Male che vada, la carta può essere riciclata

carta da riciclare

Perché scrivere o leggere poesie? A che serve una poesia? … ? e altre domande che rincorrono l’utilità o l’inutilità della poesia (alcuni pensieri su questo “dilemma” qui http://lapoesianonsimangia.myblog.it/2015/11/25/la-poesia-si-mangia-cosa-serve-la-poesia/e qui http://lapoesianonsimangia.myblog.it/2015/12/18/343/). Una poesia serve parecchio a chi la scrive, per esempio. Agli altri forse un po’ meno… ma a volte basta solo un verso per accendere una luce nel ricordo o nella speranza o nella curiosità o, perché no, per suscitare una gustosa risata (ridere fa bene!). In questo caso (se ti si accende una luce, se ridi, se piangi, se ti arrabbi, se ti indigni, se chiedi scusa, se cambi strada, musica, pensiero, …) non sarai stato solo tu ad aver letto quella poesia, ma sarà stata anche la poesia che ha letto le tue emozioni.

Lavorare con la carta

Di ogni poesia
puoi farti una rondine.

L’importante è che sia piegata ad arte.

Proprio di ogni poesia, sai,
anche se non riuscita.

Poi col pensiero vai e mettici il cielo.

Jürgen Theobaldy, da Tutto sempre di nuovo, 2000, Traduzione di Gio Batta Bucciol
 

Alternativa episodica del poeta

Stavo per scrivere una poesia
invece ho fatto una torta ci è voluto
più o meno lo stesso tempo
chiaro la torta era una stesura
definitiva una poesia avrebbe avuto
un po’ di strada da fare giorni e settimane e
parecchi fogli stropicciati

la torta aveva già una sua piccola
platea ciarlante che ruzzolava tra
camioncini e un’autopompa sul
pavimento della cucina

questa torta piacerà a tutti
avrà dentro mele e mirtilli rossi
albicocche secche tanti amici
diranno ma perché diavolo
ne hai fatta una sola

questo non succede con le poesie

a causa di una inesprimibile
tristezza ho deciso di
dedicare la mattinata a un pubblico
ricettivo non voglio
aspettare una settimana un anno una
generazione che si presenti il
consumatore giusto

Grace Paley (1922 – 2007), da Begin Again: Collected Poems
 

Ad alcuni piace la poesia

Ad alcuni piace la poesia
ad alcuni cioè non a tutti.
E neppure alla maggioranza ma alla minoranza.
Senza contare le scuole dove è un obbligo
e i poeti stessi
ce ne saranno forse due su mille.
Piace
mi piace anche la pasta in brodo,
piacciono i complimenti e il colore azzurro
piace una vecchia sciarpa
piace averla vinta
piace accarezzare un cane.
La poesia
ma cos’è mai la poesia?
Più d’una risposta incerta
è stata già data in proposito.
Ma io non lo so,
non lo so e mi aggrappo a questo
come alla salvezza di un corrimano.

Wislawa Szymborska, in Wislawa Szymborska – Opere, Adelphi, 2008, a cura di Pietro Marchesani

*ascoltando  Max Gazzè – Poeta minore

“Finché l’ottava corre”

organohammond

Morire alla mia musica!
Ribolli! Ribolli!
Tienimi finché l’Ottava corre!
Presto! Irrompi dalle Finestre!
Ritardando!
La Fiala è rimasta, e il Sole!

Emily Dickinson, traduzione di  Giuseppe Ierolli

Lasciate che la poesia ribolla in me! Che ribolla sempre, senza interruzione! Chiede Emily Dickinson. Voglio vivere finché le ottave della mia ispirazione continuano a correre veloci, fino a quando la musica corre nella mia mente e irrompe fuori da quelle finestre che mi tengono avvinta. Voglio vivere fino a quando  arriverà il momento del “ritardando”, quando risuoneranno lente le ultime note e resterà soltanto la fiala, il fragile contenitore che teneva dentro di sé le note che sono ormai sparse per il mondo. Questo chiede la poetessa: chiede di morire suonando la propria musica, che per lei era la sua poesia. Come non essere d’accordo con lei?

