I nodi di ogni giorno

nodi tessuto

Com’è il tessuto delle tue giornate?

Anche a te capita spesso di dover rifare la trama?

Dove

Davvero non so dirti
dov’è che il niente disfa
la trama di ogni giorno,
dove, non visto, scioglie
i nodi, ad uno ad uno.

Francesco Scarabicchi (Ancona, 1951), da Il prato bianco, Einaudi, 2017

lu – sio – il – ni (ops… non è l’ordine giusto!)

vaso rotto cocci vaso in pezzi

Ma sono davvero sempre brutte-e-cattive le nostre  illusioni?
O hanno anche loro una funzione? (Ma forse questa è solo un’altra illusione…)

Eri

Bella,
e   ̶  a ripensarci  ̶
quasi stupida:
sollevavi i vasi
               dei giorni
senza fatica,
mille fioriture
immaginavi di sfiorare.

Poi, 
                       il tempo.

Ora
sei solo il profumato rimpianto
di ogni colore.

Eri
bella
e del resto   ̶  a ripensarci  ̶
eri solo illusione.

Irene Marchi, da La parte in ombra, Ensemble Edizioni, 2018

Fate la poesia, non la guerra!

una poesia

Armiamoci di poesia e conduciamo la nostra pacifica battaglia quotidiana.

Quante volte ho armato
contro la delusione una poesia
quasi bianca, lineare.
A prima vista non si sarebbe
detto che avrebbe da sola potuto
affrontare lo spessore d’un mondo tetragono
chiuso, ottagonale.
Ma parole di nebbia
penetrarono verso sera.

Vito Riviello (Potenza, 1933-2009), da Livelli di coincidenza, Campanotto, 2016

 

Se scatta quella molla

molle di ferro

Sì sì, si dice “Basta, non ci casco più.  Ho chiuso con questa cosa del cuore, dell’amore o come si chiama…“, ma poi scatta quella molla. E non ci puoi fare nulla.

E ci innamoriamo
ancora una volta e ancora
scatta la molla del cuore
e l’intesa fra regni
con musi con pietre con ali
sappiamo la melodia sottesa
come l’idiota che ride
al centro della festa anche noi
fatti nota riverberante. Fra tante.
Fra tante.

Mariangela Gualtieri, Bestia di gioia, Einaudi, 2010

Senza parole

Andre Kertesz Washington Square Park, New York City

André Kertesz – Washington Square Park, New York City, 1960

Lezione di poesia

Siamo seduti su una panchina bianca
davanti al busto del poeta Lenau

Ci baciamo
e incidentalmente parliamo
di versi
parliamo di versi
e incidentalmente ci baciamo

Il poeta guarda da qualche parte
oltre noi
oltre la panchina
oltre la ghiaia del sentiero

Ed è così splendidamente silenzioso
con le sue belle labbra di bronzo

Nel parco della città di Vršac
imparo lentamente
ciò che conta davvero in una poesia

Vasko Popa (Serbia, 1922-1991), da Carne viva, 1975, traduzione di Cikos Ibolja

 

La traccia nascosta

ghost

 

Tracce nascoste

siamo come un vinile, a volte
sembriamo finiti – senza più voce
e invece siamo solcati, tutti,
da  una traccia nascosta – profonda

quello che serve sarà la pazienza
e l’occasione di ascoltarci
fino in fondo al nostro silenzio…
perciò ora non togliere quel disco

©IreneMarchi2020

 

Domande stagionali

another winter

Sta per iniziare un nuovo inverno: che domanda gli faresti?

Stiamo però bene attenti a riconoscere la sua risposta, perché, si sa (ma sarà vero?), l’inverno è un tipo riservato e parla a bassa voce. Alcuni raccontano che non parli nemmeno, casomai lui… nevica. In ogni caso, sa rispondere anche senza parlare.

Una poesia dell’inverno

Ancora inverno.
Ancora notte.
Il sole scappa via
come la cancellatura della gomma sulla carta.
Anche qui ecco cancella tutto!
Cancella proprio tutto!
Poi scrivi ancora una volta.
Consuma la carta, tutto il foglio
però alla fine voglio la tua risposta.

Rolf Jacobsen (Oslo, 1907-1994), traduzione di Luigi Di Ruscio da www.retidedalus.it.

Caspita…

zut

Niente da fare… i poeti resistono!

