnò la mamma, oppure che conduca per mano uno scimpanzé in maglietta a righe. Ma non appena una persona entra con una bicicletta tutti si agitano, e il veicolo è espulso violentemente in strada mentre il suo proprietario deve subire gl’indignati rimproveri degli impiegati.

Per una bicicletta, ente docile e dal comportamento modesto, costituisce una umiliazione e una beffa la presenza dei cartelli che le sbarrano il passo ad ogni bella porta di cristallo della città. È noto che le biciclette hanno cercato con tutti i mezzi di ovviare a questa loro triste condizione sociale. Però in tutti i paesi assolutamente della terra è proibito introdurre biciclette. Alcuni aggiungono «e cani», precisazione che raddoppia nelle biciclette e nei cani il complesso d’inferiorità. Un gatto, una lepre, una tartaruga possono legalmente entrare da Bunge & Born o negli studi degli avvocati di corso San Martín senza suscitare altro che sorpresa, somma delizia fra le telefoniste ansiose o al massimo un ordine al portiere di sbattere fuori i suddetti animali. Può accadere anche questo, ma non è cosa umiliante, innanzi tutto perché rappresenta una probabilità tra molte altre, e poi perché scaturisce come effetto di una causa e non da una fredda macchinazione preordinata, orribilmente impressa su targhe di bronzo o di smalto, tavole dell’inesorabile legge che umilia la semplice spontaneità delle biciclette, creature innocenti.

Ad ogni modo, attenti a quel che fate, direttori! Anche le rose sono ingenue e dolci, ma forse sapete che in una guerra di due rose perirono principi ch’erano un nero fulmine, accecati da petali di sangue. Non vi accada che le biciclette si destino un giorno irte di spine, che le manopole del loro manubrio si rizzino disponendosi per l’attacco, che corazzate di furore assaltino a legioni i cristalli delle compagnie di assicurazione, e che il ferale giorno si chiuda con un tracollo in borsa, con un lutto di ventiquattro ore, e biglietti listati di nero con cui la famiglia commossa ringrazia.

Jiulio Cortázar, da Storie di Cronopios e di Famas, traduzione di Flaviarosa Nicoletti Rossini

* ascoltando Queen – Bicycle Race
https://www.youtube.com/watch?v=GugsCdLHm-Q

Fuori tema n. 8: un gesto poco (anzi per nulla) poetico

perchè per terra punto di domanda

Immagina di aver conosciuto un bel ragazzo (o una bella ragazza), anzi, diamogli un volto, giusto per visualizzare meglio la scena: qualcuno  che per esempio si avvicini (dato che immaginiamo, esageriamo!) al Kevin Costner o alla Madeleine Stowe usciti direttamente dal set di “Revenge”. E questi due sono pure simpatici, interessanti,  ecc. ecc. Poi però, mentre vi state salutando nel parcheggio della pizzeria del vostro secondo incontro, lui (o lei) che fa? Getta con nonchalance il mozzicone della sigaretta a dieci metri di distanza (forse perché se la cicca si getta lontano dai piedi evaporerà da sola?!). E tu, che non fumi, ma non hai assolutamente nessun tipo di problema nei confronti di chi fuma, come reagisci a questo gesto (dentro di te)? Non ti scadono di un paio di punticini il tuo Kevin o la tua Madeleine? No, nemmeno di mezzo! –  risponderanno in molti (che due così non se li lascerebbero mai scappare, cascasse il mondo).  Invece c’è di sicuro qualcuno che rimarrebbe almeno un po’ deluso dal suo bellissimo lanciatore di cicche e troverebbe quel gesto decisamente brutto e maleducato. Perché di questo si tratta:  per quanto sia ormai diventato così automatico e diffuso da non riconoscerlo  nemmeno più come un gesto  “volontario”, il lancio-della-cicca-a-terra (anche e soprattutto dal finestrino di un’auto) è un gesto di inciviltà (ora sarebbe pure vietato dalla legge e passibile di multa, ma dico “sarebbe”…).  Anche perché in macchina di solito c’è un posacenere, e per strada o sulla spiaggia prima o poi un cestino dei rifiuti lo si trova (adesso hanno inventato anche i porta mozziconi tascabili, che sono un’ottima idea regalodato che  siamo in zona Natale).  Del resto nessuno a casa sua lancia i mozziconi sul tappeto di design che gli è costato un botto (col rischio di dare fuoco alla casa, esattamente come succede a molti boschi in estate), e neppure sulle piastrelle, in mancanza del tappeto. E quindi,  caro Kevin e cara Madeleine (mi rivolgo a questi due ragazzi immaginari, molto belli e simpatici ma con questo vizio del lancio)… la prossima volta, in quel parcheggio, pensateci, prima di lanciare la cicca per terra! (Non deludete, ve lo cantano pure i Beatles con  Don’t Let Me Down https://www.youtube.com/watch?time_continue=9&v=NCtzkaL2t_Y,  mentre il mozzicone di sigaretta si appella agli Animals e vi canta Don’t Bring Me Down https://www.youtube.com/watch?time_continue=34&v=0FZU4JVOmro).

P.S.  Non me ne vogliate per questa ramanzina ai nostri due bellissimi fumatori-lanciatori (nata dopo aver visto lanciare l’ennesima cicca per strada).

“Dai fumatori si può imparare la tolleranza. Mai un fumatore si è lamentano di un non fumatore”.
(Sandro Pertini)