Sorridi

sorridi

Quasi anonima sorridi

Quasi anonima sorridi
e il sole indora i tuoi capelli.
Perché per essere felici
è necessario non saperlo?

 

Quase anónima sorris

Quase anónima sorris
e o sol doura o teu cabelo.
Porque é que, pra ser feliz,
é preciso não sabê-lo?

Fernando Pessoa (1888-1935), da Poesie inedite (1930-1935)

*ascoltando The Alan Parson Project – Voyager https://www.youtube.com/watch?v=-rSrAj01KlQ

“Apri a chi non bussa alla tua porta”

porta

Hai mai aperto una porta prima che qualcuno o qualcosa venisse a bussare?

 

Se qualcuno un giorno bussa alla tua porta,
dicendo che è un mio emissario,
non credergli, anche se sono io;
ché il mio orgoglio vanitoso non ammette
neanche che si bussi
alla porta irreale del cielo.
Ma se, ovviamente, senza che tu senta
bussare, vai ad aprire la porta
e trovi qualcuno come in attesa
di bussare, medita un poco. Quello è
il mio emissario e me e ciò che
di disperato il mio orgoglio ammette.
Apri a chi non bussa alla tua porta.

Fernando Pessoa (Lisbona,  1888 – 1935)

 

*ascoltando: Van Morrison – Open The Door (To Your Hearth) https://www.youtube.com/watch?v=yahMUgLf6ls

(Di altri che -non- bussano alla porta, qui https://lapoesianonsimangia.myblog.it/2018/06/13/istantanea-della-mancanza/)

Lettere ridicole?

ridicole

Forse sì, ha ragione Pessoa: le lettere d’amore devono essere ridicole.
Quanti, nel mondo e in ogni tempo, quelli che hanno scritto lettere ridicole?

(Sms e messaggi WhatsApp non contano!)

Tutte le lettere d’amore sono ridicole

Tutte le lettere d’amore sono
ridicole.
Non sarebbero lettere d’amore se non fossero
ridicole.

Anch’io ho scritto ai miei tempi lettere d’amore,
come le altre,
ridicole.

Le lettere d’amore, se c’è l’amore,
devono essere
ridicole.

Ma dopotutto
solo coloro che non hanno mai scritto
lettere d’amore
sono
ridicoli.

Magari fosse ancora il tempo in cui scrivevo
senza accorgermene
lettere d’amore
ridicole.

La verità è che oggi
sono i miei ricordi
di quelle lettere
a essere ridicoli.

(Tutte le parole sdrucciole,
come tutti i sentimenti sdruccioli,
sono naturalmente
ridicole).

***

Todas as cartas de amor são ridículas

Todas as cartas de amor são
Ridículas.
Não seriam cartas de amor se não fossem
Ridículas.

Também escrevi em meu tempo cartas de amor,
Como as outras,
Ridículas.

As cartas de amor, se há amor,
Têm de ser
Ridículas.

Mas, afinal,
Só as criaturas que nunca escreveram
Cartas de amor
É que são
Ridículas.

Quem me dera no tempo em que escrevia
Sem dar por isso
Cartas de amor
Ridículas.

A verdade é que hoje
As minhas memórias
Dessas cartas de amor
É que são
Ridículas.

(Todas as palavras esdrúxulas,
Como os sentimentos esdrúxulos,
São naturalmente
Ridículas.)

Fernando Pessoa (Lisbona,  1888 – 1935)

– Ascoltando  Joe Cocker – The Letter https://www.youtube.com/watch?v=VFHA15B8iNI

(Di altre lettere se ne parla qui https://lapoesianonsimangia.myblog.it/2016/08/02/lettere-scarabocchi-canzoni/ e qui https://lapoesianonsimangia.myblog.it/2017/10/23/cera-posta-per-te/)

Da una finestra

dalla finestra

Che cosa vedi dalla tua finestra?

 

Non basta aprire la finestra
per vedere la campagna e il fiume.
Non basta non essere ciechi
per vedere gli alberi e i fiori.
Bisogna anche non aver nessuna filosofia.
Con la filosofia non vi sono alberi:
vi sono solo idee.
Vi è soltanto ognuno di noi,
simile ad una spelonca.
C’è solo una finestra chiusa
e tutto il mondo fuori;
e un sogno di ciò che potrebbe esser visto
se la finestra si aprisse,
che mai è quello che si vede
quando la finestra si apre.

