Disperatamente amore

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Quelle d’amore. Sì, sono le poesie d’amore che vengono subito alla mente se qualcuno parla di poesia inaspettatamente (dato che la poesia non è certo argomento quotidiano né usuale di conversazione, anzi, nell’immaginario comune è visto quasi come un argomento solo ‘da blog’, appunto, o  da professoroni o da gente che vuole  darsi un  tono…  insomma, è questo che si pensa, o no?).

Invece le poesie d’amore stanno ripiegate ben benino in qualche tasca della nostra mente come un qualcosa di magico e potente: tutti abbiamo letto (spesso piangendo), ritagliato, scritto o strappato  almeno una poesia d’amore.

Certo, sono difficili da scrivere le poesie d’amore: per colpire e non svanire per sempre una volta girata la pagina, devono sfuggire alla banalità e al melenso. Ognuno ha poi le sue preferenze. Io amo le poesie che cantano amori disperati: amori finiti ma non finiti, lontanissimi ma vicini, impossibili e ancora impossibili, amori  senza tempo e spazio. Poesie come queste due, secondo me bellissime e disperate, che riporto qui sotto.

Finché tu esisti

Finché tu esisti,
finché il mio sguardo
ti cerca oltre colline,
finché nulla
mi riempie il cuore
che non sia la tua immagine, e ci sia
una remota possibilità che sia viva
in qualche luogo, illuminata
da una luce – qualsiasi…
Finché
sento che tu esisti  e ti chiami
così, con quel tuo nome
così piccolo,
continuerò come ora,
mia amata,
affranto dalla distanza,
sotto questo amore che cresce e non muore,
sotto questo amore che continua e non finisce.

Angel Gonzalez (Olivedo, 1925 – Madrid 2008), da Poesia spagnola del Novecento, La generazione del ’50, a cura di G. Morelli, Le Lettere, Firenze, 2008.

 

Ti ho amata sempre nel silenzio
contando sull’ingombro
di quell’amore
e di quel silenzio
ed anche quando poi ci siamo scritti
la profilassi guidava la mia mano
perché ogni senso
fosse soltanto negli spazi bianchi
e nondimeno mi sentivo osceno
come se la più ermetica allusione
grondasse la bava del questuante.

Mai in ogni caso dubitai
che tu sapessi
finché scoprimmo insieme
di esser vissuti vent’anni nell’errore
tu ignorando
io presumendo
e allora in un punto è stato chiaro
che solo al muto
il battito del cuore
è rimbombante

Michele Mari, da Cento poesie d’amore a Ladyhawke, Einaudi, 2007.

* Io ascolterei: Lucio Battisti – E penso a te; Pearl Jam – Black; James Blunt – You’re Beautiful.

La poesia non si mangia (a cosa serve la poesia?)

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La domanda (poco simpatica): “A cosa serve la poesia?ˮ rimane spesso senza risposta.

Perché di solito chi lo chiede sottintende che, tutto sommato, della pesia se ne potrebbe fare anche a meno, dato che non serve a innalzare il prodotto interno lordo, non si può mangiare e non produce neppure una grande audience.

Chi invece dovrebbe rispondere a questa domanda (un amante della poesia o uno che di tanto in tanto prova a scrivere poesie),  la risposta ce lʼha chiarissima nella mente: “La poesia non è solo utile, è necessaria!ˮ, ma non riesce a portare allʼesterno questo suo pensiero, non lo riesce a spiegare e il più delle volte si arrende dinanzi al sorriso di circostanza del suo interlocutore.

 Dunque, a cosa serve la poesia? Forse le parole di alcuni grandi poeti possono venire in aiuto.

Federico García Lorca, nel 1934, presentando una raccolta poetica di Pablo Neruda allʼuniversità di Madrid disse: “Io vi consiglio di ascoltare con attenzione questo gran poeta e di cercare di commuovervi con lui; ognuno alla propria maniera. La poesia richiede una lunga iniziazione, come qualsiasi sport, ma cʼè nella vera poesia un profumo, un accento, un tratto luminoso che tutte le creature possono percepire. E voglia Iddio che vi serva per nutrire quel granello di pazzia che tutti portiamo dentro, (…) e senza il quale è imprudente vivereˮ,  suggerendo quindi la capacità della poesia di alimentare i pensieri meno codificati e razionali. Anche Eugenio Montale, nel suo discorso per il conferimento del Premio Nobel, nel 1975, parla della poesia come di qualcosa che può ˮcontagiareˮ: “… ho scritto poe­sie, un pro­dotto assolutamente inu­tile, ma quasi mai nocivo e que­sto è uno dei suoi titoli di nobiltà. Ma non è il solo, essendo la poe­sia una pro­du­zione o una malat­tia assolutamente ende­mica e incurabile…ˮ, alludendo al suo potere  di incanto e diffusione che non può essere fermato da barriere di alcun tipo.

W.H. Auden (1907-1977), invece, affermava che: “La poesia non è magia, non cambia le cose, ma disincanta dicendo la verità… ˮ (cit. da Alfonso Berardinelli in Casi critici – Dal Post-moderno alla mutazione, Quodlibet, 2007), una verità che potrebbe anche non piacere, ma che comunque può far riflettere o che potrebbe ribaltare o modificare alcune convinzioni.

Quindi, in ogni caso, la poesia ha la capacità di smuovere le nostre emozioni: una poesia può farci piangere (e a volte ne abbiamo davvero bisogno), una poesia può farci innamorare o può farci capire che, invece, non siamo veramente innamorati (e non è cosa da poco!).

Ma, tutto sommato, dopo aver letto questa poesia (scelta tra gli infiniti versi bellissimi che si potrebbero citare), abbiamo ancora bisogno di chiederci a cosa serve la poesia?

Lieve Offerta  di Antonia Pozzi (1912-1938)

Vorrei che la mia anima ti fosse
leggera
come le estreme foglie
dei pioppi, che sʼaccendono di sole
in cima ai tronchi fasciati
di nebbia  ̶

Vorrei condurti con le mie parole
per un deserto viale, segnato
dʼesili ombre  ̶
fino a una valle dʼerboso silenzio,
al lago  ̶
ove tinnisce per un fiato dʼaria
il canneto
e le libellule si trastullano
con lʼacqua non profonda  ̶

Vorrei che la mia anima ti fosse
leggera,
che la mia poesia ti fosse un ponte,
sottile e saldo,
bianco  ̶
sulle oscure voragini
della terra.

(articolo già apparso su http://caffebook.it/)