Un nome in regalo

Quando si dice… è il pensiero che conta

Che t’importa del mio nome?
Esso morirà, come il triste rumore
Dell’onda, che batte contro una lontana riva,
Come un suono notturno in un profondo bosco.

Esso sul foglietto di un album
Lascerà una morta traccia, simile
Al ricamo di una iscrizione tombale
In una lingua sconosciuta

Che c’è in questo nome? Da tempo dimenticato
Nelle agitazioni nuove e ribelli,
Alla tua anima esso non darà
Puri, teneri ricordi

Ma nel giorno della tristezza, nella quiete,
Pronuncialo con nostalgia;
Dì: c’è una memoria di me,
C’è al mondo un cuore nel quale io vivo…

1830

Aleksandr Puškin (Mosca, 1799-1837), traduzione di Eridano Bazzarelli (fonte https://www.tania-soleil.com/pushkin-chto-v-imeni-tebe-moyom-na-italianskom/)

*ascoltando Yann Tiersen – L’absente  https://www.youtube.com/watch?v=9wIbylO24gE

Vecchi vestiti

nocomment

Ci sono abiti, sciarpe, maglioni… che proprio non si possono buttare via o fare a pezzi.

Sul tavolo

Ci terrei a precisare che ho comprato
questa tovaglia
con il suo semplice disegno ripetitivo
di fiori viola scuro non menzionati
da alcun botanico
perché mi ricorda quel vestito stampato
che indossavi
l’estate che ci siamo conosciuti (un vestito
– hai sempre sostenuto –
che non ti ho mai detto che mi piaceva).
Be’, mi piaceva, sai. Mi piaceva.
Mi piaceva un sacco, che ci fossi tu dentro
oppure no.

Come è potuto uscirsene così in silenzio
dalla nostra vita?
Detesto (proprio detesto) l’idea di qualche
altro sedere
che faccia svolazzare a sinistra e a destra
quelle pesanti corolle.
Detesto ancor più immaginarmelo sgretolarsi
in una discarica
o fatto a brandelli – un pezzo qui che pulisce
un’astina dell’olio
un pezzo là intorno a una crepa in un tubo
di piombo.

È passato tanto tempo ormai, amore mio,
tanto tempo,
ma stanotte proprio come la nostra prima
notte sono qua,
la testa leggera tra le mani e il bicchiere
pieno,
che fisso i grossi petali sonnolenti fino
a quando si mettono in moto,
amandoli ma con il desiderio di sollevarli,
di schiuderli,
persino di farli a pezzi, se questo è quanto
ci vuole per arrivare
alla tua bellissima pelle, desiderosa,
calda, candida come la luna.

Andrew Motion (Londra, 1952), da AA. VV., Nuove poesie d’amore,  a cura di Angela Urbano, Crocetti Editore, 2010, traduzione di Helena Sanson

*ascoltando U2- If You Wear That Velvet Dress https://www.youtube.com/watch?v=llQEwkKUDbY

Un filo per ogni ferita

adieu

Anche se può sembrare impossibile, prima o poi ogni ferita si cicatrizza.

 

Le cicatrici

Non c’è cicatrice, per quanto brutale paia,
che non racchiuda bellezza.
Una precisa storia si narra in essa,
un qualche dolore. Ma anche la sua fine.
Le cicatrici, allora, sono le cuciture
della memoria,
una finitura imperfetta che sana
danneggiandoci. La forma
che il tempo trova
di non dimenticare mai le ferite.

°°°

Las cicatrices

No hay cicatriz, por brutal que parezca,
que no encierre belleza.
Una historia puntual se cuenta en ella,
algún dolor. Pero también su fin.
Las cicatrices, pues, son las costuras
de la memoria,
un remate imperfecto que nos sana
dañándonos. La forma
que el tiempo encuentra
de que nunca olvidemos las heridas.

Piedad Bonnett (Colombia, 1951),  da Explicaciones no pedidas, Visor, 2011

 

*ascoltando Leonard Cohen – Come Healing https://www.youtube.com/watch?time_continue=3&v=AA9VExCEV_k

La memoria

Paul Gauguin, Natura morta con arance, 1881

Paul Gauguin, Natura morta con arance, 1881

Non sono mai riuscita a scrivere un diario personale per più di quindici giorni. Ogni volta, dopo poco mi stancavo e lasciavo che la memoria delle cose vissute trovasse, da sola, il suo posto tra i pensieri (ora però ritrovare quel posto non è sempre facile!). Eppure rileggere un vecchio diario è sempre emozionante. Proprio come il ricordo descritto nella poesia qui sotto:

Se è successo, è successo una volta. Adesso tutto
è memoria – lui tagliava un’arancia: la buccia
intatta, poi il coltello, lo spicchio gelato
sollevato alla mia bocca, la sua bocca, la fine
membrana tra di noi, l’arancia squisita,
lingua, arancia, la mia nudità e la sua,
il modo in cui mi ha spinto contro il frigo –
Ora sento ancora le sue mani, il bacio
che non durò, ma che mandò neuroni gemelli
a balenare folli sulla corteccia. L’amore
è spietato, il modo in cui penetra
e continua ad emettere luce. Accanto alla stufa
mangiammo un’arancia. E c’erano fiori viola
sul tavolo. Era solo questione di ore.