Fernando Pessoa (Lisbona, 1888 – 1935)

 

Mattino

Dalla finestra aperta
entran le voci calme
del fiume,
i canti lontani
delle lavandaie
laggiù fra i pioppi e gli ontani,
presso la pura corrente
che mormora sì dolcemente
il fumo dei vapori
si confonde con quello delle case
sotto il riso trionfale
del cielo.
Sull’altra riva, nel viale
le affiches azzurre
delle compagnie di navigazione
riempiono di nostalgia e di illusione
il cuore degli uomini
seduti sulle panchine.
Penso a una fanciulla bionda.
Fra poco sarà mezzogiorno
e una gran tenerezza mi invade,
e una voglia di piangere senza perché.

Attilio Bertolucci (1911-2000), da Le poesie, Garzanti, 2001

*ascoltando  Pierangelo Bertoli – Dalla finestra
https://www.youtube.com/watch?v=c034y0Optz8

A che cosa stai pensando?

a cosa stai pensando punto di domanda]

A cosa stai pensando?” è una domanda  che ancora ci sentiamo rivolgere da qualcuno o che noi stessi facciamo ad altri (meglio se con l’intenzione vera di ascoltare la risposta), o è rimasto solo facebook a domandarcelo? Ma soprattutto, quante volte  abbiamo detto esattamentesattamente quale fosse il nostro pensiero, rispondendo alla domanda  “a che cosa stai pensando?“.

Non sto pensando a niente,
e questa cosa centrale, che è niente,
mi è gradita come l’aria della notte,
fresca in rapporto al calore estivo del dì.

Non sto pensando a niente, che bello!

Non pensare a niente
è aver l’anima propria e intera.
Pensare a niente
è vivere intimamente
il flusso e riflusso della vita…

Non sto pensando a niente.
Solo come se mi fossi appoggiato male:
un dolore alle spalle, o in un fianco,
c’è un sapore amaro nell’anima mia:
é, che, in fin dei conti,
non sto pensando a niente,
ma davvero a niente,
a niente.

Fernando Pessoa da Un’affollata solitudine – Poesie eteronime, traduzione di Pietro Ceccucci, Bur.

*ascoltando:  Yann Tiersen – La valse d’Amélie (solo pianoforte) https://www.youtube.com/watch?v=Dyo4tNwNIvQ

L’ottica del verme

l'ottica del verme

Capita che arrivi anche quell’attimo in cui realizzi di aver sbagliato tutto, di non avere mai capito nulla di nulla: quell’attimo in cui ti senti pari a  un verme o anche qualcosa di peggio (povero il verme che non c’entra niente). É comunque un attimo che ha la sua utilità.

Non sono nulla, non posso nulla,
non perseguo nulla.
Illuso, porto il mio essere con me.
Non so di comprendere,
né so se devo essere,
niente essendo, ciò che sarò.
A parte ciò, che è niente, un vacuo vento
del sud, sotto il vasto azzurro cielo
mi desta, rabbrividendo nel verde.
Aver ragione, vincere, possedere l’amore
marcisce sul morto tronco dell’illusione.
Sognare è niente e non sapere è vano.
Dormi nell’ombra, incerto cuore.

Frenando Pessoa, da Una sola moltitudine

 

* ascoltando… beh, cos’altro se non Creep dei Radiohead? https://www.youtube.com/watch?v=XFkzRNyygfk  (e ti senti in compagnia almeno durante quei quattro minuti di musica).

Cercare (e poi trovare, non trovare, perdersi)

Batte la luce in cima
alla montagna,  vedi…
Senza volere,  rimugino
ma non so che cosa…
Non so cosa ho perduto
o cosa non ho trovato (…)
 
Fernando Pessoa, tratto da Batte la luce in cima (Bate a luz no cimo), da Poesias

un po' di luce

Cercare una cosa

Cercare una cosa
è sempre incontrarne un’altra.
Così, per trovare qualcosa,
bisogna cercare quello che non è.

Cercare l’uccello per incontrare la rosa,
cercare l’amore per trovare l’esilio,
cercare il nulla per scoprire un uomo,
tornare indietro per andare avanti.

La chiave del cammino,
più che nelle sue biforcazioni,
il suo incerto inizio
o il suo dubbio finale,
è nel caustico umore
del suo doppio senso.
Si arriva sempre,
ma da un’altra parte.

Tutto passa.
Però al contrario.