* ascoltando  John Miles – Music
https://www.youtube.com/watch?v=3Nz7gtCArOw

Almeno un puntino

trovalaluce

Ti auguro di trovare almeno un puntino di luce e di poesia in ogni cosa. E soprattutto un puntino di speranza, perché se ci guardiamo attorno, vicino e lontano, ci accorgiamo che è l’unica cosa che serve.

Ode alla speranza

Crepuscolo marino,
in mezzo
alla mia vita,
le onde come uve,
la solitudine del cielo,
mi colmi
e mi trabocchi,
tutto il mare,
tutto il cielo,
movimento
e spazio,
i battaglioni bianchi
della schiuma,
la terra color arancia,
la cintura
incendiata
del sole in agonia,
tanti
doni e doni,
uccelli
che vanno verso i loro sogni,
e il mare, il mare,
aroma
sospeso,
coro di sale sonoro,
e nel frattempo,
noi,
gli uomini,
vicino all’acqua,
che lottiamo
e speriamo
vicino al mare,
speriamo.

Le onde dicono alla costa salda:
Tutto sarà compiuto.

Pablo Neruda, in Las Odas elementales (1954), traduzione dal web.

* dato che tra poco è Natale, ascolterei Pearl Jam – Let me sleep (It’s Christmas Time) https://www.youtube.com/watch?v=CzjgMXseMvg e due superclassici: John Lennon – Happy Xmas (War Is Over) https://www.youtube.com/watch?v=z8Vfp48laS8  e Charles Brown – Please Come Home For Christmas https://www.youtube.com/watch?v=vxpgWkqlUvk  (con anche il magico fruscio del vinile!).

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Antonia e Nick: qualcosa in comune

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Antonia e Nick: una struggente bellezza  e un destino in comune (articolo già presente qui http://caffebook.it/index.php/cultura/item/740-antonia-e-nick-una-struggente-bellezza-e-un-destino-in-comune)

Di chi sto parlando? Sto parlando di due artisti, lei poetessa italiana, lui cantautore (folk) inglese, morti entrambi a ventisei anni (Antonia suicida mediante barbiturici e Nick per overdose di antidepressivi, ma non è mai stato chiaro se fosse premeditata oppure no). Due artisti che hanno scritto parole (e musica) di straordinaria bellezza e intensità, ma che in vita rimasero sconosciuti ai più o comunque non vennero capiti, e solo dopo la loro scomparsa sono stati “rivalutati” e giustamente apprezzati . Sto parlando di Antonia Pozzi (Milano, 13 febbraio 1912 – 3 dicembre 1938) e di Nick Drake (Yangon, Birmania, 19 giugno 1948 – 25 novembre 1974, Tanworth-in-Arden, Inghilterra).

Non sono certo gli unici artisti che (in ogni epoca)  hanno cominciato ad essere apprezzati solo dopo la morte, ci sono stati tantissimi altri casi simili  (e ci si potrebbe anche porre qualche domanda sui motivi di tutte queste scoperte sempre troppo tardive): il compositore Johann Sebastian Bach, i pittori Johannes Vermeer e Vincent Van Gogh, gli scrittori Franz Kafka, H.P. Lovecraft, Hermann Melville, Goliarda Sapienza, Stieg Larsson, solo per citarne alcuni.

Ma ho scelto di parlare  proprio di Antonia Pozzi e Nick Drake, accostandoli, perché  nei loro versi  è possibile ritrovare la stessa struggente malinconia e  lo stesso senso di solitudine esistenziale, espressi tra l’altro da entrambi con un  tono schivo e delicato, ma assolutamente sincero e incurante dei modelli imperanti del loro tempo.  Le parole che danno vita alle loro poesie e canzoni sembrano molto spesso fluttuare, quasi evanescenti, in un’atmosfera rarefatta  (la voce di Drake è poi inconfondibile: evocativa, limpida  e al contempo calda, sebbene egli cantasse con un filo di voce), ma hanno una profondità  emotiva innegabile. Profondità che senza dubbio si deve alla sensibilità accentuata e all’irrequietezza interiore che essi conobbero nella loro breve vita: tutti e due infatti soffrirono di depressione che, direttamente o indirettamente, fu la causa della loro morte.

