In cosa credi e in cosa no?

Karoline koiss

Karoline Kroiß -“Auf den Punkt IV”, 2013, tratto da https://karolinekroiss.allyou.net/

Il poeta, in questa poesia, ci dice ciò in cui ancora crede (ma anche quello in cui proprio non crede).
Ora provo anch’io a scrivere due colonne su un foglio…
Tu l’hai già fatto questo (difficile) elenco?

Credo

Di colpo ci scostiamo
dalle immagini amate
amica
resti fragile all’orizzonte
ti ho lasciato con tanti pensieri
ma chissà se pensi un po’ a me

tu sai
in questo viaggio alla morte
cos’è la vita
mi sento in buona compagnia
mi sento quasi d’aver risposte
quando immagino là dove sei
forse credi nel mio credo prima di dormire
o m’incontri nei corridoi dei sogni

inutile dirti che a questo punto
non credo a predicatori né generali
né alle natiche di miss universo
né al pentimento dei boia
né al catechismo del comfort
né al flebile perdono di dio

a questo punto della vita
credo agli occhi e alle mani del popolo
in generale
e ai tuoi occhi e alle tue mani
in particolare.

Mario Benedetti (Uruguay, 1920-2009),  da L’amore, le donne, la vita, Nottetempo, traduzione di Stefania Marinoni, 2019

 

 

Un saluto

 

 

Ciao numero tre (Terzo addio)

Ti lascio alla tua vita
al  tuo lavoro
alla tua gente
ai tuoi tramonti
e ai tuoi mattini

a spargere fiducia
ti lascio con il mondo
a sconfiggere l’impossibile
certa senza certezze

ti lascio davanti al mare
a decifrarti sola
senza le mie domande vane
senza risposte spezzate

ti lascio senza i miei dubbi
poveri e malridotti
senza l’immaturitá
senza la mia esperienza

ma non prendere
tutto alla lettera
non credere mai
a questo falso addio

saró dove meno
te lo aspetti
per esempio,
in un albero annoso
che oscilla oscuro

saró in un lontano
orizzonte senza ore
nell’impronta di un dito
nella tua ombra e nella mia

saró presente
in quattro o cinque giovani
di quelli che guardi
e subito ti seguono

e magari potessi essere
nella rete dei tuoi sogni
ad attendere i tuoi occhi
e guardarti.

Mario Benedetti, da L’amore, le donne e la vita – Poesie scelte con testo a fronte, Nottetempo, traduzione di Stefania Marinoni

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Chau número tres

Te dejo con tu vida
tu trabajo
tu gente
con tus puestas de sol
y tus amaneceres

sembrando tu confianza
te dejo junto al mundo
derrotando imposibles
segura sin seguro

te dejo frente al mar
descifrándote sola
sin mi pregunta a ciegas
sin mi respuesta rota

te dejo sin mis dudas
pobres y malheridas
sin mis inmadureces
sin mi veteranía

pero tampoco creas
a pie juntillas todo
no creas nunca creas
este falso abandono

estaré donde menos
lo esperes
por ejemplo
en un árbol añoso
de oscuros cabeceos

estaré en un lejano
horizonte sin horas
en la huella del tacto
en tu sombra y mi sombra

estaré repartido
en cuatro o cinco pibes
de esos que vos mirás
y enseguida te siguen

y ojalá pueda estar
de tu sueño en la red
esperando tus ojos
y mirandoté.

*ascoltando The Smiths – Oscillate Wildly https://www.youtube.com/watch?v=hfADf-PvhKY

 

21 marzo – Giornata Mondiale della Poesia

“… Muoiono i poeti/ ma non muore la poesia/ perché la poesia/ è infinita/ come la vita.”