Roberto Juarroz (1925-1995), da Duodécima Poesía vertical, 1991

 

Nuda è la terra, e l’anima
ulula contro il pallido orizzonte
come lupa famelica. Che cerchi,
poeta, nel tramonto?
Amaro camminare, perché pesa
il cammino sul cuore. Il vento freddo,
e la notte che giunge, e l’amarezza
della distanza. Sul cammino bianco,
alberi che nereggiano stecchiti;
sopra i monti lontani sangue ed oro.
Morto è il sole…
Che cerchi, poeta, nel tramonto?

Antonio Machado (1875 – 1939), da  Soledades, 1903

*ascoltando  Franco Battiato – E ti vengo a cercare https://www.youtube.com/watch?v=eeo_iXWKB4I

“Round Midnight”

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Che cosa avrà quest’ora, che rende così inquieti? Forse perché è l’attimo in cui un giorno passa e un altro sta per iniziare: il tempo che percorre il confine tra ciò che è stato e ciò che potrà essere, o forse…  conviene (provare a) dormire!

Comincia a esserci la mezzanotte

Comincia a esserci la mezzanotte, e a esserci quiete,
dappertutto nelle case sovrapposte,
i piani vari dell’accumulazione della vita…

Il pianoforte tace al terzo piano…
Non sento più i passi al secondo piano…
Al pianterreno la radio è silenziosa…

Tutto s’appresta a dormire…

Resto da solo con l’universo intero.
Non voglio nemmeno andare alla finestra:
se mi affacciassi, quante stelle!
Che grandi silenzi più alti ci sono lassù!
Che cielo anticittadino!…

Piuttosto, recluso
in un desiderio di non essere recluso,
ascolto con ansia i rumori della strada…
Un’automobile – troppo rapida! –
I passi doppi in chiacchierata mi sollevano…
II suono di un portone che si chiude bruscamente mi fa male…

Tutto s’appresta a dormire…

Solo io veglio, in un ascolto sonnolento,…
aspettando
qualcosa prima di dormire…
Qualcosa…

9 agosto 1934

Fernando Pessoa, da Poesie di Alvaro de Campos, edizione Adelphi  1993, a cura di  Maria  José de Lancastre, traduzione di Antonio Tabucchi. 

 

Buongiorno – Mezzanotte –
Sto tornando a Casa –
Il Giorno – si è stancato di Me –
Come potrei Io – di Lui?

La luce del sole era un dolce luogo –
Mi piaceva starci –
Ma il Mattino – non mi voleva – ormai –
Così – Buonanotte – Giorno!

Posso guardare – dai –
Quando è Rosso ad Oriente?
Le Colline – hanno un aspetto – allora –
Che fa traboccare – il Cuore –

Tu – non sei così bella – Mezzanotte –
Io scelsi – il Giorno –
Ma – per favore prendi una Ragazzina –
Che Lui ha cacciato via!

Emily Dickinson, da The Complete Poems -Tutte le poesie, traduzione e note di Giuseppe Ierolli

*ascoltando (abbassa il volume: è mezzanotte!) Gary Moore – Midnight Blues https://www.youtube.com/watch?v=rFk7bR05hBg e, inevitabilmente,   Round Midnight (nella versione cantata da Ella Fitzgerald https://www.youtube.com/watch?v=DEaDj6TXiQQ); poi, superata la mezzanotte, J.J. Cale – After Midnigth https://www.youtube.com/watch?v=j7b16bVdLaI! (… e buona notte!)

Qui, là  o ancora più lontano

quiolà

Qui, là  o ancora più lontano… dove siamo stati e dove andremo veramente? Ma, breve o lungo, che il nostro viaggio sia intenso e libero, in ogni luogo!

Voglio, avrò

Voglio, avrò
se non qui,
in altro luogo che ancora non so.
Niente ho perduto.
Tutto sarò.

Fernando Pessoa – (Quero, terei, da Poesias ineditas).

… e ancora di Fernando Pessoa

Amo tutto ciò che è stato

Amo tutto ciò che è stato,
tutto quello che non è più,
il dolore che ormai non mi duole,
l’antica e erronea fede,
l’ieri che ha lasciato dolore,
quello che ha lasciato allegria
solo perché è stato, è volato
e oggi è già un altro giorno.

 

Biglietto lasciato prima di non andar via

Se non dovessi tornare,
sappiate che non sono mai
partito.
Il mio viaggiare
è stato tutto un restare
qua, dove non fui mai.

