Ogni anno

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L’11 settembre  è una data che non deve essere dimenticata.
Ogni anno mi chiedo: stiamo migliorando il mondo per i nostri figli?

Tamara

Tamara non è ancora nata,
non sa ancora niente di Ionesco, di Beckett,
ma qui ci sono tutte le Durmitor che un giorno visiterà,
tutte le Venezie, tutte le Napoli, tutte le Lubiane del mondo.

Qui ci sono tutti i monti Everest dove si arrampicherà,
come oggi ci sale Hillary.
Tutte le poesie che scrivo, tutti i miei non scritti sonetti
annunciano il suo arrivo. Gli armadi

già attendono i suoi maglioni e le bluse.
Dovrà portare vesti del colore del cielo d’agosto quando
sembra sanguinare nel crepuscolo.
Qualcosa di chiaro, come questo prologo su di lei.
Qualcosa
che indossavano le muse
all’epoca di Ljermontov, quando scriveva del Demone e di Tamara.

Tamara non è ancora nata.
Non sa ancora niente di Dostoevskij, di Flaubert.
Nessuno può darle un appuntamento questa notte mentre
scroscia la pioggia
ostinatamente come in Prévert.

Ma qui ci sono tutti i selciati che splendida come un giambo
la incontreranno nei gennai bianchi di sogni, di desideri, di neve.
Sul suo arrivo ecco già è scritto anche un ditirambo.

Voi tutte future Tamare, prendetelo.
In dono vi offro stasera tutta la storia fino ad oggi,
tutte le sofferenze umane da Adamo ed Eva.
Se la vostra vita non sarà migliore di tutte le nostre
non accusate le stelle ma i padri.
1959

Izet Sarajlić, da Chi ha fatto il turno di notte,  traduzione di Silvio Ferrari, Einaudi, 2012 (https://lapoesianonsimangia.myblog.it/2017/12/09/consiglio-un-libro-anzi-un-poeta-izet-sarajlic/)

*ascoltando John Lennon, Imagine https://www.youtube.com/watch?v=YkgkThdzX-8

ABC 123 Pim Pum Pam Stop

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Cifre, codici, scadenze, numeri:  decisamente troppo da ricordare.
Qualcosa inevitabilmente andrà perso.

 

Natale, credo scada il bollino blu
del motorino, il canone URAR TV,
poi l’ICI e in più il secondo
acconto IRPEF – o era INRI?
La password, il codice utente, PIN e PUK
sono le nostre dolcissime metastasi.
Ciò è bene, perché io amo i contributi,
l’anestesia, l’anagrafe telematica,
ma sento che qualcosa è andato perso
e insieme che il dolore mi è rimasto
mentre mi prende acuta nostalgia
per una forma di vita estinta: la mia.

Valerio Magrelli, da Il sangue amaro, Einaudi, 2014

*ascoltando Jean-Michel Jarre, Boys Noize – The Time Machine
https://www.youtube.com/watch?v=xjrCDAXg1Bw

È limpido o c’è nebbia?

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Vedere chiaro

Tutta la poesia è luminosa, persino
la più oscura.
È il lettore che ha talvolta,
al posto del sole, nebbia dentro di sé.
E la nebbia non permette mai di vedere chiaro.

Se ritornerà
un’altra volta e un’altra volta
e un’altra volta
a queste sillabe infiammate
rimarrà cieco da tanto chiarore.
Sia felice se arriverà.

°°°

Ver claro

Toda a poesia è luminosa, até
a mais obscura.
O leitor é que tem às vezes,
em lugar do sol, nevoeiro dentro de si.
E o nevoeiro nunca deixa de ver claro.

Se regressar
outra vez e outra vez
e outra vez
a essas sílabas acesas
ficará cego de tanta claridade.
Abençoado seja se lá chegar.

Eugenio De Andrade (1923, Póvoa da Atalaia, Portogallo – 2005), testo e traduzione tratti da http://www.filidaquilone.it/num004andrade)

Creedence Clearwater Revival – Long As I Can See The Lighthttps://www.youtube.com/watch?v=SFP5afPweVI

 

Peccato “rinsavire”

Ferrara Buskers Festival 2019

Ferrara Buskers Festival 2019

“… ballare per strada imitando la libertà…”: mi piace pensare che fino a quando ci sarà qualcuno che suona nelle strade,  ci sarà anche speranza.