                     (Aldo Palazzeschi, da Congedo, in Tutte le poesie)

poesiaLa poesia non è per pochi, la poesia è per tutti e di tutti. Basta non crederla irraggiungibile, basta leggerla e seguire le immagini che  ci suggerisce, le domande che ci pone, le verità che ci fa intravedere. E se la si scrive, la poesia è come una macchina della verità: difficilmente sarà possibile mentire scrivendo una poesia. Nessuna finzione, quindi, ma punti di vista differenti sul mondo: vale sempre la pena leggere una poesia.

Voce attiva

Canta, poeta, canta!
Violenta il silenzio conformato.
Acceca con un’altra luce la luce del giorno.
Inquieta il mondo quieto.
Insegna ad ogni anima la sua ribellione.

Miguel Torga (São Martinho de Anta, 1907-1995), da “Poesia”, n. 182, aprile 2004, traduzione di Daniela Di Pasquale.

 

Inutilità de la poesia

La rosa
così inutile è cosa che spaventa.
Anche la poesia: come  la rosa.

1928

Ferdinando Tartaglia, da Esercizi di verbo, Adelphi.

 

La poesia non è

La poesia non è un filtro delle cose
né un raro sortilegio né un consiglio preciso
non è costretta a dare un messaggio profondo
né a strappare all’oblio le parole superflue

non è aurora di fuoco, né sagoma di dee
non sempre sta a descrivere le vetrate del mondo
non è costretta a essere zaino di vagabondo
e di certo non è sentiero di rose

 
tutto ciò che non è riempie una lunga lista
senza precise regole / poco convenzionale
pressappoco una sfida per il collezionista

invece ciò che è incide il suo segnale
e nel nuovo paesaggio proposto dall’artista
la poesia si assume l’invenzione del reale.

Mario Benedetti, da Inventario: poesie 1948 – 2000, traduzione di Martha L. Canfield, Le Lettere, Firenze, 2001.

Dell’utilità della poesia parlo anche qui, inoltre faccio uno strappo alla regola e riporto sotto un mio vecchio racconto breve (che parla appunto di poesia), unicamente perché  per me è una specie di portafortuna. Grazie a chi vorrà leggerlo (e perdonate l’insolita lunghezza di questo post).
 

La poesia cura

(Ogni riferimento a persone e luoghi realmente esistenti è puramente casuale).