°°°

What happened, happened once. So now it’s best
in memory—an orange he sliced: the skin
unbroken, then the knife, the chilled wedge
lifted to my mouth, his mouth, the thin
membrane between us, the exquisite orange,
tongue, orange, my nakedness and his,
the way he pushed me up against the fridge—
Now I get to feel his hands again, the kiss
that didn’t last, but sent some neural twin
flashing wildly through the cortex. Love’s
merciless, the way it travels in
and keeps emitting light. Beside the stove
we ate an orange. And there were purple flowers
on the table. And we still had hours.

 Kim Addonizio (1954, Stati Uniti), da What Is This Thing Called Love: Poems

*ascoltando Eric Clapton – Old Love https://www.youtube.com/watch?time_continue=2&v=O_j9KEjrY4o

Attimi che restano (nella memoria)

Robert Doisneau, Le Muguet du Métro, 1953 (fonte: www.moma.org

Robert Doisneau,  Le Muguet du Métro, 1953          (fonte: www.moma.org)

 

Metrò

Gli anni poi passeranno
masse di monti e pietra si frapporranno
tutto sarà dimenticato
come si dimentica il cibo quotidiano
che ci tiene in piedi.
Tutto, tranne quell’istante
in cui sul metrò affollato
ti aggrappasti al mio braccio.

Titos Patrikios (Atene, 1928), da La resistenza dei fatti, traduzione  di Nicola Crocetti, Crocetti Editore 2007

*ascoltando Avishai Cohen Trio – Remembering https://www.youtube.com/watch?v=E4kc0Aby2vA

Il filo dell’aquilone

aquilone

Ma i fili della memoria si potranno mai rompere del tutto?

Aquilone

Il ricordo
è un aquilone.
A poco a poco si allontana,
goditi il suo volo.
Più in alto
si rompe il filo della tua memoria
e ti siedi a contemplare come lo possiede la distanza.

Briceida Cuevas Cob (nata nel 1969 a Tepakán, un villaggio maya dello Stato di Campeche, in Messico) da Las lenguas de América. Recital de poesía, UNAM, 2005 – a cura di Carlos Montemayor  (testo e traduzione dal web https://cantosirene.blogspot.it/)

* ascoltando Avishai Cohen Trio – Remembering
https://www.youtube.com/watch?v=E4kc0Aby2vA

Ti chiedo

foglio

Ti chiedo

Se cerchi
la linea
che spieghi un perché
troverai un nodo
e piangere verrà facile.
Facile come girare
        un foglio
come cancellare
                    un nome.
Ma la memoria,
                  

                    come la inganni?

©IreneMarchi

* ascoltando L’infinito – Francesco De Gregori

Dimenticare o ricordare?

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I momenti difficili sono una bruttissima compagnia. Ma poi, quando stanno entrando finalmente  nella dimensione del ricordo, è più utile dimenticarli del tutto (ammesso che si riesca ad afferrare “l’arte dell’oblio” di cui parla qui sotto Borges), o imparare a masticarli fino ad averne qualcosa che assomigli al controllo e che potrebbe, magari (!), trasformarsi  in insegnamento?

 

Se per volare via dalla memoria
avessimo le ali
in molti voleremmo

A più lente cose avvezzi
gli uccelli sgomenti osserverebbero
il carro poderoso
degli uomini in fuga
dalla mente dell’uomo

Emily Dickinson, n.1242, da Tutte le poesie, Einaudi, traduzione di Marisa Bulgheroni.

 

(I)

Non ha più incanto il mondo. Ti han lasciato.
Non condividerai la chiara luna
né i lenti parchi. Non v’è luna ormai
che non sia specchio del passato, sole
d’agonie, cristallo di solitudine.
Addio alle mutue mani e alle tempie
che l’amore accostava. Oggi hai soltanto
la fedele memoria e i vuoti giorni.
Solo si perde (ti ripeti invano)
quel che non si ha e non si è mai avuto,
ma essere forte non ti basterà
per imparare l’arte dell’oblio.
Un simbolo, una rosa può straziarti,
e può ucciderti un suono di chitarra.

Jorge Luis Borges, da L’altro, lo stesso, Adelphi, traduzione di Tommaso Scarano.

*ascoltando: Gerry Rafferty – Baker Street
 https://www.youtube.com/watch?v=Fo6aKnRnBxM