Giorgio Caproni, da Tutte le poesie, Garzanti

* ascoltando So Long Ago, So Clear – Vangelis and Jon Anderson

“Saudade” anche tu?

saudade - foto di Irene Marchi

Deve chiamarsi tristezza
questo che non so cosa sia
che m’inquieta senza sorpresa,
nostalgia che non desidera.

Sì tristezza – ma quella
che nasce dal sapere
che lontano v’è una stella
e vicino v’è il non averla.

Sia quel che sia, è quel che ho.
Tutto il resto è solo tutto.
E lascio andar la polvere che prendo
dalle mani piene di polvere.

Fernando Pessoa da Il mondo che non vedo. Poesie ortonime

Se vi è mai capitato di provare un sentimento di malinconico desiderio verso qualcosa che non c’è più, una nostalgia struggente intrisa di tristezza ma anche di dolcezza (restando così in bilico tra una lacrima e un sorriso di accettazione) verso una persona o un luogo ormai lontani, verso  una terra, una casa, un amore ormai persi o anche verso un luogo mai visitato o un’esperienza che avete desiderato ma che non potrà mai essere, potete forse dire di aver provato quella che in portoghese viene chiamata “saudade” (anche se non siete portoghesi o brasiliani).

Ma quel sentimento indefinito non potrà essere chiamato in altro modo se non saudade, in portoghese, appunto, perché, come scrive Antonio Tabucchi (narratore, saggista, docente di letteratura portoghese e traduttore, nato a Pisa nel 1943, morto a Lisbona nel 2012) nel  libro Il gioco del rovescio, “La  Saudade, […], non è una parola, è una categoria dello spirito, solo i portoghesi riescono a sentirla, perché hanno questa parola per dire che ce l’hanno“. E saudade è in effetti una parola assolutamente intraducibile in altre lingue (e comunque non traducibile in modo un po’ semplicistico con malinconia o nostalgia): si pronunciasawˈdadi” in portoghese europeo, “sawˈdadʒi in portoghese brasiliano, “sawˈdade in gagliego (o galiziano); è un termine che deriva dalla cultura lusitana, ed etimologicamente sembrerebbe derivare dal latino solitùdo, solitudinis, solitudine, isolamento e anche da salutare, salutatione, saluto (infatti nel sud del Portogallo, mandar saudades significa mandare saluti, felicitazioni; invece l’espressione matar a saudade o matar saudades è utilizzata per esprimere la scomparsa di questo sentimento, per esempio rincontrando una persona, rivedendo un luogo o rivivendo una situazione). L’uso del termine risale probabilmente all’epoca del colonialismo portoghese, quando iniziò ad essere usato per definire sia  la nostalgia di casa che i navigatori provavano quando erano in viaggio o in una terra straniera, sia la nostalgia del mare che sentivano invece quando erano a casa).

Lo stesso Tabucchi cerca di dare una spiegazione a questa parola, nella raccolta di racconti Viaggi e altri viaggi: “La saudade è parola portoghese di impervia traduzione, perché è una parola-concetto, perciò viene restituita in altre lingue in maniera approssimativa. Su un comune dizionario portoghese-italiano la troverete tradotta con “nostalgia”, parola troppo giovane (fu coniata nel Settecento dal medico svizzero Johannes Hofer) per una faccenda così antica come la saudade. Se consultate un autorevole dizionario portoghese, come il Morais, dopo l’indicazione dell’etimo soidade o solitate, cioè “solitudine”, vi darà una definizione molto complessa: «Malinconia causata dal ricordo di un bene perduto; dolore provocato dall’assenza di un oggetto amato; ricordo dolce e insieme triste di una persona cara» […] È dunque qualcosa di straziante, ma può anche intenerire, e non si rivolge esclusivamente al passato, ma anche al futuro, perché esprime un desiderio che vorreste si realizzasse. E qui le cose si complicano perché la nostalgia del futuro è un paradosso. Forse un corrispettivo più adeguato potrebbe essere il “disìo dantesco che reca con sé una certa dolcezza, visto che «intenerisce il core». Insomma, come spiegare questa parola?“.