Antonia Pozzi e Nick Drake furono entrambi molto timidi, estremamente riservati, e trovarono nella scrittura un modo per essere veramente liberi, una sorta di rifugio, ma che non fu mai evasione totale dalle cose della vita: queste infatti sono il vero oggetto dei loro versi,  che rincorrono incessantemente il senso della vita, della morte, dell’amore. Lievi e profondi allo stesso tempo, quindi, i loro testi: sia Antonia Pozzi (le cui poesie furono definite da Montale  come  “ridotte al minimo di peso”) che Nick Drake (tutte le canzoni sono piene di lirismo, ma molto solide dal punto di vista melodico, e assolutamente mai banali) ci portano in un mondo ricco di domande, alla ricerca di ascolto e accettazione (le loro parole sembrano urla sussurrate), e tanta, tantissima natura: cieli, albe, nebbie, sere, lune, stelle, sole. La natura (più  limpida in Antonia, più misteriosa in Nick) è infatti una presenza costante nella loro produzione poetica e musicale, e viene evocata da entrambi attraverso i loro occhi eternamente giovani (quasi di bambini, anche se sempre troppo maturi per la loro età), occhi di chi si sente minuscolo, talvolta accolto, ma più spesso sperduto, di fronte all’immensità dagli elementi naturali.

Vediamo per esempio come nei due artisti  ci sia la stessa voglia di innalzarsi verso il cielo,  lo stesso anelito verso l’azzurro:

(…) Forse la vita è davvero
quale la scopri nei giorni giovani:
un soffio eterno che cerca
di cielo in cielo
chissà che altezza.

Ma noi siamo come l’erba dei prati
che sente sopra sé passare il vento
e tutta canta nel vento
e sempre vive nel vento,
eppure non sa così crescere
da fermare quel volo supremo
né balzare su dalla terra
per annegarsi in lui.

(da Prati, 31 dicembre 1931)

 

(…) Have you never heard a way to find the sun (…)
Have you seen the land living by the breeze
Can you understand a light among the trees (…)
Show me what you have to show
Tell us all today If you know the way to blue? (…)

trad.: (…) Non hai mai sentito parlare di un modo per trovare il sole? (…)

Hai visto la terra che vive (sotto) la brezza?
Sei in grado di comprendere la luce (che filtra) tra gli alberi? (…) Dillo a tutti noi, oggi se tu conosci la strada verso l’azzurro (…)
(da Way to Blue – dall’album Five Leaves Left, 1969)

Entrambi cominciarono a scrivere testi  da giovanissimi, lei a diciassette anni, lui (influenzato dai simbolisti francesi) a diciannove (molto tempo prima aveva cominciato a suonare da autodidatta la chitarra, e divenne infatti anche un ottimo chitarrista) ma, come si diceva all’inizio,  la vera essenza e il valore di ciò che essi scrissero vennero realmente colti solo dopo la loro morte (molti anni dopo per Antonia, quasi subito invece per Nick).

Di Antonia Pozzi infatti il padre fece pubblicare, postumo, un unico libro, Parole, su cui però aveva operato una censura (e di cui aveva addirittura riscritto alcune parti) perché l’originale  non era ritenuto consono alla memoria che egli voleva costruire per la figlia. É stato un equivoco durato per molti decenni e che ha fatto sì che la poetessa non abbia avuto la giusta collocazione nella letteratura italiana. Oggi è solo grazie al lavoro preciso e puntuale di ricostruzione filologica da parte di Onorina Dino (una suora dell’ordine del Preziosissimo Sangue di Monza, che si laureò con una tesi sulla scrittrice, e che venne in contatto con gli scritti originali custoditi dalla famiglia) che possiamo leggere finalmente le poesie originali (con l’epistolario e le pagine di diario) di Antonia, nell’edizione curata appunto da Onorina Dino e da Graziella Bernabò, intitolata Poesia che mi guardi (2010), e che contiene anche il film-documentario “Poesia che mi guardi” di Marina Spada.