Percorsi

 
Si comincia così.
Tra le righe dei sentimenti
i colori del ricordo.
Si comincia così.
Sorridere ai passanti
alle arance scappate
dalla borsa della spesa
della signora col passo triste.
Si comincia così.
Ballare per strada
imitando la libertà
e coniugando l’allegria.
Si comincia così.
Guardare negli occhi
l’assenza di coraggio
per ridere della paura.
Si comincia così.
Poi si cresce.
E si rinsavisce.

Vincenzo Costantino Cinaski, da Nati per lasciar perdere, Marcos y  Marcos

*ascoltando Listen to the Music (Playing For Change-Song Around The World) https://www.youtube.com/watch?v=t4sK8d48Exs&fbclid=IwAR1d5gUztTi5PYGIcpjfs2tCpMJLhLdCtJKfRaoupXZVNXDbDHaIovnr6HQ

Mai…

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Anche se la poesia non si mangia, appunto (e di sicuro non dà da mangiare), io preferisco non restare mai… senza poesia (e guai se sparissero i poeti, quelli di ieri, di oggi e domani, quelli vicini e quelli lontani… ops, una rima!).

Siamo di troppo

È così pieno il mondo. Terribilmente pieno.
Di montagne, di piante, di caserme e officine.
Di case con vicini e di bianchi ospedali.

(Ogni tanto vi è un fiore. Non reciderlo, amico.
Qualche volta dei fiumi come vene smarrite).

Quanti treni, aerei, carceri, torpediniere,
motori e banche e cinema e osterie.
Sale operatorie.

Tante graziose stelle e insegne luminose.
(Cognac Barbier, Calzature Eureka e altre ancora).

(E poi anche automobili veloci e più belle
di arcangeli d’acciaio con le ali piegate).

Donne esultanti. (Rouge aux lèvres. Sigarette).
E bimbi che singhiozzano dietro le pareti,
la madre accanto dorme con una pietra al collo.
E bebè custoditi in lettini cromati,
ben pasciuti fra trine e latte condensato.
Dolciastre zitellone col loro cagnolino.

Ragazze dallo sguardo divinamente ottuso.
E biondi adolescenti cui strani desideri
fanno rizzare il pelo.

Il mondo, soprattutto, di uomini è pieno.
Quante mani superflue, camicie rappezzate,
scarpe sdrucite che lambiscono gli asfalti.
Quanti occhi e quante bocche appostate voraci.
Quanti cervelli bianchi e pensieri come pesci
rotanti fra benefici cachet di aspirina.
Per non parlar dei dotti. Quegli strazianti dotti
che vegliano giocando con oscure parole:
Ciclotrone, supersonico, cibernetica e altre.

È così pieno il mondo, ch’io, vi assicuro, amici,
non saprei dove mettermi.
Non so se avrò mai posto.
Son di troppo i poeti.

Ángela Figuera Aymerich (Bilbao, Spagna 1902 – Madrid 1984), da Obras completas, 1986, traduzione di Pablo Luis Ávila e Giancarlo Depretis

*ascoltando Michael Schenker – I Am Grateful https://www.youtube.com/watch?v=kUkQva0ggbI

Le ali di una poesia

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Lavorare con la carta

Di ogni poesia
puoi farti una rondine.

L’importante è che sia piegata ad arte.

Proprio di ogni poesia, sai,
anche se non riuscita.

Poi col pensiero vai e mettici il cielo.

°°°
Arbeit mit Papier

Aus jedem Gedicht kannst du
eine Schwalbe machen.

Du mußt es aber richtig falten.

Aus jedem Gedicht, hörst du,
auch aus dem missglückten.

Nun denke dir den Himmel dazu.

Jürgen Theobaldy (Strasburgo, 1944), da Tutto sempre di nuovo, 2000, Traduzione di Gio Batta Bucciol

*ascoltando Stevie Ray Vaughan – Little Wing https://www.youtube.com/watch?v=An4uDegHB8s

Che cosa?

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Che cosa ti può dare una poesia?

Riporto da un’intervista a Charles Simic, poeta statunitense di origine serba, nato  nel 1938 (dal “Corriere della Sera”, 11 agosto 2019): “In una poesia lirica, un’altra coscienza vive in noi quando ci riconosciamo nelle parole di uno sconosciuto. […] Una bella poesia è un segreto  condiviso da due persone che non si sono mai incontrate faccia a faccia. Per quanto mi riguarda nessuna storia d’amore può reggere il confronto (…)”. Esagera? Beh, diciamo che quella poesia rimane e la storia d’amore può finire! In ogni caso tra chi  legge una poesia e chi l’ha scritta a volte si può creare una corrente di emozioni che va oltre il tempo e lo spazio (potrebbe sembrare una corrente a senso unico ma in realtà anche lo scrittore, mentre scrive, si rivolge a un lettore “sospeso”).