Con la saudade quindi, le sensazioni diventano fluide, si allargano in più dimensioni temporali: il vissuto nel tempo presente può riportare nostalgicamente al passato facendo ripensare a oggetti, cose, persone, situazioni ormai perdute e irripetibili. Ma lo stesso elemento presente può connettersi  ad un tempo futuro, facendo pensare a quando in quel momento sarà assente ciò che ora sta accadendo o che invece si sarebbe desiderato ma non è mai accaduto, né nel presente né in passato: uno struggimento sincronico, quindi. Un po’ come scrive Fernando Pessoa (ne Il Libro dell’Inquietudine): “I sentimenti più dolorosi e le emozioni più pungenti, sono quelli assurdi: l’ansia di cose impossibili, proprio perché sono impossibili, la nostalgia di ciò che non c’è mai stato, il desiderio di ciò che potrebbe essere stato, la pena di non essere un altro, l’insoddisfazione per l’esistenza del mondo“. Fernando Pessoa è infatti un altro autore (tra i moltissimi poeti e scrittori che a partire dal 1400 fino ad oggi hanno parlato di questo particolare sentimento) che ha scritto moltissime pagine intrise di saudade. Portoghese di nascita (nasce a Lisbona nel 1888 e muore nel 1935), ma  sradicato da Lisbona all’età di sette anni in un momento di disgregazione per la sua famiglia,  rimarrà per sempre legato a quei primi anni felici e a quell’armonia ormai persa esprimendo nei suoi scritti (sempre in lingua portoghese) tutta la nostalgia per il suo mondo perduto, il desiderio indefinito di qualcosa che manca, come è evidente in questi  versi:

Ah, ogni molo è una nostalgia di pietra!
E quando la nave salpa
e subito ci accorgiamo che s’è aperto uno spazio
tra il molo e la nave,
non so perché, mi coglie un’angoscia mai provata,
una nebbia di sentimenti di tristezza
che brilla al sole delle mie angosce rifiorite
come la prima finestra sulla quale riverbera l’alba,
e mi avvolge come il ricordo di un’altra persona
che fosse misteriosamente mia.

(da Ode marittima)

Ma la poesia portoghese non è l’unico ambito dove viene espressa e descritta la saudade: anche la musica ne è profondamente influenzata e in particolare il Fado portoghese e la Bossa Nova brasiliana (ma anche la Morna di Capo Verde che nasce dalla fusione di ritmi africani con il Fado e canta di amore e nostalgia).

Il Fado è l’espressione più conosciuta, a livello internazionale (nel 2011, è stato dichiarato Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità), della musica portoghese: è una canzone “triste” (quasi un blues europeo), il cui nome deriva dal latino fatum, ovvero fato, destino. Con il Fado (Amália Rodrigues ne è la più conosciuta interprete) si raccontano i momenti difficili della vita e, appunto, il sentimento portoghese della saudade. Generalmente è cantato da una sola persona, accompagnata dalla chitarra portoghese. I documenti certificano l’esistenza del Fado a partire del 1838, ma la tradizione ritiene che le sue origini siano collegate ai canti dei marinai, ispirati alla solitudine, alla nostalgia e al dondolio delle barche nell’acqua.

Anche nella musica brasiliana, saudade è la parola chiave di tantissime canzoni, soprattutto nella Bossa Nova, il cui primo brano di successo fu proprio Chega de Saudade (Basta con la nostalgia), composta nel 1958 da Tom Jobim e da Vinicius de Moraes. In particolare grazie ai testi di  Moraes (paroliere, ma anche poeta), le canzoni brasiliane iniziarono ad abbandonare i temi tragici del periodo precedente (quello del samba cançao, in cui dominavano l’amore non corrisposto, la perdita dell’amore), diventando in qualche modo più ottimistiche: la saudade è ancora rivolta al passato e al presente, ma anche al futuro, che, per quanto incerto o irrealizzabile, è comunque pieno di speranza.

Gilberto Gil, altro grande interprete della musica brasiliana, scrive così nella sua canzone Toda Saudade:
Ogni saudade è la presenza dell’assenza / Di qualcuno, un luogo o un qualcosa, infine / Un improvviso no che si trasforma in sì / Come se il buio potesse illuminarsi. / Della stessa assenza di luce / Il chiarore si produce, / Il sole nella solitudine. / Ogni saudade è una capsula trasparente / Che sigilla e nel contempo porta la visione / Di ciò che non si può vedere / Che si è lasciato dietro di sé / Ma che si conserva nel proprio cuore“. (https://www.youtube.com/watch?v=hKnF293ERNA)
Mi sembra possa essere un’ottima descrizione per questo sentimento comunque mai definibile completamente, ma in ogni caso molto intenso e poetico.

(Irene Marchi – articolo originale già apparso qui https://caffebook.it/2017/04/03/un-sentimento-indefinibile-ma-intenso-la-saudade/)