I poeti resistono

I poeti resistono.
È dura sbarazzarsi di loro,
solo dio sa quanto ci abbiamo provato.
Li oltrepassiamo in strada
lì con il loro piattino per l’elemosina,
un’antica usanza.
Ora non c’è nulla dentro
a parte mosche secche e monetine false.
Guardano fissi avanti.
Sono morti, o cosa?
Hanno l’aspetto irritante
di chi ne sa più di noi.
Di più riguardo a cosa?
Che cosa credono di sapere?
Sputatelo fuori, gli sibiliamo.
Ditelo chiaramente!
Se cerchiamo una semplice risposta,
ecco si fingono pazzi,
o ubriachi, o poveri.
Hanno indossato quei costumi
tempo fa,
quei maglioni neri, quegli stracci;
ora non riescono a toglierli.
E hanno problemi con i denti.
Questo è uno dei loro fardelli.
Dovrebbero farsi un trattamento.
Hanno anche problemi con le ali.
Non otteniamo granché da loro
in questi giorni al dipartimento di volo.
Non più impennate, sfolgorii
né chiasso.
Per cosa diavolo vengono pagati?
(Supponendo che vengano pagati.)
Non riescono a staccarsi da terra,
loro e le loro piume infangate.
Se volano, è verso il basso,
nella terra umida grigia.
Andatevene, diciamo
e portatevi la vostra noiosa tristezza.
Non siete graditi qui.
Avete dimenticato come dirci
quanto siamo sublimi.
Come l’amore sia la risposta:
quella ci è sempre piaciuta.
Avete dimenticato come adulare.
Non siete più saggi.
Avete perso il vostro splendore.
Ma i poeti resistono.
Non sono altro che tenaci.
Non riescono a cantare, non riescono a volare.
Solo saltellano e gracchiano
e sbattono contro l’aria
come se fossero in gabbia,
e raccontano la solita vecchia storia.
Quando interrogati, rispondono
che parlano di quello che devono.
Caspita, se sono pretenziosi.
Loro sanno qualcosa, comunque.
Lo sanno.
Qualcosa che sussurrano,
qualcosa che non riusciamo a sentire del tutto.
Riguarda il sesso?
Riguarda la polvere?
La paura?

Margaret Atwood (Ottawa, 1939), da The door, Virago Press, 2009, traduzione di Eleonora Rao

Fermarsi

Fermarsi

Fermarsi è una grande arte.
È un’arte umile, è quella di intuire quando siamo stanchi o quando abbiamo bisogno di camminare piano piano verso noi stessi e non più verso qualcosa o qualcun altro.
Fermarsi e ascoltare il battito delle cose, sentire il silenzio, le sue sfumature.
Noi viviamo in un universo che non finisce, che sta tuttora espandendosi e facciamo finta di niente.
Forse fermarsi aiuta un po’ di più ad ammettere che siamo dentro ad una grande… stranezza.

Chandra Livia Candiani, da La precisione della poesia  https://www.youtube.com/watch?v=WzGpck52vXE&feature=emb_title

Come batti le mani?

acquarello di hülya özdemir https://www.instagram.com/p/BJSvEVrhKe8/

Acquarello di Hülya Ozdemir
da https://www.instagram.com/p/BJSvEVrhKe8/

Ho letto che per capire se una persona è mancina o destrimano basta fargli battere le mani: se istintivamente batte la sinistra sulla destra, è mancina. Proprio come la donna che compare in questa poesia.

E tu? Come stai battendo le mani adesso?

La donna mancina

Lei saliva con altri
da una stazione del metrò
mangiava con altri a una tavola calda
aspettava con altri in una lavanderia
ma una volta l’ho vista da sola
davanti a un giornale murale

Usciva con altri da un grattacielo d’uffici
si pigiava con altri ad una bancarella
era seduta con altri presso un campo-giochi di sabbia
ma una volta l’ho vista dalla finestra
giocare a scacchi da sola

Era sdraiata con altri su un prato del parco
rideva con altri in un
labirinto di specchi
gridava con altri sull’ottovolante
e poi sola la vidi soltanto
camminare nei miei desideri

Ma oggi nella mia casa aperta:
la cornetta era girata dall’altra parte
la matita era a sinistra dell’agenda
a sinistra la tazza del tè e il manico pure
a sinistra
e vicino la mela sbucciata in senso inverso
(e non finita di sbucciare)
le tende raccolte a sinistra
e la chiave della porta di casa nella tasca sinistra
della mia giacca
Ti sei tradita, o mancina!
O era per lasciarmi un messaggio?

Vederti in un continente straniero
io vorrei
perché finalmente in mezzo agli altri
ti vedrei sola
e tu fra mille altri vedresti
me
e finalmente ci verremmo incontro.

Peter Handkle (Austria, 1942 -Premio Nobel per la Letteratura 2019), da La donna mancina, 1979, traduzione di Anna Maria Carpi