Meno tempo è  stato invece necessario per “riscoprire” Nick Drake. Nel 1969 pubblicò il suo primo disco “Five leaves left”  che passò del tutto inosservato al grande pubblico, vendendo solo poche migliaia di copie (anche a causa delle difficoltà del musicista nell’esibirsi in concerti e nel rilasciare interviste). L’anno successivo uscì “Bryter Later“: il suo talento venne in parte riconosciuto dalla  stampa, ma non dal pubblico. L’ultimo disco, “Pink Moon“, pubblicato nel 1972, è considerato  il grande testamento musicale di Drake, ma anche questo non venne notato più di tanto. Nick  decise quindi di abbandonare il mondo della musica e tornò nella casa dei genitori dove di lì a poco sarebbe morto. Poi, poco tempo dopo la sua morte (cito da Le provenienze dell’amore – Vita morte e postmortem di Nick Drake misconosciuto cantautore inglese, molto sexy, di Stefano Pistolini, Fazi Editore, 1998 ): “Nick assunse i contorni di una magica figura romantica, inimitabile, esotica. Presto le vendite dei suoi dischi conobbero un’impennata […] Col passare degli anni, il nome di Drake venne evocato da ogni genere di musicisti, tutti pronti a citarne la determinante influenza artistica. Nick oggi impersona l’archetipo della trasposizione estrema della sensibilità in canzone. […](Adesso) quasi nessuno sa come, in vita, la sua musica venne violentemente ignorata e come i valori innovativi del suo discorso musicale, già presenti al tempo del suo debutto artistico, restarono del tutto lettera morta. Il martirio artistico di Nick è un caso archiviato di cecità collettiva”.

E infatti oggi, perfino il mondo del cinema e della pubblicità attinge al repertorio musicale di Drake (in Italia è stato di recente utilizzato un passaggio di Northern Sky in uno spot di Poste Italiane, ma già nel 2000 la canzone Pink Moon era stata usata dalla Volkswagen come sottofondo musicale nello spot del nuovo Maggiolino) e c’è da chiedersi cosa ne penserebbe lui (che rifuggiva perfino le interviste) di questo fatto.

In conclusione non posso che invitare alla lettura della poesia di Antonia Pozzi riportata sotto e all’ascolto di Northern Sky (dall’album Brayter Layter, qui il link https://www.youtube.com/watch?v=S3jCFeCtSjk) di Nick Drake: due prove che rendono evidente più di tante parole la struggente bellezza della loro creazione artistica.

Lieve offerta

Vorrei che la mia anima ti fosse
leggera
come le estreme foglie
dei pioppi, che s’accendono di sole
in cima ai tronchi fasciati
di nebbia –

Vorrei condurti con le mie parole
per un deserto viale, segnato
d’esili ombre –
fino a una valle d’erboso silenzio,
al lago –
ove tinnisce per un fiato d’aria
il canneto
e le libellule si trastullano
con l’acqua non profonda –

Vorrei che la mia anima ti fosse
leggera,
che la mia poesia ti fosse un ponte,
sottile e saldo,
bianco –
sulle oscure voragini
della terra.

 

 

Ad alcuni piace la poesia

sciarpaGià, proprio come dice la poetessa polacca: ad alcuni piace la poesia, quindi non a tutti.
E su questo non si discute. Ma a quelli a cui piace, perché piace?
Perché insegna a vedere il mondo con occhi diversi? Perché una poesia non è mai solo quello che sembra voler dire? Perché nasce da un’emozione e sa emozionare? Perché fa finta di essere inutile (la modestia della poesia!)? Perché sa dire che ogni cosa è unica? Perché libera le parole, i pensieri e le persone? Perché se regali una poesia  viene accolta con stupore (verrà gettata? mah, in fondo questo dubbio  vale per ogni regalo… )? Perché, perché… ognuno pensi al suo perché…

Ad alcuni piace la poesia

Ad alcuni –
cioè non a tutti.
E neppure alla maggioranza, ma alla minoranza.
Senza contare le scuole, dove è un obbligo,
e i poeti stessi,
ce ne saranno forse due su mille.

Piace –
ma piace anche la pasta in brodo;
piacciono i complimenti e il colore azzurro,
piace una vecchia sciarpa,
piace averla vinta,
piace accarezzare un cane.

La poesia –
ma cos’è mai la poesia?
Più d’una risposta incerta
è stata già data in proposito.
Ma io non lo so, non lo so e mi aggrappo a questo
come all’àncora di un corrimano.

Wislawa Szymborska, da Wislawa Szymborska – Opere, Adelphi, 2008, a cura di Pietro Marchesani

«Come un vaso di rose una poesia non la si deve spiegare»

«Come un vaso di rose una poesia non la si deve spiegare.»