Non sono ancora le cinque del mattino, ma Relia è già sveglia: la primavera le ruba sempre qualche ora di sonno benché a maggio il sottoportego non sia così freddo come dʼinverno.
Con la lentezza dei suoi ottantʼanni, si alza da terra appoggiandosi con le mani al muro e raccoglie i cartoni ammuffiti che le fanno da letto. Li lega con la corda che tiene arrotolata attorno a un polso e li infila nel suo vecchio carrello a due ruote.
“Sono la padrona di Venezia!” pensa, mentre col passo leggero del suo corpo minuto calpesta forse per prima, quella mattina, lʼumidità delle sue calli e dei suoi ponti. Con lei ci sono solo i colombi e lʼalba che si riflette nellʼacqua immobile.
Passa davanti allʼufficio postale con le serrande ancora abbassate e raggiunge il bidone della spazzatura dove ogni mattina cerca la colazione: è posto a lato di una pizzeria al taglio e cʼè sempre qualche generoso avanzo di cibo.
“Quanta fatica viene spesa per essere poi gettata tra i rifiuti! Fatica per guadagnare, perché bisogna comprare, perché bisogna avere di più. Poi abbiamo troppo e allora fatica per liberarci dal troppo e poi fatica per smaltire questo troppo: troppo, troppo, tutto troppo…”.
Relia mangia il pezzo di pizza che ha trovato e intanto è felice. Felice di poter guardare le nuvole sopra di lei senza paura che qualcuno gliele possa rubare, senza preoccuparsi di dove nasconderle o come farle fruttare.
La pizza le ha seccato la gola, così torna a rovistare nel bidone ma non riesce a trovare né bottiglie né lattine: affonda il braccio in mezzo ai rifiuti e in fondo al contenitore sente tra le dita qualcosa di insolito. Estrae una busta chiusa e affrancata, grande quanto una rivista: nonostante la sporcizia abbia cancellato qualche parola, si legge ancora parte dellʼindirizzo: …ett.le Redazi… Edizio… Glennon Viale… Mil
Relia apre la busta con la delicatezza che le dita deformate dallʼartrite le consentono: «È un manoscritto! Un manoscritto di poesie!» esclama, «Chi butta via la poesia in questo modo?».
Appoggia il carrello al muro della pizzeria e si siede a terra: le tremano le mani mentre sfoglia le pagine: “Non sono scritte a penna, peccato: la mano lascia passare tutta lʼemozione, le parole stampate no” pensa col capo chino sul manoscritto, “e ci vuole pazienza con la poesia, bisogna
aspettarla e poi trattarla bene…”. Legge a voce alta i versi della prima pagina: – Da sola – Ora/non mi resta/che lʼopprimente chiarezza/della solitudine.
Relia si commuove: erano anni che non piangeva più. “No, non si è mai soli se si ha la poesia!” continua a leggere senza mai alzare lo sguardo e non sente più nemmeno la sete; intanto intorno a lei Venezia ha ricominciato a vivere, lʼacqua dei canali ora è mossa dal passaggio dei primi barchini: Relia è tornata a essere solo una barbona tra lavoratori e studenti che le passano davanti e troppo spesso non la notano.
Non si stanca di leggere: – Un senso – Sogno dellʼanima:/dare un senso/giorno dopo giorno/agli strani racconti/della realtà.
Di scatto prende la busta che conteneva il manoscritto e cerca il mittente: «È qui! Lʼindirizzo si legge… è qui a Venezia! Caterina Cespri, Calle della Madonnetta – S. Polo, 1410.» dice a voce alta tra la costante indifferenza delle persone che le passano vicino.
“Devo riportarle la sua poesia, il suo senso: la poesia non si getta mai. Anche se è solo per noi, la poesia è unʼamica!”. Si rialza e riprende a camminare con la sua andatura incerta.
Sono le dieci quando Relia raggiunge la stretta calle indicata sulla busta. Si appoggia ansimando a un portone verde e suona il campanello che corrisponde al cognome del mittente.
Caterina allatta il piccolo Michele seduta sulla poltrona vicina allʼingresso. É stanca e non ha la minima voglia di cominciare il turno delle dodici al supermercato. Il suono improvviso del campanello la fa sobbalzare e il piccolo inizia a piangere. Con la mano libera alza il citofono: «Chi è?».
«Cerco Caterina, le ho riportato le poesie!» risponde Relia.
Caterina esita per un lungo momento, poi apre il portone e scende allʼentrata dellʼedificio con il bambino in braccio.
«Quali poesie?» chiede confusa.
«Le poesie, le tue, Caterina. Sono molto belle: abbine cura e loro ti cureranno» risponde Relia mentre le porge la busta.
«Ma lei… chi è?» .
«Mi chiamo Aurelia, Relia la barbona, anchʼio un tempo scrivevo poesie».
«Grazie Aurelia! Vuole salire un attimo?» per lʼemozione Caterina lascia cadere a terra il manoscritto e si china piano a raccoglierlo. Quando si rialza, lʼanziana si sta già allontanando.
È allora che Caterina viene illuminata da un pensiero chiarissimo: «Aurelia Pillon! Sei tu?».
Relia si volta e la saluta con un cenno della mano: «Abbine cura!» .
Gioia e incredulità adesso bagnano il volto della ragazza. Stenta a credere che sia stata proprio Aurelia Pillon, la leggendaria Poetessa di Venezia di cui non vi erano più notizie da oltre ventʼanni, ad aver salvato le sue poesie. Quelle che lei, certa dei pesantissimi silenzi di altri editori, invece di spedire aveva sepolto con rabbia in fondo a un bidone di rifiuti.
Ora, la poesia aveva risposto.

*ascoltando: Riccardo Cocciante – Poesia