 

Chi sei tu, lettore che leggi
le mie parole tra un centinaio d’anni?
Non posso inviarti un solo fiore
della ricchezza di questa primavera,
una sola striatura d’oro
delle nubi lontane.
Apri le porte e guardati intorno.
Dal tuo giardino in fiore cogli
i ricordi fragranti dei fiori svaniti
un centinaio d’anni fa.
Nella gioia del tuo cuore possa tu sentire
la gioia vivente che cantò
in un mattino di primavera,
mandando la sua voce lieta
attraverso un centinaio d’anni.
 

Rabindranath Tagore (India, 1861-1941)

*ascoltando Axel Rudi Pell – Emotional Echoes https://www.youtube.com/watch?v=ICtP9r7V1A8

Pioviggina (ma non abbastanza)

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In questo momento, qui sta piovigginando, ma non abbastanza da poterla chiamare pioggia.
C’è sempre un non abbastanza che rende difficili le definizioni.

Pioviggina un po’
ma non abbastanza perché si possa proprio
chiamarla pioggia
e noi lentamente ci bagniamo
ma non abbastanza perché valga proprio
la pena di parlarne
e un po’ ci innamoriamo
ma non abbastanza perché si possa proprio
chiamarlo amore.

Henrik Nordbrandt (Danimarca, 1945), da Il nostro amore è come Bisanzio, traduzione di Bruno Berni, Donzelli editore

*ascoltando Ben Harper and Charlie Musselwhite – When Love Is Not Enough https://www.youtube.com/watch?time_continue=18&v=5GmT2dhHKGk

In mezzo al cielo

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Per il mio dodicesimo compleanno mi regalarono due musicassette: una era di John Lennon e l’altra di Claudio Baglioni. Mi innamorai della musica di entrambi (e anche di Baglioni, come molte delle dodicenni nate negli anni ’70).

Oggi John Lennon mi fa ancora compagnia, Baglioni invece non molto (ma lo ringrazio comunque) però c’è un particolare che non dimenticherò mai: il “gancio in mezzo al cielo” di “Strada facendo”! All’epoca non avevo grande  dimestichezza con le metafore e ‘sto gancio in mezzo al cielo proprio non riuscivo a capirlo. Molti anni dopo anche mia figlia, sentendo  quella canzone, mi ha chiesto:  “Ma il gancio in mezzo  al cielo che cosa sarebbe?”.  Abbiamo riso per venti minuti.

Adesso mi capita spesso  di pensare che di un gancio in mezzo al cielo ci sarebbe davvero bisogno. E di sicuro non sono l’unica.

Il cielo

Da qui si doveva cominciare: il cielo.
Finestra senza davanzale, telaio, vetri.
Un’apertura e nulla più,
ma spalancata.

Non devo attendere una notte serena,
né alzare la testa,
per osservare il cielo.
L’ho dietro a me, sottomano e sulle palpebre.
Il cielo mi avvolge ermeticamente
e mi solleva dal basso.

Perfino le montagne più alte
non sono più vicine al cielo
delle valli più profonde.
In nessun luogo ce n’è più
che in un altro.
La nuvola è schiacciata dal cielo
inesorabilmente come la tomba.
La talpa è al settimo cielo
come il gufo che scuote le ali.
La cosa che cade in un abisso
cade da cielo a cielo.

Friabili, fluenti, rocciosi,
infuocati e aerei,
distese di cielo, briciole di cielo,
folate e cumuli di cielo.
Il cielo è onnipresente
perfino nel buio sotto la pelle.

Mangio cielo, evacuo cielo.
Sono una trappola in trappola,
un abitante abitato,
un abbraccio abbracciato,
una domanda in risposta a una domanda.

La divisione in cielo e terra
non è il modo appropriato
di pensare a questa totalità.
Permette solo di sopravvivere
a un indirizzo più esatto,
più facile da trovare,
se dovessero cercarmi.
Miei segni particolari:
incanto e disperazione.

Wisława Szymborska, da La fine e l’inizio (1993), in La gioia di scrivere – Tutte le poesie (1945-2009), traduzione di Pietro Marchesani.

*ascoltando Claudio Baglioni – Strada facendo https://www.youtube.com/watch?v=TBU55Emimcw