Così scrive Lawrence Ferlinghetti  in Cos’è la poesia. Sfide per giovani poeti.
E non so voi, ma io sono del tutto d’accordo con lui.
Se ci pensate, quel vago fastidio che proviamo  ricordando la poesia che ci hanno fatto studiare a scuola non deriva dalla poesia stessa. La poesia vera era nata dal sentimento o dalle lacrime o dall’ira di scrittori, ma prima di tutto persone, che non sapevano che sarebbero apparsi su antologie scolastiche, catalogati uno dopo l’altro in ordine più o meno cronologico.
No, quel fastidio deriva dalle infinite righe di note che ostinatamente volevano e continuano a voler spiegare  ogni singola parola di quella poesia (il cui vero senso provocato in noi, cioè l’emozione suscitata, veniva poi dimenticato per far posto alle nozioni ‘che spiegavano’).
Insomma, è il fastidio che ci aveva provocato quel voler trasformare una poesia, che dovrebbe sfuggire al ‘catalogato’ e allo ‘spiegabile’, in un ‘oggetto’ sezionato e ricomposto oltreché tradotto in un modo univoco.
Ma la poesia (però questa è solo la mia opinione), può essere capita in vari modi, non è sempre necessario scandagliare ogni singola parola. Certo, anche l’autore deve fare la sua parte: se scrive cose che solo lui, e davvero solo lui, può capire, allora è chiaro che scatta la caccia alla giusta interpretazione (o più spesso scatta il ‘salto della pagina’… ). Quindi, secondo me, è bello leggere le poesie cercando sì di afferrare quello che voleva dire l’autore, ma anche  seguendo un po’ la nostra personale lettura, seguendo cioè la sensazione che quella poesia ci trasmette  semplicemente leggendola. Senza voler razionalizzare tutto. L’indeterminatezza di alcuni significati fa parte del linguaggio poetico che non sarà mai  quello del codice binario, nemmeno tra cent’anni, spero.
E come lo dice il Pablo Neruda del film Il postino, non lo dice nessuno: «Quando la spieghi, la poesia diventa banale… » (al min. 2.32 del video: https://www.youtube.com/watch?v=FEwWhoERAyg )

 

 

 

 

Disperatamente amore

cuore2

Quelle d’amore. Sì, sono le poesie d’amore che vengono subito alla mente se qualcuno parla di poesia inaspettatamente (dato che la poesia non è certo argomento quotidiano né usuale di conversazione, anzi, nell’immaginario comune è visto quasi come un argomento solo ‘da blog’, appunto, o  da professoroni o da gente che vuole  darsi un  tono…  insomma, è questo che si pensa, o no?).

Invece le poesie d’amore stanno ripiegate ben benino in qualche tasca della nostra mente come un qualcosa di magico e potente: tutti abbiamo letto (spesso piangendo), ritagliato, scritto o strappato  almeno una poesia d’amore.

Certo, sono difficili da scrivere le poesie d’amore: per colpire e non svanire per sempre una volta girata la pagina, devono sfuggire alla banalità e al melenso. Ognuno ha poi le sue preferenze. Io amo le poesie che cantano amori disperati: amori finiti ma non finiti, lontanissimi ma vicini, impossibili e ancora impossibili, amori  senza tempo e spazio. Poesie come queste due, secondo me bellissime e disperate, che riporto qui sotto.

Finché tu esisti

Finché tu esisti,
finché il mio sguardo
ti cerca oltre colline,
finché nulla
mi riempie il cuore
che non sia la tua immagine, e ci sia
una remota possibilità che sia viva
in qualche luogo, illuminata
da una luce – qualsiasi…
Finché
sento che tu esisti  e ti chiami
così, con quel tuo nome
così piccolo,
continuerò come ora,
mia amata,
affranto dalla distanza,
sotto questo amore che cresce e non muore,
sotto questo amore che continua e non finisce.

Angel Gonzalez (Olivedo, 1925 – Madrid 2008), da Poesia spagnola del Novecento, La generazione del ’50, a cura di G. Morelli, Le Lettere, Firenze, 2008.

 

Ti ho amata sempre nel silenzio
contando sull’ingombro
di quell’amore
e di quel silenzio
ed anche quando poi ci siamo scritti
la profilassi guidava la mia mano
perché ogni senso
fosse soltanto negli spazi bianchi
e nondimeno mi sentivo osceno
come se la più ermetica allusione
grondasse la bava del questuante.

Mai in ogni caso dubitai
che tu sapessi
finché scoprimmo insieme
di esser vissuti vent’anni nell’errore
tu ignorando
io presumendo
e allora in un punto è stato chiaro
che solo al muto
il battito del cuore
è rimbombante

Michele Mari, da Cento poesie d’amore a Ladyhawke, Einaudi, 2007.

* Io ascolterei: Lucio Battisti – E penso a te; Pearl Jam – Black; James Blunt – You’re Beautiful.

La poesia non si mangia (a cosa serve la poesia?)

ver3

La domanda (poco simpatica): “A cosa serve la poesia?ˮ rimane spesso senza risposta.

Perché di solito chi lo chiede sottintende che, tutto sommato, della pesia se ne potrebbe fare anche a meno, dato che non serve a innalzare il prodotto interno lordo, non si può mangiare e non produce neppure una grande audience.

Chi invece dovrebbe rispondere a questa domanda (un amante della poesia o uno che di tanto in tanto prova a scrivere poesie),  la risposta ce lʼha chiarissima nella mente: “La poesia non è solo utile, è necessaria!ˮ, ma non riesce a portare allʼesterno questo suo pensiero, non lo riesce a spiegare e il più delle volte si arrende dinanzi al sorriso di circostanza del suo interlocutore.

 Dunque, a cosa serve la poesia? Forse le parole di alcuni grandi poeti possono venire in aiuto.

Federico García Lorca, nel 1934, presentando una raccolta poetica di Pablo Neruda allʼuniversità di Madrid disse: “Io vi consiglio di ascoltare con attenzione questo gran poeta e di cercare di commuovervi con lui; ognuno alla propria maniera. La poesia richiede una lunga iniziazione, come qualsiasi sport, ma cʼè nella vera poesia un profumo, un accento, un tratto luminoso che tutte le creature possono percepire. E voglia Iddio che vi serva per nutrire quel granello di pazzia che tutti portiamo dentro, (…) e senza il quale è imprudente vivereˮ,  suggerendo quindi la capacità della poesia di alimentare i pensieri meno codificati e razionali. Anche Eugenio Montale, nel suo discorso per il conferimento del Premio Nobel, nel 1975, parla della poesia come di qualcosa che può ˮcontagiareˮ: “… ho scritto poe­sie, un pro­dotto assolutamente inu­tile, ma quasi mai nocivo e que­sto è uno dei suoi titoli di nobiltà. Ma non è il solo, essendo la poe­sia una pro­du­zione o una malat­tia assolutamente ende­mica e incurabile…ˮ, alludendo al suo potere  di incanto e diffusione che non può essere fermato da barriere di alcun tipo.

W.H. Auden (1907-1977), invece, affermava che: “La poesia non è magia, non cambia le cose, ma disincanta dicendo la verità… ˮ (cit. da Alfonso Berardinelli in Casi critici – Dal Post-moderno alla mutazione, Quodlibet, 2007), una verità che potrebbe anche non piacere, ma che comunque può far riflettere o che potrebbe ribaltare o modificare alcune convinzioni.

Quindi, in ogni caso, la poesia ha la capacità di smuovere le nostre emozioni: una poesia può farci piangere (e a volte ne abbiamo davvero bisogno), una poesia può farci innamorare o può farci capire che, invece, non siamo veramente innamorati (e non è cosa da poco!).

Ma, tutto sommato, dopo aver letto questa poesia (scelta tra gli infiniti versi bellissimi che si potrebbero citare), abbiamo ancora bisogno di chiederci a cosa serve la poesia?

Lieve Offerta  di Antonia Pozzi (1912-1938)

Vorrei che la mia anima ti fosse
leggera
come le estreme foglie
dei pioppi, che sʼaccendono di sole
in cima ai tronchi fasciati
di nebbia  ̶

Vorrei condurti con le mie parole
per un deserto viale, segnato
dʼesili ombre  ̶
fino a una valle dʼerboso silenzio,
al lago  ̶
ove tinnisce per un fiato dʼaria
il canneto
e le libellule si trastullano
con lʼacqua non profonda  ̶

Vorrei che la mia anima ti fosse
leggera,
che la mia poesia ti fosse un ponte,
sottile e saldo,
bianco  ̶
sulle oscure voragini
della terra.

(articolo già apparso su http://caffebook.it/)